Intervista a Francesco Del Vecchio (Taur-Im-Duinath, Párodos, Scuorn, ex One Day In Fukushima)

Francesco Del Vecchio è un musicista campano che avete sicuramente notato perché suona (o ha suonato) in diversi gruppi, abbracciando molti generi musicali. Dalla roba irruenta dei Throes of Perdition, al grindcore dei One Day In Fukushima, e ora session live per uno dei gruppi italiani più conosciuti, Scuorn, oltre che chitarrista dei Párodos. Ma io ho voluto privilegiare il suo progetto Taur-Im-Duinath, che è quello che reputo più maturo e che preferisco. Del Flusso Eterno è finito anche nella mia listona di fine 2018, tra l’altro. Ma partiamo dall’inizio. [F]

Di Crimson Delirium e Throes of Perdition che ricordo ti porti dietro? Qualcosa di Fates poteva far capire che un giorno saresti andato “altrove”. Di quell’epoca reco solo bei ricordi e tanta spensieratezza. E lì che tutto è iniziato: le cover dei Misfits, dei Metallica e di Danzig; le ore passate in sala prove senza avere nessuna pretesa se non spaccare il mondo in due con la nostra musica. Era tutto più semplice e meno complicato: non ce ne fregava niente, l’importante era suonare e passare tempo assieme.

Perché si è tutto lentamente spento con gli anni? Avete tutti cambiato gusti? Col tempo le cose cambiano (in meglio o peggio, chi lo sa?), e non solo i gusti musicali ma anche il modo di pensare e le circostanze che costringono ad adattarci ed evolverci. Dopo aver intrapreso questo cammino nel 2008 (avevamo tutti 14/15 anni), la crescita è stata inevitabile. Io personalmente iniziavo a sviluppare gusti diversi e disparati, lontani ormai dal genere dei Throes of Perdition. Per questo e altre ragioni, dopo un’ultima serata, abbiamo concluso questo lungo viaggio.

I Throes Of Perdition hanno finito la benzina e tu ti sei trasferito da altri tuoi concittadini, gli One Day In Fukushima. Che tipo di esperienza è stata? Che contributo hai dato ai brani in cui hai suonato? L’unico mio contributo compositivo per gli ODIF fu la bozza di Giù la Testa, per il resto non potevo competere con il riffing di Fabrizio. Conservo gelosamente le esperienze con loro, abbiamo girato parecchio e ci siamo divertiti moltissimo.

Perché lasciasti gli One Day In Fukushima? Sei ancora in buoni rapporti con gli altri? Tutto sommato in una cittadina come Eboli non conviene farsi nemici… o no? Semplicemente non era un genere che volevo suonare, e sono andato oltre. E sì, siamo rimasti in buoni rapporti. Non conviene farsi nemici a Ebola…

Uhm non sembri molto entusiasta della tua cittadina… o è solo un ghiotto gioco di parole? E’ un semplice gioco di parole “affettuoso”. Diciamo così.

Torniamo alla musica. Quando hai incontrato Gianpiero e Giovanni erano già ex Your Tomorrow Alone oppure ti eri avvicinato a loro anche anni prima, a ridosso di Ordinary Lives, magari come fan? Il caso volle che quando io e Alessandro suonavamo ancora nei Throes, ci trovassimo a suonare assieme ai Your Tomorrow Alone un paio di volte. Ma non ci conoscevamo, scambiammo qualche chiacchiera, ci conoscemmo solo tempo dopo.

I Párodos sono immediatamente diventati una bellissima storia, con una demo nel 2016 seguita l’anno dopo da un album per Inverse Records. Da chitarrista cosa si prova a suonare in un album complesso come Catharsis? Da qualche parte ho letto che voce e tastiere la fanno da padrone, comprimendo il tuo ruolo. Cosa pensi di questa affermazione? All’inizio è stato complicato: fu il mio primo vero approccio alla composizione, senza un altro chitarrista con cui confrontarmi. Poi ho iniziato a prenderci gusto, progressivamente. Per quanto riguarda le “voci” e le opinioni, immagino il motivo di queste. Quello che faccio nei Párodos è un semplice lavoro di chitarra ritmica, che insieme alle linee di basso, costituisce la base del pezzo in sé. Per cui sta alla tastiera e alla voce il compito di gestire la melodia.

