Arkhon Infaustus – Passing The Nekromanteion (Les Acteurs De L’Hombre Productions) 2017

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Deny the Urge: nove anni. Shaarimoth: dodici anni. Leng Tch’e: sette anni. Urn: nove anni. Death Toll 80k: sei anni. E infine Arkhon Infaustus: dieci anni. Tutte queste buone o ottime band hanno aspettato tantissimo per pubblicare qualcosa di nuovo. E il destino ha voluto che fosse tutto allineato per succedere nel 2017.

L’ultima band appena citata, francese e dalle grandissime capacità distruttive, ha stravolto la formazione, con il solo DK Deviant a gestire la baracca accompagnato dal batterista dei Temple of Baal e dei The Order of Apollyon. Ovviamente subito si sono scatenati i trueblackmetallersdistaceppa, gridando allo scandalo per l’assenza di musicisti fondamentali nei dischi migliori degli AI, ma soprattutto per un crimine ben più grave del dare fuoco alle chiese o decapitare caprette: aprire una pagina Facebook. Addirittura concerti? Addirittura un live all’Hellfest? Chiamate il Telefono Nero, per la protezione dei costumi del metallo nero. Chiamatelo pure. Ci sarò io a rispondervi con un pernacchione. Dai, siete seri? In dieci anni volevate gli stessi AI di Orthodoxyn? E dove volevate prenderli? In quel lasso di tempo la gente cambia vita radicalmente. Così avrà fatto DK quando invece di rivolgersi a Osmose o simili è andato ad accettare un contratto con Les Acterus De L’Hombre, qualcosa di totalmente opposto allo spirito dei vecchissimi AI, visto che già Orthodoxyn del 2007 era decisamente diverso dai primi, volgarissimi lavori. Passing The Nekromanteion è quindi più in continuità di quanto si possa pensare. Lo slittamento verso sonorità più criptiche e un po’ più melodiche/dissonanti non deve spaventare, non ci sono brani rammolliti. Le chitarre sono meno potenti e bestiali, è vero, ma nell’ottica di avere riff più sinistri e di atmosfera. La voce non è eccezionale, rimane nella normalità, tenendosi su registri medio/bassi di growl. Ma in generale si nota una maturità che nell’ormai penultimo album era raggiunta solo a metà, ancora non tale da permettersi uno strumentale fiacco e vuoto come Corrupted Epignosis, palese tentativo di perdere tempo. Era da stupidi aspettarsi ancora una copertina come Hell Injection o un brano pazzesco come Dead Cunt Maniac. L’unico difetto della prima uscita dei nuovi Arkhon Infaustus è la durata, perché appunto tolti i dieci minuti di Corrupted…, restano tre lunghe canzoni tra i sette e gli otto minuti. È come quando il tuo bomber del fantacalcio sigla una tripletta, mentre il tuo portiere decide di fare autogol. Sufficiente per esaltare un ritorno sensato e con della sostanza, già mille volte meglio del black/death che oggi va per la maggiore (Belphegor), ma non abbastanza per fare salti di gioia e strepiti come accaduto per gli Shaarimoth.
[F]

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