Non è tempo di battute sulla ‘Nduja: le ultime bellezze metalliche dalla Calabria

Sapete che c’è? Mi sono rotto il cazzo di cercare, trovare e riportare scuse e giustificazioni. Avrei potuto benissimo evitare questo post con motivazioni tipo “ehhh la zona non è propizia” oppure “lì non va il metal”. Sarei tuttavia stato ingiusto verso alcuni esempi virtuosi che danno un senso alla Calabria dal punto di vista musicale. Sullo sfondo una miriade di gruppi di altra epoca. Vi cito velocemente gli Headcrasher (uno dei tanti nomi nostalgici degli anni Ottanta italiani) e gli Armagedon (non erano tanti i gruppi italiani a suonare così nel 1996). Inoltre, più vicini nel tempo e di cui non ho notizie da fin troppi anni, alcune figure importanti della mia crescita metallica: Amorphead, Land Of Hate, A Buried Existence, Acrylate e chissà quanti altri sto dimenticando. Ma questo non è un post nostalgico. D’altro canto avrei volentieri tirato fuori i Glacial Fear, loro sì che hanno sempre meritato tantissimo e sono stati piuttosto costanti. Mi concentro invece su una manciata di album usciti negli ultimi mesi/anni senza peccare in sensazionalismo fine a se stesso. Fate finta che ci siano anche i Minervium, destinati a belle cose, che hanno esordito non tanto tempo fa e ora pubblicano l’ep per Narcoleptica Productions. A proposito di Minervium, il loro batterista fa da trait d’union con la prima band della rassegna.

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Angelo Bilotta ha infatti suonato nella prima succulenta demo degli Interiora. Si tratta di un gruppo che ha esordito nel 2015 con l’uscita appena citata, pubblicata in sole cinquanta copie fatte in casa. Non si hanno notizie degli Interiora da oltre un anno. La pagina Facebook è aggiornata alla pubblicazione, nella primavera del 2017, del 7″ che vi faccio ascoltare in basso. Man Eat Man è una breve e intensa eruzione di membra umane, un grind death carnale e di sostanza. Le tre canzoni che lo compongono avrebbero meritato ben altra sorte e gli Interiora altre possibilità per esprimersi sotto questo nome.


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Sì, perché l’anno scorso due di loro hanno dato vita ai Blasphemous Squad. A gennaio è poi uscito, totalmente DIY, un disco che è riuscito nell’intento di non farmi rimpiangere le gesta degli Interiora, benché lo stile sia cambiato. Ancient Blasphemous Fire è tanto estremo quanto godereccio, immerso nel black vecchio stampo, nel thrash e nello speed metal. La blasfemia chiama, i calabresi rispondono sull’attenti. A questo punto, con il duo in silenzio da diversi mesi, ci si chiede cosa starà bollendo in pentola per l’anno nuovo. Visti i precedenti mi aspetto di nuovo diverse variazioni.


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Il batterista di Interiora e Blasphemous Squad, Giuseppe De Paola, è stato protagonista, nel 2017, con un altro gruppo che potenzialmente può diventare devastante: i Boia. Al loro interno ci sono anche membri dei Gargoyle e dei Minervium. Dal nome emerge una mirabile ostentazione della semplicità del vecchio metal (loro stessi si definiscono, in modo calzante, necrometal). Ascoltando Chivalry of Death tutto assume tratti ancor più definiti. Da un lato si possono mettere nel rugginoso e saporito calderone assieme a Barbarian, Bunker 66 e Lich, dall’altro sono molto più propensi all’estremismo. E quindi sempre Hellhammer e metal estremo il più rudimentale possibile, ma con un occhio verso la roba più classica. I suoni molto secchi sono stati inizialmente un ostacolo, lo ammetto. Se le mie parole non vi bastano, per i Boia garantisce Caligari Records, che ha pubblicato la cassetta e il cd.


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Se dovessi puntare su un nome nuovo, nuovissimo, a malapena su Metal Archives, non esiterei a indicarvi gli Undergrav. All’inizio non sapevo fossero calabresi, solo dai vari post su Facebook ho appreso la provenienza. A capo del trio c’è Dorian Falconeri, già noto da queste parti per i Krypta e i Dechristianized, consigliatissimi e non molto vistosi. Ebbene, la Demo I mi ha subito colpito e affondato, è stata in rotazione massiccia nelle mie orecchie per tanto tempo, ma i due pezzi della Rehearsal sono ancora meglio. Siamo nel più sodo e gustoso old school death metal, tra Incantation e Grave, a occhio e croce. Nessuna sorpresa, nessun passaggio claudicante: sento solo l’aria delle grandi occasioni. Li vedrei bene su Everlasting Spew o Memento Mori.


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Chiudo con un gruppo che è calabrese solo al 50%. Da un lato del globo, in provincia di Vibo Valentia, opera Giuseppe Tatangelo/Tato, bassista di Zora e Glacial Fear (due ottimi gruppi dalla carriera invidiabile), dall’altro Chris Kuhn degli Human Repugnance, fermi da tempo nella lontana Pennsylvania. Il risultato si chiama Antipathic ed è una creatura moderna, potentissima e di grande impatto. Tato ci ha preso gusto dietro al microfono, dopo la grande prova nel full degli Zora in cui scoprivamo un’ugola diversa da quella di coloro che l’avevano preceduto, ma molto caratteristica. Questa considerazione vale ancora di più per il breve promo di sei minuti Autonomous Mechanical Extermination, uscito l’anno scorso. Tra brano singolo e streaming completo, si è guadagnato oltre dodicimila visualizzazioni sul canale di Slam Worldwide. Il freschissimo Humanimals (prossimamente per Despise The Sun Records) conferma e rilancia le quotazioni degli Antipathic, sebbene non abbia apprezzato alcuni aspetti secondari, come i punti in cui si usano sample e intermezzi (ancora poco spontanei) o la traccia che funge da outro, decisamente troppo lunga nei suoi quasi otto minuti di rumore bianco. Invece quando il singolare duo transoceanico si mette a suonare, sbattendo sul tavolo degli enormi attributi, è un vero piacere. Tra riff non banali, più old school di quanto possa sembrare a primo impatto, e rallentamenti ciccionissimi posti nei punti nevralgici del disco, la band ci regala un prodotto che guarda agli USA in modo molto deciso. Riascoltandolo assieme alle belle cose calabresi di cui vi ho scritto finora, provenienti da una terra che non è certo la Florida o la Norvegia del nuovo millennio, mi viene da ridere pensando ai lontani tempi bui in cui la musica metal italiana era considerata come un guazzabuglio di stereotipi, se non da terzo mondo. [F]

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