La vie en noir # 1: Time Lurker, Caïnan Dawn, Hyrgal, Heir, Meyhnech

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Ci sto prendendo gusto con certi post riassuntivi. La geografia era una mia grande passione da bambino e evidentemente non mi è passata. Ho scritto del death metal spagnolo e pian piano sto approfondendo il black portoghese, per cui i precedenti ci sono. Da piccolo rimasi a bocca aperta quando la prof di francese mi disse che la Francia era chiamata anche “Hexagone” a causa della sua forma. Effettivamente è un esagono bello e buono, sicuramente più appropriato dello “stivale” italiano. Beh ora su questa simpatica forma geometrica possiamo disegnare un pentacolo rovesciato, accendendoci sopra una dozzina di candele. In questo ultimo trimestre del 2017 dai nostri cugini transalpini sono arrivate notizie succulente, come il ritorno dopo dieci anni degli Arkhon Infaustus ad esempio, e varie sorpresine, alcune clamorose, di cui potrete leggere giusto qualche centimetro più in basso.

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Dal più profondo underground emerge statuario il progetto Time Lurker. È tutta farina del sacco di questo Mick, aiutato da diversi cantanti nelle parti vocali: Tony dei Rance, Cedric degli End of Mankind e dei Pyrecult, Thibo dei Paramnesia e dei Jeanne, Clement degli LMDA. Non li conoscevo, ho scoperto in questa sede che cantano molto bene. Ebbene Time Lurker ha deciso di andare in senso opposto rispetto alla contaminazione, volgendo il proprio sguardo e la propria ispirazione al black atmosferico americano. Ci sono tante influenze dei Wolves In The Throne Room con in aggiunta un’aura alla Weakling che rende tutto più scuro (magari in futuro si potesse arrivare dalle parti del capolavoro Dead As Dreams!). Dopo diverse one man band in cui i suoni della batteria azzoppavano l’alto livello qualitativo (Askvald, mannaggia la miseria) in questa occasione devo sottolineare un lavoro eccellente che riesce a dare spessore, profondità e spinta a un genere spesso appiattito su una specie di rumore di fondo senza capo e coda. Dei famigerati dischetti originari inclusi in questo primo full length omonimo (Les Acteurs De L’Ombre Productions) non c’è traccia in giro e quindi l’uscita è approvata in toto. Si sente la differenza tra le prime due canzoni risalenti al primo EP, più lunghe e debitrici del sound nordamericano, e le restanti cinque. Queste abbassano il minutaggio medio e danno l’impressione di voler insistere di più sull’atmosfera, anche grazie a intermezzi strumentali. La voce è ancora più straziante e depressiva. In generale si nota una virata verso qualcosa dalla struttura più tradizionale e meno elaborata: si continua la ricerca e si dispongono le proprie risorse in modo più ragionato. Un po’ come dovrebbero fare i Pénitence Onirique. Ne sentiremo delle belle, statene certi: monsieur Mick sta caricando il fucile a pallettoni grandi.


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Ai Caïnan Dawn sono arrivato per vie traverse, qualche anno fa, sulle ali dell’entusiasmo. Sarebbe più appropriato parlare di orgasmo, perché quello si prova ascoltando l’isolato (per ora) omonimo dei Maïeutiste e la commovente bellezza alpina degli Allobrogia, clamorosamente ignorati da chiunque. E insomma da lì sono andato a ritroso, 3/5 di Allobrogia suonano anche nei Caïnan Dawn, così come il chitarrista dei Maïeutiste vi suona il basso. Il buon Nibiru (2011) non impressiona solo se ascoltato subito dopo le cose appena citate, mentre thAMVIAL -uscito tre anni fa- è più introspettivo, con più dissonanze al suo interno. Caratteristiche che sono riproposte in maniera decisamente più matura nel nuovo FOHAT (Osmose Productions), per il quale si deve parlare di un grosso salto di qualità. Questi qui intendono il black metal in una maniera abbastanza classica, nel senso che non sono mai portate alle estreme conseguenze quelle melodie stridenti, ma si fermano in un ideale punto di incontro tra Watain, ultimi Mayhem e Inquisition, giocando sulle atmosfere e sulla capacità ipnotica di tutti i passaggi. L’abbondanza di arpeggi è funzionale all’obiettivo, non lo metto in dubbio, è tutto molto buono, ma certe volte si sente la necessità di qualche riff un po’ più diretto. A questo punto no so fin dove i Caïnan Dawn potranno arrivare, sapranno andare oltre i propri limiti come hanno fatto degli altri francesi simili a loro, ossia i Merrimack?


