Monolithe – Nebula Septem (Les Acteurs De L’Ombre Productions, 2018)

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Perso nel meraviglioso Palimpsests dei Vin De Mia Trix, non mi ero preparato al ritorno dei Monolithe. Come avete letto in questi mesi, di doom non ne ascolto tantissimo, ma quando decido di farlo ci vado giù pesante. Oddio, non mi sono mai sembrati così pesanti o insostenibili i Monolithe, anzi. La classe innata consentiva loro di rimpinzarci, nella prima parte della loro carriera, di singoli brani di oltre cinquanta minuti senza dare la possibilità di batter ciglio. In seguito hanno insistito ancora di più su simbologia e numerologia astrale.

Epsilon Aurigae e Zeta Reticuli (2015 e 2016) prendono il nome da due costellazioni e hanno una struttura identica (tre canzoni da quindici minuti esatti), mentre il nuovo, settimo sigillo, intitolato Nebula Septem è composto -indovinate un po’- da sette tracce da sette minuti spaccati, la formazione della band ha sette elementi e la copertina… beh anche quella ha richiami al sette. È la prima esperienza senza il cantante Richard Loudin, che ha lasciato a luglio 2017, una sorta di interregno perché quella che sentiamo non è la voce del suo successore ufficiale, ossia di Rémi Brochard, anche chitarrista, bensì di Sébastien Pierre. Quest’ultimo ha solo dato stabilità ai francesi in un momento di incertezza, infatti le sue band sono altre: Enshine, Cold Insight e Fractal Gates. Bene. Fin qui tutto ok. Ciò state leggendo l’ho cancellato e riscritto mille volte perché coi Monolithe non è mai semplice. Pensi di averli capiti? E ti fanno lo sgambetto. Non mi è mai piaciuto definirli funeral doom, figuriamoci ora, che giocano in maniera sontuosa col prog e con tastiere sempre più fantascientifiche. Hanno una padronanza spaventosa della scena e delle tempistiche delle loro canzoni. La modulazione del growl, le strofe e la struttura di alcuni brani mi fanno dire che Nebula Septem è il più tradizionale e meno avventuroso, mentre proseguendo per la scaletta e arrivando ai tre brani finali le mie convinzioni si capovolgono e credo che sia tutto il contrario, che oramai sappiano giocare impeccabilmente con la melodia senza mai risultare commerciali o ripetitivi. Se è vero che si continua sulla scia del bellissimo Zeta Reticuli (che per assonanza di pronuncia chiamo in amicizia Zero Tituli), bisogna pure ammettere che i germi di quanto stiamo ascoltando c’erano già in parte da Interlude Second, se non da sempre. Sylvain Bégot e i suoi compari d’afflizione ci hanno sbattuto per l’ennesima volta col culo a terra e con lo sguardo fisso verso il loro monolite di perfezione.
[F]

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