Intervista ai Necandi Homines (Italia)

Provate a far partire un pezzo dei Necandi Homines, se non lo avete mai fatto. Altrimenti ripensate al momento in cui vi siete imbattuti in loro. Oltre a un comprensibile senso di angoscia e negatività (ben fatto, ragazzi!), ho pensato sin da subito di aver scoperto una miniera, un gruppo molto particolare e al di fuori dalle logiche ordinarie del metal. Li ringrazio per le parole che leggerete a breve, per aver soddisfatto pienamente la mia assetata curiosità. [F]

I Necandi Homines sono nati nel lontano 2007. Che vi girava per la testa in quel periodo? Almeno all’inizio eravate un gruppo più normale, regolare, prevedibile? Apsychos (chitarrista): Eravamo degli adolescenti fortemente attratti dall’aggressività della musica estrema. Sicuramente prevedibili e pervasi dall’entusiasmo creativo di quell’età. A quel tempo non ci interessava proporre qualcosa di nuovo, volevamo fare black metal nella sua forma più cruda. Risultavamo essere una delle tante realtà all’interno della nostra provincia, lontani da una qualsivoglia forma di singolarità. Decisamente più normali di adesso.

È stato determinante per la vostra formazione, almeno nei primi tempi, qualche album metal venuto fuori dalla vostra regione? Che so, roba dei Blasphemophager, Baphomet’s Blood, Infernal Poetry? Oppure già da allora eravate legati agli Infernal Angels? Su di loro torneremo più avanti. Apsychos: Le Marche hanno sempre vissuto brevissimi periodi d’oro destinati a morire ancor prima di cominciare. Di molte band, in pochi sono riusciti a durare a lungo e a farsi conoscere fuori regione, tanto più nel panorama estremo. Questo ci ha sicuramente spinti a nascere come band, a voler fare qualcosa di nostro e ad andare avanti a qualsiasi costo contro ogni avversità, ma sul lato musicale non siamo mai stati legati alle realtà della nostra regione.

Cosa è successo nei vostri primi anni di carriera? Per diverso tempo non avete lasciato testimonianze discografiche della vostra esistenza. Perché? Apsychos: In quei primi anni non abbiamo goduto di molta fortuna, abbiamo sofferto diversi problemi di line up che ci hanno in gran parte costretto a rimanere chiusi in sala prove. Siamo rimasti fermi per anni a comporre materiale su materiale che per un motivo o per un altro non siamo mai riusciti a registrare e pubblicare.

Dell’EP del 2012 (tre brani) non si sa quasi nulla. Metal Archives lo indica, ma dice spesso stronzate. Si sa che il vostro lavoro omonimo è realmente esistito perché una webzine lo ha recensito. Come mai cercate di tenerlo nascosto, anche negli info sheet preparati dalle vostre label? Non siete più quei Necandi Homines? Discissus: La demo del 2012 non ci rappresenta più sotto molti punti di vista. Innanzi tutto c’è da far presente che in quel periodo abbiamo sofferto degli ultimi stravolgenti cambi di line up della nostra storia. Io stesso sono subentrato molto in seguito a quella registrazione, e sono molto soddisfatto dell’evoluzione che i nuovi membri hanno portato nel progetto in seguito ad essa. Le persone che siamo ORA, i nostri sforzi, il nostro impegno, il nostro sacrificio, ci hanno portati dove siamo adesso, dando un volto e un’identità ai Necandi Homines. Quel che è stato prima ormai è passato.

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La composizione di quello che sarebbe diventato Da’at è stata in qualche modo travagliata, lungo l’arco che va dal 2012 al 2016, oppure le cose si sono sviluppate automaticamente e senza intoppi in una direzione ben definita? Apsychos: Potrei dire che l’intera realizzazione di Da’at sia stata sia automatica che travagliata. Sul lato compositivo non abbiamo mai avuto troppi intoppi, il problema è sempre stato quello di non aver mai avuto un vero obiettivo comune con la vecchia line up. Le troppe divergenze non ci hanno mai permesso di capire se potevamo esser realmente pronti a realizzare un album o meno. Tutto quell’arco di tempo possiamo definirlo come un periodo di stallo, che è però servito sia a me che alla nuova line up più avanti, ad affinare concettualmente e strutturalmente quello che poi sarebbe diventato il nostro primo full.