Negli ambienti black i Párodos sono considerati nati con la camicia: ti sei chiesto perché? Forse per il legame con Giulian degli Scuorn che vi porta spesso e volentieri in giro per l’Italia e per l’Europa? Mi interessa poco delle dicerie, né mi interessa sapere il perché di esse. Se poi “spesso e volentieri” vuol dire un singolo tour in Europa, allora sì, andiamo in giro spesso e volentieri con lui.

Non intendevo “spesso e volentieri” con un’accezione negativa, anzi. Credi che gli Scuorn stiano riuscendo a infrangere uno dei luoghi comuni del metal italiano, cioè fare le cose alla cazzo di cane? Direi proprio di sì. Giuliano ha una mente organizzativa e una visione d’insieme del progetto assurda.

La tua concezione del metal e della musica in generale è la medesima in Párodos è Taur-Im-Duinath? Sono più le affinità o le divergenze tra i due progetti? Sono due aspetti diversi del mio modo di vedere la musica, sia come approccio che come idee. Al di là di gestirlo praticamente da solo, TID è un modo per esprimere me stesso in maniera diretta e istintiva, e puramente emotiva. Niente è dato per scontato o deciso a tavolino. E’ l’aspetto più “primordiale” del mio essere. Mentre Párodos, per me, è un modo per sperimentare e far uscire fuori il lato più prog rock e post-cose. Di base non abbiamo limiti, spaziamo in diversi generi, come si può sentire in Catharsis. Ma qui la scrittura dei pezzi è già più “organizzata”. La composizione è democratica, ognuno aggiunge il proprio colore. Non c’è una sola mente, ecco.

Viene prima la tua esperienza negli Scuorn come chitarrista live o la nascita di Taur-Im-Duinath? Cosa hai imparato dalle decine di concerti fatti fino ad ora? Cosa metteresti tra i lati positivi e quelli negativi? Il progetto TID prende forma nella mia mente già nel 2015, e la demo Randir è uscita prima di qualsiasi cosa pubblicata con Párodos. Quindi sì, viene prima dell’esperienza con Scuorn.

Taur-Im-Duinath, la foresta tra i fiumi. Perché Tolkien? Non se ne potrà mai fare a meno nel metal? Ci sono miriadi di passaggi suggestivi, praticamente in ogni pagina delle sue opere. Perché è il mio autore preferito, e mi sono perso tra le sue pagine innumerevoli volte. E’ una cosa che lascia il segno. Per me è stato solo naturale trovare un nome dall’universo del Professore. Quel particolare nome ha senso perché non ha praticamente rilevanza nella storia di Arda, è di nicchia e soprattutto non è un nome collegato al “male” o all’“oscurità”. E’ perfetto per l’idea che ho dato al progetto.

Hai ritrovato tratti tolkieniani e fantastici nei boschi del sud della Campania? Gli Alburni sono il Taur-Im-Duinath d’Italia? Non c’è nessuna corrispondenza tra la mia “realtà” e quella di Tolkien, se non per la casualità che Eboli è circondata davvero da due fiumi (il Sele e il Calore). Detto questo, è impossibile non trovare elementi fantastici quando si vaga in fitti boschi, perdendosi tra i tronchi. Chissà, potrei aver visto un Nazgul o un elfo scuro una volta.

Cosa ha appreso dalle registrazioni di Randir, uscito nel 2016? Come ha diffuso la tua musica allora? Ho appreso che lavorare alla produzione di un disco/demo qualsivoglia è stancante e annichilente. D’altro canto, personalmente è un arricchimento, e poter gestire tutto secondo i miei desideri e i miei voleri senza dover mediare o andare incontro ad altri è stato vitale.

