Intervista ai Rüsa Nivul

Il procedimento è sempre il solito: mi imbatto in un album su Bandcamp, lo scarico e cerco di analizzarlo con i musicisti che lo hanno scritto. Capirete bene che è quasi un dovere per me fiondarmi a capofitto su un progetto decisamente singolare come quello che vi sto per presentare. Antinazismo, Demetrio Albertini, black metal e paganesimo matriarcale: non avrei mai pensato di affrontare questi temi nella stessa intervista metal. Soprattutto in un periodo storico in cui – secondo le voci del popolo – il black metal è cosa di (estrema) destra. Eppure eccomi qua, faccia a faccia coi Rüsa Nivul. [F]

Se provo a cercare il vostro nome su Google, appaiono solo risultati a voi collegati. Cosa significa? Demetrio Il Tetro (voce): È un modo di dire in dialetto milanese, che letteralmente significa “(colui che) spinge le nuvole”, a intendere un perdigiorno, uno che fa una cosa inutile… Mi sembrava un’immagine poetica ed ironica per descrivere una certa mia attitudine.

Siete stati impegnati in musica prima di Rüsa Nivul? Qual è il vostro bagaglio pregresso di esperienze personali e culturali? D.: Entrambi proveniamo dall’ambiente del punk anarchico. Il mio bagaglio di esperienze è riassumibile in una bestemmia. Culturalmente sono stato influenzato dal Liceo Classico che ho frequentato, anche se non studiavo un cazzo, dai Nerorgasmo, dai Crass, dai Dropdead, dai Warcollapse, dall’anarchismo verde, dall’anarco-taoismo, dal tropical-punk, dal situazionismo e dal dadaismo, dal socialismo libertario. In negativo sono stato influenzato dal Cristianesimo Calvinista, che era l’ideologia di chi mi educava.

Perché avete assunto i nomi “di scena” di Alexander il Sarto e Demetrio il Tetro? Sono indicatori della vostra personalità? D.: Demetrio è un omaggio a Demetra e a Demetrio Albertini. La tetraggine direi che si, è un tratto della mia personalità. Alexander il Sarto (tutti gli strumenti): Siamo entità: i nomi che ci siamo scelti esprimono le nostre tensioni.

Aspetta: Demetrio Albertini? Uno dei miei giocatori preferiti dei miei primi anni di calcio! D.: Sì, io sono dell’82, ho vissuto l’era di Albertini, Maldini, Costacurta, Baresi. Era anche un mio mito del grande Milan.

Nella vostra complessa descrizione su Bandcamp, l’aspetto musicale è trattato nei seguenti termini: “black metal dolce che accarezza le ossa, punk istintivo da bestia feroce, musica gotica cimiteriale per seguaci di Kali”. Potete spiegarmelo? D.: Il punk l’ho sempre collegato all’istinto, alla rabbia, ad una animalità positiva. Il black metal dolce è un ossimoro, ma neanche tanto, certi dischi black metal mi sembrano dolci perché sono molto melodici nella musica e molto espressivi, intensi. Per quanto riguarda il “cimiteriale”, anche se non credo comunque che la mia anima o soggettività sopravviverà alla mia morte, mi affascina la morte come promessa di una rinascita, ed in ciò simile all’amore. La morte e l’amore sono fra le esperienze più intense. Comunque tale descrizione non riguarda solo l’aspetto musicale, ma contribuisce a tratteggiare un feeling diffuso nel progetto.

Sempre su Bandcamp, le vostre fonti di ispirazione sono indicate in Marija Gimbutas, Robert Graves, Károly Kerényi, Sarah Perini, Kathy Jones e Carl Gustav Jung. Eccetto quest’ultimo, sono all’oscuro di tutti loro. Cosa li accomuna e come contribuiscono ad alimentare Rüsa Nivul? D.: Li accomuna il racconto della Grande Madre, la Dea primordiale della Vita, della Morte e della Rinascita. In Europa questo archetipo è stato de-potenziato o demonizzato dagli dei patriarcali indo-europei e semiti. Rüsa Nivul nasce ispirato da questo “paganesimo matriarcale”.

