Polonia al polonio: Anima Damnata, Devilpriest, Furia, Kult Mogił, Untervoid, Widziadło

poland

La Polonia è metallicamente autosufficiente come poche altre nazioni europee. Neanche il Portogallo, che mi ha reso un uomo migliore col suo black metal, lo è. Intendo dire che se per un cataclisma non meglio specificato tutti i gruppi metal dell’universo -eccetto quelli polacchi- smettessero di suonare, io stare bene lo stesso. Avrei comunque un sacco di roba da ascoltare fino alla fine dei miei giorni, che stimo prudentemente come molto, molto lontana. Per cui prendete questo post come una sorta di omaggio a quella terra, conosciuta principalmente per tre gruppi, uno per generazione. È una profonda ingiustizia ridurre tutto a Vader, Behemoth e Batushka, soprattutto perché almeno in studio i primi due sono messi oramai abbastanza male e gli ultimi sono ancora lontani dal dimostrare il clamore generato attorno a loro.

a2629134691_16

Ragioniamo. Come possono pensare di essere considerati seriamente gli Anima Damnata con i nickname che si sono scelti? Fate attenzione a non scoppiare a ridere, soprattutto se siete in pubblico. Lasciando perdere i soprannomi, quello che c’è dietro è molto più interessante. Forse potrebbe essere utile sapere che tra questi si celano Necrosodom (cantante e bassista degli Azarath negli ultimi due album, nonché di tanti altri progetti minori come Thunderbolt e Deus Mortem) e il frontman dei massacranti Stillborn, qui bassista. So che gli Anima Damnata sono più risalenti dei gruppi appena citati, ma ci sono arrivato dopo. Nefarious Seed Grows to Bring Forth Supremacy of the Beast (Godz Ov War Productions) è da aggiungere al novero dei ritorni insperati e migliori del 2017, perché arriva a ben dieci anni dal precedente, e lo demolisce su tutti i campi. Sarà anche meno in vista di quello degli Arkhon Infaustus, ma è di una vitalità incredibile, brutale come un demone arrapato alle calcagna. È questo il punto: la malmostosa violenza dei gruppi di origine, con melodie non molto accentuate, severe e imperiali, è rivista in una freschissima chiave brutal/black, e questo dà una marcia in più al lavoro. Il tutto è sottolineato in modo sconvolgente da una produzione che raramente ho sentito così calda e adatta ad ogni singola nota suonata. Nonostante In Extremis degli Azarath sia un discone della madonna, Nefarious Seeds… ci mostra un Necrosodom ancora più invasato alla voce e ancor più a suo agio. Se consideriamo poi che almeno la metà dei brani dell’album sono anche memorizzabili abbastanza facilmente, capirete che parlando di qualcosa che la vostra collezione necessita assolutamente di avere. Quanta grazia!


a2435170734_16

Alla luce di tale meraviglia dell’estremo, cioè del miglior disco degli Anima Damnata, sapere che il loro chitarrista e il loro batterista compongono 2/3 dei Devilpriest è motivo di giubilo e anche di eccitazione più o meno dirompente a seconda del livello di perversione metallica. Se siete arrivati a leggere queste parole la risposta del vostro corpo dovrebbe essere inequivocabile. Devil Inspired Chants (Pagan Records) è forsennato, imperioso e crudele. Si tratta di una lussuriosa via di mezzo tra i Behemoth più death (cioè fino a un attimo prima dell’ultimo orrendo The Satanist) e i sempreverdi Azarath, con qualche passaggio alla Cannibal Corpse ogni tanto (Sacred Orgy). È un disco che non si perde in chiacchiere o preamboli: la sua ruvida forza sta tutta nella sua schiettezza e nella sua consistenza soda, polposa e invitante sin dal logo e dalla copertina. A me sono esplosi i timpani già dai primi ascolti. Non vi fare fregare dalla scarsa eco che questo bellissimo album ha avuto. Se dovessi scegliere solo uno tra Devil…, più tipicamente polacco, e il nerissimo Nefarius… degli Anima Damnata, probabilmente morirei nell’indecisione. O li ascolterei in contemporanea.


a3884779023_16

I Furia li vidi di sfuggita al Brutal Assault dello scorso anno e non mi riuscirono a trattenere, ero troppo stanco io o troppo difficile da rendere dal vivo la loro proposta? Rimarrà un mistero nei secoli dei secoli. Sicuramente su disco le mie impressioni sulla formazione di Katowice non sono affatto così tiepide, anzi. Loro e i Massemord (attenzione, non questi) sono tra le migliori cose partorite dalla terra polacca e i tanti album meravigliosi che hanno fatto assurgono a classici del black metal europeo. Non a caso ci sono tre membri in comune più A. dei Thaw. Da Nocel in poi i Furia si sono fatti ancora più ostici e particolari, e l’EP di cui vi scrivo usciva in vinile nell’ottobre 2016, giusto un mese prima di Księżyc milczy luty, ad oggi ultimo disco della band. Oggi Pagan Records lo pubblica in cd. Vi fa ridere che si chiami Guido? Poveri voi. È una miniera nella Slesia del Nord e lì, a trecento metri di profondità, in un solo giorno nell’aprile del 2016, è stato registrato. Li farei conoscere ai Dauthuz, tra parentesi. Ma sono molto, molto diversi, anche rispetto ai limitrofi capitoli discografici, si sente che Guido è tutt’altro, un mondo a parte, l’esperimento degli esperimenti. La forma canzone, specialmente nella seconda parte, è ancora più sfilacciata e spezzettata, un decaduto e spettrale crogiolo di neofolk e qualche accenno di black metal. Giustamente i Furia si definiscono nekrofolk.