“Stancante e annichilente”. Mi viene spontaneo allora chiederti: chi te la fa fare? Sicuramente alla fine sulla bilancia ci saranno più aspetti positivi che negativi, ma cosa ti spinge ogni volta a crederci, a tornare a sudare nel creare nuova musica? Per me diventa un bisogno fisico continuare a comporre materiale e non fermarmi mai. E’ vero, è stressante, ma ne vale sempre la pena.

Edoardo De Nardi di Metalitalia lo ha recensito in modo giusto, a tuo avviso? Ti serviva un parere severo che ti dicesse che Randir non si distingue “da una qualsiasi delle migliaia delle uscite di settore che invadono il mercato da due decenni abbondanti a questa parte”, che si tratta di un “lavoro forse ingenuamente troppo attaccato alle gonne dei suoi ispiratori”? Non è nelle mie intenzioni rinnovare il genere o inventare qualcosa di nuovo. Quello che mi interessa è creare qualcosa di sincero e puro, istintivo, violento e profondo emotivamente. La demo non era niente di che, è stata più una prova che ho fatto con me stesso, che non ho nemmeno promosso in termini di pubblicità. L’idea era solo di mettere giù qualcosa di semplice e diretto, senza fronzoli.

Del Flusso Eterno: spiegami il titolo del tuo nuovo album. È collegato alla copertina? Il nucleo concettuale dell’album è ispirato dalla “Terra Desolata” di T.S. Eliot, che affronta il tema della circolarità naturale nella “modernità”, sostenendo che l’uomo non è capace di riscuotersi dal lungo inverno e abbracciare il ritorno della primavera. In sostanza una circolarità spezzata, o quasi. L’uomo si crogiola nella staticità mortale dell’inverno e non ha più stimoli vitali. Ma è davvero così? L’uomo è totalmente incapace, ormai, di vivere secondo i cicli vitali di rinascita/morte? E’ una domanda a cui torno spesso, ma a cui non ho trovato risposta. Del Flusso Eterno è una riflessione sulla circolarità della Natura, del rapporto dell’uomo con essa, rapporto ormai di paura/soggezione nei confronti della Madre Terra. La copertina è una foto di Marco Alfieri (Párodos), che mi ha stregato dal primo momento che la vidi, e decisi che doveva essere la copertina del disco.

C’è meno Tolkien che in Randir oppure è solo la mia impressione causata dal fatto che non leggo sue opere da troppo tempo? Sia in Randir che in “Del Flusso Eterno” non ci sono collegamenti diretti a Tolkien, tranne per qualche citazione e tranne per Symbelmyne, Hirilorn e Mallorn (Intro, intermezzo e outro), che sono comunque legati alla sfera naturale/vegetale. Non era nei miei intenti trattare di Tolkien nei brani, ma solo trarre spunto dalla sua tragicità.

La vita quotidiana è tragica allo stesso modo? Ci sono spunti personali nei testi che scrivi oppure cerchi di crearti un tuo alter ego? Nessun alter ego, nei testi che scrivo si cela una parte di me e un po’ della mia visione delle cose. Oppure cerco di esprimere come sento alcune cose in particolare, e cosa significhino per me.

Su MetalArchives c’è scritto “anti religion” tra i temi trattati da Taur-Im-Duinath. Ci hanno azzeccato? Quando creai la pagina facebook scrissi nella descrizione “No religion, no politics”, quindi immagino l’abbiano tratto da lì.

È difficile scrivere e registrare un disco da solo? O quasi, visto che hanno collaborato anche un paio di compagni nei Párodos. In questo lavoro sono stato aiutato dal mio collega G.Orion (Párodos), che ha arrangiato e registrato tutte le linee di basso. Marco Alfieri ha registrato una parte recitata nel brano Del Flusso Eterno. Per il resto ho scritto/registrato tutto io. E la risposta è sì: è molto difficile e stancante. Ma il vantaggio è di avere tutto il tempo a disposizione e lavorare con calma e senza pressioni.

Ti ha dato particolare tormento l’allestimento della batteria? Sei riuscito a renderla meno macchinosa di Randir, a tuo avviso? All’inizio sì, poi una volta capito il funzionamento è filato tutto liscio. Direi che rispetto a Randir la batteria è molto più elaborata.

