Leng Tch’e – Razorgrind (Season of Mist), 2017

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I Leng Tch’e sono sempre stati un cantiere a cielo aperto. Possiamo dividere la loro carriera in periodi: i primi due gloriosi e classici album usciti per la nostra The Spew Records nel biennio 2002/2003 in cui hanno quasi la stessa line up; in seguito la doppietta per Relapse tra il 2005 e il 2007, in cui accanto a Sven degli Aborted (qui alla batteria) resistevano chitarrista e bassista e venivano alla luce influenze death e in piccola parte sludge; poi Sven ha lasciato e per i nostri prodi è arrivato il momento di diventare grandi, sottoscrivendo nero su bianco che mai erano stati un side project degli Aborted.

Hypomaniac del 2010 segnava il passaggio a Season of Mist, seguito da un silenzio assordante di sette anni. Con un nuovo batterista e di punto in bianco -almeno per me che non sono un fan a livello terminale- esce una dichiarazione di intenti che ha tanto il sapore del sangue in bocca e dei denti che sono caduti dalle gengive. Razorgrind, così si definiscono e così hanno intitolato il loro sesto album. I Leng Tch’e sono ancora dei validissimi scazzottatori del grind moderno, che hanno preso a modello i Napalm Death attuali (da Smear Campaign a seguire) e li hanno leggermente modificati con dello sludge e dell’hardcore. L’unica continuità netta col passato riguarda la orribile copertina (oramai è un loro trademark, fanno tutte pena) e un brano finale bello lungo, più epico e lento. Per il resto c’è più slancio e rabbia animalesca nelle quattordici tracce rispetto a Hypomaniac, da cui sono passati pure sette interminabili anni. Non è l’altroieri, in sette anni ci sono persone che lasciano il metal, buttano tutti i cd e si convertono all’islam, e ce ne sono altre che vanno veloci verso la devastazione, come i Leng Tch’e. Rallentamenti e voci pulite molto stranianti sono all’ordine del giorno e ogni brano ha le sue peculiarità, dall’inizio di Guinea Swine condito di tastiera al breakdown infinito di Gundog Allegiance, dalla imprevedibile e pesantissima Cibus fino all’adrenalina di AnarChristic. Razorgrind, a dispetto del nome, è sì più tagliente, ma anche molto più sfaccettato dei dischi immediatamente precedenti. Riconoscibilità non vuol dire originalità, ovviamente. Ma nessuno la cerca da un gruppo del genere.
[F]

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