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Per adesso e solo per adesso, Hyrgal è un nome che non vi dirà nulla. A me non ha detto nulla prima di scoprire che il cantante/chitarrista ha suonato nei ben più noti Svart Crown per due album tra il 2010 e il 2013. Dal blackened death molto concreto a Serpentine (Naturmacht Productions) il passo è bello lungo. Sono cinque canzoni effettive con durata compresa tra i cinque e gli otto minuti, quindi c’è voglia di puntare su pochi episodi, ma buoni. Anzi, buonissimi. Ottimi. Splendidi a tratti. È tutto così emozionante e caldo, ho corso il rischio di commuovermi durante l’ascolto perché è un album che prende lo stomaco e lo gira sottosopra. Non ci sono suoni finti o stucchevoli giri di chitarra di due accordi ripetuti per mezz’ora, si resta folgorati in men che non si dica. Basandomi solo sulla musica avrei detto che gli Hyrgal erano islandesi (qualcosa di simile agli Zhrine o agli Auðn c’è), ma in sostanza si può tornare a ridosso delle Alpi azzardando una vicinanza a un ipotetico mix con Enisum e Void Paradigm. Serpentine è il classico disco che metti da parte solo quando lo hai ascoltato talmente tanto da conoscerlo a memoria. Esce per Naturmacht assieme a un altro discone come il secondo dei Dauþuz. D’ora in poi Hyrgal sarà un nome che mi/vi procurerà una miriade di sensazioni veneree.


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Ho scoperto gli Heir in uno degli split più belli e completi che le mie orecchie abbiano mai ascoltato, quello assieme a Spectrale e In Cauda Venenum. Lì avevano riversato i tre brani del loro EP d’esordio Asservi. “Take my body, take my soul, nothing matters now, I just need to follow you, I can’t find my way alone” urlavano in Sectarism, e subito mi era parso che descrivessero me mentre ascoltavo la loro musica. Il legame è diventato oggi ancora più forte, pressoché indissolubile col nuovo disco. Giulio Cesare brucia, e brucio anche io a causa della incredibile bellezza di Au Peuple de l’Abîme (Les Acteurs De L’Ombre Productions). In un anno si può diventare così decisivi? I ragazzi di Tolosa lo dimostrano con una facilità irrisoria, coniugando l’oscura eleganza a sezioni squassanti, andando a deflagrare non troppo lontano dall’immenso cratere lasciato dal passaggio dei compagni di etichetta Au-Dessus e Regarde Les Hommes Tomber. Sono decisive le lievi influenze post-hardcore/metal e sludge, dosate in maniera intelligentissima. Non si vuole mai saltare alcun brano, perché tutti e cinque sono saporitissimi, niente affatto ripetitivi, brulicanti di tantissime idee. C’è sempre qualcosa da imparare e per cui rimanere stupiti/colpiti ad ogni singolo ascolto, pur non essendo qualcosa di propriamente nuovo nel panorama metal. Il popolo dell’abisso è in visibilio per gli Heir.


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William Roussel (in arte Meyhnach) è un personaggio storico del black metal francese, che musicalmente conobbi con i Malicious Secrets (l’EP Apostles of Him, 2003), solo che io ancora non sapevo chi era, mi sono goduto la musica e basta. Stessa cosa con i Sektemtum, molto particolari, nei quali ha impreziosito il primo ottimo album Aut Caesar Aut Nihil. La sua importanza va oltre i confini nazionali grazie alla sua opera seminale nel suo progetto Mütiilation dagli anni Novanta, il cui corollario dark/ambient si chiama Satanicum Tenebrae. I lavori pubblicati sotto quel nome sono dei manifesti del genere, imitati in tutto il mondo (Portogallo in primis). Come spesso mi accade, sono molto interessato anche ai dischi meno conosciuti e post-2000, in cui si esplorano anche altre sonorità, e soprattutto al nuovissimo esordio semplicemente come Meyhnach. Stavo per fare la solita domanda idiota del tipo “perché cambia nome? Come se negli ultimi dischi dei Mütiilation fosse accompagnato da altri!”, ma poi ho capito. Non Omnis Moriar (Osmose Productions) è uno stacco netto dalla esperienza col suo ex gruppo principale. Quello è morto da dieci anni. C’è altro da fare su questa terra, infatti le tracce che ascoltiamo sono molto più sperimentali. Non a caso Nocturnal Caravan, con la batteria lanciata nel vuoto della velocità, è uno dei pezzi peggiori. La chitarra è appena distorta, niente affatto tagliente, così come la voce non va mai in screaming classico, è tormentata, disperata, impazzita (Alcohonaut Diary). Immagino Meyhnach che registra tutta la musica del disco in pochissimo tempo e dopo aver perso la lucidità in una sbronza colossale. Cenobites e la title track (che fa calare il sipario come un’ascia sul collo del condannato a morte) sono puro terrore, il Nostro non ha dimenticato come spaventavano le canzoni di Satanicum Tenebrae. Un grande sfoggio di personalità e coraggio, un ascolto intimo, come se Meyhnach fosse salito su un palco desolato di un locale deserto e abbia riversato parte dei suoi demoni su di noi. Non sarà black fuori, ma è nero, nerissimo dentro.

[F]

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