Eri più emozionato nel primo live dei Taur-Im-Duinath o in questa intervista? Il problema era la telecamera, in più ero appena sceso dal palco e stavo realizzando molte cose.

A parte il discorso naturalistico, essere della provincia, lontano dalla città, ha influito sul tuo modo di scrivere musica? Decisamente sì, anche e soprattutto perché dopo aver vissuto 4 anni a Napoli avevo bisogno di isolarmi e stare in tranquilla pace.

Avendoci vissuto, credi che esista una scena metal a Napoli? Per quanto mi riguarda sono “l’ultimo arrivato” a Napoli, quindi non ho una visione d’insieme che mi permetta di definire una “scena” a Napoli. Conosco qualche band, tra le cui fila ci sono miei cari amici, ma non la chiamerei una vera e propria scena. Azzarderei a parlare di una “scena campana” più che altro, sviluppatasi in tempi recenti, nata dalla collaborazione e l’amicizia tra gruppi di Salerno, Napoli e Caserta. Uno degli input maggiori per quanto concerne eventi di un certo calibro è il Cult of Parthenope Black Metal Fest, che sta donando nuova gloria al panorama musicale campano.

Per te cosa vuol dire migliorarsi? Come si può andare oltre, sia per i Párodos che per Taur-Im-Duinath? Vuol dire innanzitutto conoscere se stessi, i propri gusti ed esperienze e di trarre e sublimare tutto in musica. Rinnovarsi, ma non nel senso di adattarsi o seguire qualche tendenza o di pulire il proprio sound o produrre un disco “migliore” in termini di qualità, ma di superarsi, essere sinceri con se stessi e con quello che si sta creando, senza forzature.

In questa conoscenza di sé, c’è anche la capacità di riuscire a capire se e quando smettere? Sei ancora all’inizio della tua carriera, ma io sono molto fatalista e ti chiedo: riesci ad immaginarti mentre appendi la chitarra al chiodo? Io forse sono anche più fatalista. E pragmatico. Per come la vedo io, è inutile trascinarsi a oltranza in questo mondo. Se un giorno dovessi capire che non ho più niente da dare, o che magari non mi interessa più avere a che fare con i metallari e il metal in generale, mi toglierò di torno e basta.

La concorrenza di gruppi incredibili come ad esempio i Selvans, rimanendo in Italia, ti spinge a dare sempre il massimo? Concordo sui Selvans, sono un progetto incredibile che prediligo moltissimo e che mi è molto affine. Per quanto riguarda la concorrenza mi interessa poco, avrei scelto un altro genere se badassi a queste cose. Io do sempre il massimo in quello che faccio, ma non per competere o raggiungere un obiettivo.

Sei giovane sia anagraficamente che musicalmente. Non hai mai trovato un certo ostruzionismo da parte di chi, magari con molti più anni di te, non è ancora riuscito a fare qualcosa di “serio” come i tuoi Catharsis e Del Flusso Eterno? Fino ad ora non è mai stato un problema, o meglio nessuno si è mai confrontato apertamente con me in questo senso.

Credi che la sincerità sia una caratteristica dello spaccato di metal italiano che stai vivendo in prima persona? Voglio dire, a te farebbe piacere ascoltare critiche motivate a quello che fai? Perché vince il “volemose bene”, salvo poi spettegolare alle spalle? Io credo che nel metal ci sia più vanità, voglia di apparire e ostentare che sincerità per quello che si fa. E soprattutto nel Black Metal. Penso che le critiche siano la cosa più utile di sempre, posto che siano motivate e abbiano un fondamento, anche perché solo un orecchio esterno può effettivamente capire meglio le cose. Non me ne faccio nulla di vuote ciance, complimenti a caso, se poi magari come dici tu si sparla solamente. Che tristezza.

2 pensieri su “Intervista a Francesco Del Vecchio (Taur-Im-Duinath, Párodos, Scuorn, ex One Day In Fukushima)

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