Che significa Da’at? Domanda secca perché me lo sono sempre chiesto e finalmente posso scoprirlo. Apsychos: Detto in poche parole, Da’at significa conoscenza ed è una zona nascosta all’interno dello schema di emanazioni che compongono l’albero della vita cabalistico. Rappresenta il dualismo e la conoscenza unificatrice, e funge da passaggio per un universo introspettivo caratterizzato dal libero arbitrio. Abbiamo deciso di utilizzare quel termine per indicare la ricerca interpersonale che è alla base del nostro album, il nostro percorso volto alla conoscenza universale di noi stessi tramite l’intelletto.

Otto minuti dura la vostra resa in musica di Memento, poema di Iginio Ugo Tarchetti. L’intreccio di amore e morte era fortissimo già oltre centocinquant’anni fa, lo è tutt’oggi? Discissus (cantante): Nel voler rispondere specificatamente alla domanda, temo che la sensibilità popolare per la cultura decadentista sia decisamente svanita da tempo. Oggigiorno viene promossa solamente la facciata buonista e positiva della realtà che ci circonda. Si tende a non voler mostrare il dolore che si cela anche dietro al più bello dei sentimenti. Si ha paura dell’altra faccia della medaglia, una faccia che tuttavia esiste. Un’angoscia esistenziale nascosta dietro una maschera di finto benessere. Tramite Memento abbiamo cercato di rendere in musica il valore nichilista dimenticato di un artista che ha cercato di far comprendere la sua angoscia tramite la poesia.

Dal punto di vista musicale Memento è una pièce d’atmosfera molto intensa, ma di musica ordinaria nemmeno l’ombra. The Faceless Sculpture inizia lenta ed esplode solo sulla distanza. Insomma, coi Necandi Homines si intuisce di essere probabilmente davanti a un album metal ben oltre i dieci minuti dall’inizio dell’ascolto. Oddio, per come procedono le vostre canzoni (canzoni?) non so davvero come definirvi. Vi piace spaventare, stupire, far tabula rasa di ogni punto di riferimento? Apsychos: Non abbiamo mai pensato di poter spaventare o stupire con la nostra musica, abbiamo sempre agito solo ed esclusivamente per noi stessi. Componiamo in modo totalmente istintivo, senza alcun punto di riferimento, e questo ci porta a sperimentare il nostro modo di esprimerci. Non ci siamo mai posti la questione di fare della musica ordinaria, non ne siamo interessati. Noi non ci poniamo limiti proprio perché se lo facessimo non riusciremmo ad esprimere a pieno ciò che abbiamo da dire.

È singolare che The Fifth Dimension sia così breve rispetto al resto (tre minuti e qualcosa) eppure musicalmente non si limita ad essere un intermezzo. Ecco, sono nati prima i brani e poi l’album, oppure avete concepito qualcosa di unitario che in seguito avete diviso in capitoli? Io lo ascolto come un unico blocco, dato che esistono collegamenti e richiami tra i vari segmenti. Apsychos: Non ho mai considerato The Fifth Dimension come un intermezzo, è nato come brano a sé stante esattamente come gli altri. L’idea di rendere i brani sotto forma di un unico blocco è avvenuta solo successivamente, abbiamo racchiuso le singole unità all’interno di un concept come si fa con i tasselli di un puzzle e ciò che ne è risultato è una singola traccia da quaranta minuti.

Quando si può pensare ad una fine di album serena e rilassata, dopo tanto tormento, arriva Through Deep Waters e si sprofonda… senza più possibilità di salvezza. Cosa c’è oltre le acque più profonde? Musicalmente è uno scrigno di idee lungo i suoi diciassette minuti, è come quando in Inception di scende di livello nei sogni dentro ai sogni, solo che qui siamo più prossimi all’incubo. Apsychos: Through Deep Waters segna il raggiungimento dell’abisso, ma non lo definirei un incubo, piuttosto una presa di coscienza. È come nella vita, quando nel crescere ci rendiamo sempre più conto di essere nient’altro che un cumulo di carne in un lento e continuo stato di decomposizione. Di certo della possibilità di salvezza non ce n’è nemmeno l’ombra, l’intero album è un continuo sprofondare nelle acque che si fanno sempre più fredde e buie man mano che si scende. Ciò che si cela oltre queste acque non ci è ancora dato saperlo, noi per adesso ci limitiamo ad affondare.