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Le registrazioni di Sizigia si sono svolte tra il 2018 e il 2019. Come è andata? Avete fatto tutto da voi? Quali sono state le maggiori difficoltà riscontrate? D.: Sì, ci è pesato non essere una band completa che potesse provare i pezzi prima di inciderli.
A.: Tutto è partito da un concetto e dalle parole: la musica ha semplicemente seguito tutto questo. Difficoltà? Se fai le cose da solo, non ci sono difficoltà. È difficile quando hai tra le palle qualche prezzolato che non sa di cosa stai parlando.

Dal punto di vista compositivo come vi siete regolati? Avete modificato le canzoni in corso di registrazione oppure avete messo un punto al flusso di idee, conservandole per il prossimo album? D.: La prima che hai detto.
A.: La composizione è per definizione un gioco di equilibri. È giusto cambiare quello che hai pensato inizialmente quando – strada facendo – ti accorgi che non funziona come dovrebbe. La nostra testa è grossomodo rotonda perché così consente ai pensieri di cambiare direzione quando serve.

Secondo me ci sono tre apici nel vostro album: Figlio della Vergine Selvaggia, La Strige e Iniziazione Mediterranea. Potete spiegarmi la storia di queste canzoni? D.: Figlio della Vergine Selvaggia è una identificazione rabbiosa con l’antico archetipo del “dio” pagano pre-patriarcale, figlio ed amante della Signora. Vi si mischiano temi personali e mitologici, come nelle altre due canzoni. Strige è un invocazione alla Dea della Morte come Iniziatrice, Madre, Terra da cui rinascere dopo la Putrefazione, Amante a cui consacrare il proprio corpo nella guerra contro il Dualismo Trascendente. Iniziazione Mediterranea è un inno a Venere come Iniziatrice nel viaggio nelle profondità, Amante e Compagna, Signora del Mediterraneo. È anche la canzone che triggera malissimo Aleksandr Dugin.

Volevo chiedervi in che termini Carpe Noctem e Seguimi potevano essere considerate canzoni “romantiche”, ma in realtà il tema dell’amore è presente anche in altre parti di Sizigia. Potete darmi qualche spiegazione? D.: Sono canzoni d’amore, certo. Intendo l’amore come qualcosa di totalizzante. Nelle sue varie forme, può essere un grimaldello per scardinare l’individualismo. L’importante è che sia vissuto intensamente. Ciò che si ama è ciò a cui ci si dedica, per cui si vive e per cui si muore. Da questo si può giudicare una persona.

Cosa rappresenta la copertina dell’album? D: Una Ierogamia.

Che significato ha per voi cantare in italiano? D.: Cantare in italiano è il modo più semplice per esprimersi in un modo valido. In inglese sarebbe più difficile padroneggiare i vocaboli. Le parole sono molto importanti.

La vostra musica ha un significato allegorico? Ci sono collegamenti nascosti all’attualità? D.: I testi hanno significati simbolici. Ci sono collegamenti con l’attualità perché certi temi sono sempre attuali.
A.: E come potrebbe essere altrimenti? Viviamo nell’attualità e in particolare in un periodo storico in cui l’umanità sta mostrando tutta la sua stupidità e miseria. Con il nostro progetto artistico vogliamo mettere in pratica una forma di resistenza a tutto questo.

Qual è l’approccio giusto per comprendervi e apprezzare nel modo più completo la vostra musica? D.: Penso leggendo i testi. E chiudendo gli occhi quando si ascolta la musica.

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Il black metal (in particolare quello italiano) è sano, malato, morente o in via di guarigione? Seguite altre band? D.: Mi sembra in espansione, a livello di fenomeno musicale e culturale. Purtroppo è ormai inflazionato da decine di band-fotocopia. Di estero seguo i Wolves In The Throne Room. Musicalmente mi piacciono Mgła e Sargeist. Realtà italiane interessanti sono Selvans, Taur-im-Duinath, Homselvareg.

Non vi vedo molto arrembanti sui social network. State ancora studiando come muovervi o non è proprio il vostro mondo? D.: La seconda che hai detto.

1) Formato fisico di Sizigia (magari tramite una label che vi apprezzi per quel che siete e non per quanto pagate); 2) band completa per fare concerti (magari senza sborsare migliaia di euro ad agenzie truffaldine). Sono due punti che vedremo nel futuro prossimo? D.: Probabilmente uscirà qualcosa di fisico di Sizigia. Data la difficoltà di trovare membri per suonare dal vivo, probabilmente proporremo dei live con la formazione a due, in cui daremo più spazio alla parte folk che a quella black metal.

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