a0142654677_16

Avrei voluto fosse semplice. Avrei voluto poter parlare dei Kult Mogił in scioltezza, come coi Devilpriest. Invece niente, sin da Anxiety Never Descending le certezze sono pochissime. Non è un death metal facile né diretto. C’è una buona dose di sperimentazione, di dilatazione delle canzoni. Di coraggio e sfrontatezza, fino ad ora a doppio taglio. Il loro esordio bisogna ascoltarlo per bene, questo è certo. È più per la rasoiata irregolare che per il passaggio coi mezzi cingolati, se capite cosa intendo. Un po’ Necros Christos, un po’ Gorguts, e un altro bel po’ di farina del loro sacco. Portentaque (Pagan Records) taglia di netto le propaggini più lente che ogni tanto si sentivano nella parte conclusiva di Anxiety…, dando sfoggio a un’inedita compattezza nell’arco di venti minuti. Suoni più rotondi e magmatici, idee tendenzialmente più chiare, assestamento più deciso sul death metal e in particolare verso quello fatto nelle caverne più rimbombanti da Portal e Grave Miasma: questi sono i punti focali dell’EP. Come al solito la chitarra sembra sempre sacrificata e rovinata dalle scelte di produzione, ma fidatevi dei Kult Mogił perché ogni passaggio ha un senso nell’insieme. La title track, protagonista dell’opera, è la fotografia dello stato di forma dei polacchi, sempre più lontani dal poter essere considerati come un semplice gruppo death metal.


a1473213059_16

Non credo abbiate sentito gli Untervoid prima di questo periodo. È un gruppo nuovo di pacca, anzi un super gruppo visto che sono coinvolti Destroyer, bassista dei mostruosi Kriegsmachine nonché revitalizzatore degli Hate nel periodo 2006 – 2015, e A., batterista dei Lost Soul fino al terzo album. Al momento in cui scrivo queste righe (inizi di gennaio) non sono manco su Metal Archives. Il loro è un esordio omonimo (Osmose Productions) a fari spenti, senza strilli pubblicitari o grafiche luccicanti, pare più un modo per sondare il terreno. Le quattro canzoni sono possenti e chirurgiche, piene di sontuose idee contorte, passaggi apparentemente lineari e infarciti di contro-tempi. Le linee vocali sono molto lunatiche e difficilmente catalogabili, decisamente sopra le righe, nel pulito anche troppo. Il genere suonato è molto particolare, da nessuna parte online si trovano azzardi di definizioni. Siamo a metà tra il death e il black, tra la dissonanza e la pesantezza, tra l’organizzazione iper-precisa e schizoidismi disparati come gli ultimi Shining svedesi, oltre a qualche punto in cui si fa evidente la militanza nei Kriegsmachine e negli Hate. Vi diranno che è un mini LP perché dura ventiquattro minuti, ma anche se i brani sono solo quattro c’è voglia di continuare a crescere e a lasciare stupefatti. Se gli Untervoid non ci sono riusciti, specialmente con la mirabile Inner Shrine con le melodie nordiche alla Borknagar, poco ci è mancato.


a2942042347_16

Vigiaduò: si legge più o meno così il nome di questa inattesa apparizione. Avevo contattato Opus Elefantum Collective perché è una label fighissima, ma con poco metal a disposizione. Mi avevano indirizzato dai Widziadło, ma chissà perché la risposta con il promo era finita tra lo spam. Anche Gmail può sbagliare allora! Ma fidatevi, non mi sbaglio io se vi dico che Void è qualcosa di grande. La stupenda copertina lo lascia presagire, poi parte Gateway e si è subito portati via dal flusso malinconico delle emozioni. Ora che ci penso non è comune che il black atmosferico con mire spaziali sia anche emotivo e melodico senza andare a finire nello shoegaze o nel post rock, in questo caso saremmo davanti a emuli di Lantlôs, Alcest e per ultimi gli umbri Falaise. Antoine Guilbert (ossia Onirism) ad esempio ha fatto un dischetto molto promettente, ma abbastanza… “descrittivo” e non ancora profondo abbastanza. Il duo polacco riesce in men che non si dica a crearsi una sua nicchia e a farne un universo, spingendo solo parzialmente sul linguaggio che qui si conosce meglio (primi due brani), puntando più sulla dolcezza nostalgica e sull’ambient: basta accorgersi come si abbrustolisce Nether Reach col passare dei minuti, e a come Halo e la seconda parte di Creation sono più vicine a una sorta di funeral doom psichedelico che ad altro. Quindi capite bene che l’etichetta mi diceva il giusto, non è tecnicamente e prevalentemente metal, soprattutto la parte centrale del disco, ma chi se ne frega se poi è di una bellezza straordinaria? Che belli i dischi con delle parti metal suonate in ottica totalmente non-metal! In Entering The Void, la traccia più impegnativa della scaletta ma anche la più prevedibile se bazzicate questo tipo di metal, fa bene capire come si costruisce il riff e la conseguente sfuriata partendo da polvere di stelle. E soprattutto dove va a finire tutto il metallo creato fino ad ora (non tantissimo, come vi dicevo) dopo il decimo minuto. Se vi aspettavate che citassi i Darkspace cascate male, non c’entrano affatto con la luce tenue che dirada la foschia dei Widziadło, che d’ora in poi sono autorizzati a prendersi il mio cuore e a portarlo dove riterranno opportuno, presumibilmente nel vuoto: “…e il naufragar m’è dolce in questo mare disco”.

[F]

Un pensiero su “Polonia al polonio: Anima Damnata, Devilpriest, Furia, Kult Mogił, Untervoid, Widziadło

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...