Ad oggi, Da’at vi piace? Insomma, è un album che io trovo molto pesante e negativo, per cui non so se il piacere è un metro per esprimere la sua caratura, ma ci siamo capiti: come lo trovate? Apsychos: Da’at è indubbiamente un lavoro molto pesante e negativo, ed è proprio per questo che ci piace. In quell’album sono racchiuse le nostre esperienze, le nostre emozioni, i nostri sfoghi, il nostro odio, noi siamo quell’album e tra quaranta anni continueremo ad esserlo.

Quando e come è nato Black Hole, tanto da farlo uscire un solo anno dopo Da’at? Io vi direi che si nota un grande miglioramento su tutti i fronti, ma magari sono idee nate contemporaneamente al disco precedente e voi il miglioramento non lo sentite… Apsychos: I brani che compongono Black Hole sono nati per lo più in contemporanea a Da’at. Potremmo definirli come parte dello stesso ciclo di scrittura, motivo per cui personalmente non noto miglioramenti sul lato compositivo; credo che il vero miglioramento stia piuttosto nell’aver sviluppato una maggiore consapevolezza per quel che riguarda il lavoro in studio, nella scelta dei suoni e nelle fasi di re-amping e mixaggio.

Ci sono situazioni della vita che vi hanno spinto a guardare nel “buco nero”? Apsychos: Certamente, dopotutto noi non siamo altro che il risultato della nostra formazione cognitiva. I nostri vissuti sono saturi di situazioni ed esperienze che vorremmo dimenticare, di ricordi che abbiamo abbandonato e accumulato negli anni in un angolo remoto della nostra mente, in un buco nero per l’appunto. Necandi Homines è per me e per chi ne fa parte un progetto terapeutico. Senza queste situazioni, senza questi vissuti non ci sarebbe alcun buco nero e di conseguenza non avremmo alcun bisogno di Necandi Homines.

L’ultima volta che l’ho chiesto mi hanno quasi sfanculato, ma ci riprovo: il passaggio da Vacula Productions a Third I Rex e Toten Schwan cosa ha significato per voi? Che tipo di spalla deve essere per voi un’etichetta? Apsychos: Un’etichetta dovrebbe essere uno stretto collaboratore su cui poter fare sempre affidamento. Vacula Production ha sicuramente fatto la sua parte in questo, è stato un ottimo trampolino di lancio, ma in seguito ci siamo resi conto che necessitavamo di una maggiore comunicazione tra le parti. Cambiare etichetta ha significato avere non solo un miglioramento di comunicazione che ci ha reso più partecipi, ma anche l’aver stabilito un piano d’azione chiaro e ben definito.

Dall’ascolto si notano subito due cose: avete eliminato i brani più brevi e al contempo sintetizzato tutto in poco meno di mezz’ora. È stata una scelta che vi siete imposti personalmente oppure è stato un continuo interfacciarsi con amici e musicisti? Apsychos: Non c’è stata alcuna scelta a riguardo, non abbiamo neanche mai pensato al gestire la durata dei nostri brani. L’unica scelta veramente studiata è stata quella di rendere Black Hole un trittico, tutto il resto lo abbiamo fatto di getto.

“I throw myself into the abyss”: perché siamo attratti dall’abisso? In fin dei conti non sarebbe meglio vivere nell’ignoranza del nostro destino? Apsychos: Credo che l’essere umano stesso nella sua natura sia in qualche modo connesso all’oblio. È un po come l’infinito oltre la siepe di Leopardi o la contemplazione dell’infinito nei dipinti di Friedrich. Siamo tutti in grado di percepirne l’esistenza ma non di quantificarne la vastità, questo ci porta ad uno stato di sconforto esistenziale, siamo consci di essere un puntino nell’universo. Ma cosa faremmo se avessimo i mezzi ed il tempo necessario per esplorare ogni angolo di questo universo? Nel primo brano di Black Hole l’atto di gettarsi all’interno dell’abisso viene posto inizialmente come un’eventualità, sta poi a noi scegliere se affondare nelle profondità o rimanere in superficie ad osservare da lontano nella completa ignoranza di ciò che si cela all’interno. In fondo, per quel che ci riguarda, crediamo sia meglio inabissarsi nell’ignoto piuttosto che vivere una vita non vissuta.

Lo considerate un album vero e proprio o un EP? Per la quantità di roba che ci avete messo dentro, io propendo per la prima opzione! Apsychos: In realtà è una cosa a cui non avevo mai pensato, spesso ci capita di definire Black Hole un album vero e proprio, ma mi sono sempre limitato a distinguere le due per durata. D’altronde stiamo parlando di meri tecnicismi.

Sono sicuro che Black Hole non vi porterà recensioni del genere. Come vi ponete davanti alle critiche, anche più accese di queste? Apsychos: Ammetto di aver letto quella recensione con un gran sorriso stampato in faccia. Ritengo di essere una persona molto aperta alle critiche, sono convinto che una recensione negativa sia spesso più onesta di una positiva, e quella recensione in particolare mi ha regalato un punto di vista molto interessante a cui non avevo mai pensato. Ma ripeto, tutto ciò che facciamo lo facciamo solo ed esclusivamente per noi stessi, sono quindi dell’idea che qualunque recensione, positiva o negativa che sia, servi solamente a dare un incipit di ciò che siamo ai lettori che ancora non ci conoscono.

C’è qualcosa che accomuna tutti i gruppi con buchi neri in copertina e volti ben nascosti? Voi per quali caratteristiche vi differenziate dagli altri? Apsychos: Effettivamente ad oggi sono in molti a tenere il volto coperto, nel black metal moderno è diventata una consuetudine. Non è stata mai nostra intenzione quella di differenziarci od omologarci a qualche uso comune. Abbiamo sempre cercato di rendere al meglio e nel modo più minimale possibile il nostro concept. È come quando sul palco suoniamo quasi al buio dando le spalle al pubblico, lo facciamo per non avere distrazioni, per rimanere soli con noi stessi. Dopotutto noi non siamo altro che singole entità, non è importante conoscere i nostri volti, è importante percepire ed assimilare ciò che esprimiamo con la nostra musica. Lo stesso vale con le nostre copertine, sono la raffigurazione di quel che raccontiamo, non ci importa che siano simili a molte altre, ci importa che chi le guardi possa trarne delle letture puramente soggettive.

In realtà però voi siete dei soggetti conosciuti nella scena marchigiana e alcuni di voi fanno/hanno fatto parte degli Haegen… che suonano tutt’altro genere! Cosa pensano i Necandi Homines del folk metal? Apsychos: Ammetto che il folk metal non è tra le mie corde di ascolto quotidiano, lo ritengo un genere musicale come tanti altri. Ma più che considerare gli Haegen un gruppo folk, li considero un gruppo di amici con il quale mi piace molto passare il tempo.

Allo stesso modo c’è qualcuno di voi che ha militato/milita negli Infernal Angels. Come ci siete arrivati? Apsychos: Conosco XeS da diversi anni ormai, c’è stato un periodo della nostra carriera in cui stava per entrare nella band, cosa che poi non è andata in porto. Anni dopo riprendemmo i contatti quando fondammo i Boa insieme a Gradig e Bex; quel periodo coincise con la registrazione di Pestilentia e XeS era in cerca di una nuova line up che gli potesse permettere di portare dal vivo i nuovi brani degli Infernal Angels. È successo tutto così in fretta e in modo automatico che io e Gradig entrammo negli Infernal Angels senza nemmeno rendercene conto. Tempo più avanti chiamai io stesso Hagen per sostituire Ulag al basso.

XeS, il fondatore degli Infernal Angels, mio conterraneo, intervistato nel 2017, ha detto che “gli Infernal Angels sono di chi ha passione, di chi ha attitudine e di chi ha voglia di mettersi in gioco costantemente. Inevitabilmente sono legati alla mia figura, per via del fatto che sono l’unico membro fondatore rimasto, ma oggi gli Infernal sono una band con delle dinamiche classiche”. Cosa state apprendendo da quell’esperienza e cosa avete portato da lì all’interno dei Necandi Homines? Apsychos: Non credo di aver appreso molto in realtà, se non sul lato puramente tecnico. Al tempo decisi di mettermi in gioco ed è una cosa che faccio tutt’ora ogni volta che suono con loro. Infernal Angels e Necandi Homines sono però due realtà complesse, simili per quel che riguarda l’attitudine ma completamente diversi sul lato personale. Sono due modi opposti di sfogare ciò che abbiamo dentro. I Necandi Homines sono la mia creazione, sono l’esternazione del mio vissuto e di quello degli altri componenti, per cui non abbiamo portato nulla all’interno della band se non noi stessi.

Fino ad ora abbiamo sempre sfiorato la questione, ma ora ve lo chiedo esplicitamente: vi sentite un gruppo black metal? Cosa volete comunicare a chi vi ascolta? Apsychos: Musicalmente ci siamo molto allontanati da quello che può essere il black metal nell’accezione comune. Spesso però si tende a dimenticare tutti quei piccoli elementi che compongono un genere. Il black metal è attitudine e nasce come un’elitaria provocazione, era una forma di aggressività puramente istintiva che andava contro ogni ordine prestabilito nella maniera più fredda e primitiva possibile. È un genere che va vissuto per essere compreso a pieno. C’è chi al tempo lo definì “anti” e non credo ci sia un termine più azzeccato di quello. È chiaro che con gli anni ogni genere sia destinato ad evolversi, ma sono anche dell’idea che un genere per rimanere integro debba mantenere intatta la propria anima. Nel nostro modo di vivere, di approcciarci alla musica, continueremo per certo a definirci un gruppo black metal, siamo un gruppo “anti” e questo ci rende più black metal di molti altri che vivono solo la facciata fatta di trend, di facepainting e satana. Ma nello specifico noi siamo i Necandi Homines e quel che suoniamo è Necandi Homines.
Discissus: Dal punto di vista musicale ovviamente abbiamo dei richiami al black metal, cosi come ne abbiamo per il funeral doom, il depressive, l’ambient, il post hardcore e a tratti con il drone, per tanto non penso di poterci categorizzare con un genere specifico.
Suoniamo la nostra musica in quanto Necandi Homines, e non siamo spinti dalla volontà di comunicare qualcosa a qualcuno. Suoniamo per esorcizzare noi stessi e i nostri demoni. Affoghiamo nelle nostre maree per ricordarci cosa si cela nel profondo, per poi riemergere all’ultimo al solo egoistico scopo di riprendere a respirare. Chi ci ascolta è libero di fare altrettanto o meno, lasciarsi trascinare o limitarsi ad ascoltarci passivamente, ma in primo luogo è per noi stessi che suoniamo.

Non siete un gruppo nato ieri, ma di voi si sente parlare tanto solo da un paio d’anni. Percepite un distacco, una scollatura tra i tempi in cui avete mosso i primi passi e ora, con diverse uscite all’attivo? Mi riferisco in particolare alla vostra idea di metal e alle reazioni degli ascoltatori, nell’ottica di un dualismo tra un ieri (nostalgico e idealizzato) e un oggi (senza valori e arido). È davvero così male vivere il metal nel 2018? Apsychos: La differenza tra lo ieri e l’oggi è palpabile. Quando muovemmo i primi passi era tutto molto più semplice e diretto, gli ascoltatori compravano cd ed alzavano il culo per andare a concerti, le band suonavano e avevano modo di farsi la gavetta. Noi viviamo in una piccola realtà provinciale, ma c’è stato un periodo in cui chi voleva mettersi in gioco aveva i mezzi per farlo. Oggi non è più così, mancano le band, mancano i locali, manca l’interesse. Internet ha distrutto quel poco che avevamo incollando fan e ascoltatori allo schermo del pc. Ogni tanto si sente ancora parlare di scena, ma è solo l’ombra di ciò che stava morendo già dieci, quindici anni fa, è un’utopia che sta diventando sempre più ridicola ogni anno che passa. Vivere il metal nel 2018 qui in Italia è difficile senza alcun ombra di dubbio.

Il vostro percorso, a partire da Da’at, è diventato regolare oppure devo aspettarmi momenti di silenzio assordante e dischi pubblicati a distanza ravvicinata? Apsychos: Non sappiamo cosa ci riserverà il futuro, abbiamo ancora moltissimo materiale da dover pubblicare e molte idee da buttar giù. Per adesso l’idea è quella di continuare a pubblicare con una certa regolarità, ma ciò che ci si prospetta davanti ci è ancora per lo più ignoto.

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