Asgard (Svizzera) – War At Last (Wolfmond Production), 2017

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Come state messi a black metal svizzero? Su due piedi, a parte i Samael di una volta e a parte tutto ciò che ruota attorno a Bornyhake (ossia Pure, Borgne, Enoid e via discorrendo) non mi viene altro di notevole. Poi scopro i trucidi Hellvetic Frost e i più affilati Totenheer, questi ultimi autori di un solo bel disco nel 2013, in cui ha avuto un ruolo determinante Abbadon. Non quello dei Venom, che tra l’altro si chiama Abaddon: in ogni caso viva l’originalità.

Ebbene costui una decina di anni fa aveva fatto un paio di demo con gli Asgard (confermo: originalità da capogiro) per poi mettere a tacere il progetto. Oggi mi appare dal nulla un nuovo EP, War At Last, e devo ammettere che il primo impatto con questa band è davvero positivo. Sarà una questione di attese, sarà che il nome e la copertina sembravano molto più propensi a qualcosa alla cazzo di cane impotente, e invece bim bum bam è un’uscita più che buona. Alla fine dei conti con una durata di 28 minuti io parlerei di un vero e proprio album, soprattutto tenendo conto che per il genere e le capacità messe in mostra una durata superiore sarebbe da pazzi suicidi. Il bello è che ci sono idee diverse in ognuno dei quattro brani, tanto che il blackster adirato e con probabili e dolorosissime ragadi che vedete in copertina è riempito di contenuto non indifferente. Non ci potrai fare discorsi sui massimi sistemi, ma almeno sa articolare una conversazione sulla politica interna. Allo stesso modo gli Asgard gestiscono bene il loro tempo e dispensano inattese molliche melodiche e di gran gusto lungo il loro sentiero. Da sottolineare anche come in sede di produzione si siano riusciti ad addomesticare i suoni a seconda delle necessità, perché se Spell Of Oppression è una sorta di manifesto, Between Two Worlds ci mostra il lato più violento della band, per poi concludere con due epiche composizioni che pure sono diversissime l’una dall’altra: Wings of Asgard è appropriata al moniker, e infatti ha consistenti tinte epic black e un riff di apertura che sa di heavy metal classico; la title track è totalmente diversa, si presenta con la lentezza e un latrato talmente disturbante che può appartenere solo al soldato che passa col carretto a raccogliere i cadaveri. Eppure anche qui non si rischia nemmeno un attimo di rimanere paralizzati dall’imbarazzo. C’è solo qualche porzione tra le cose più melodiche che avrebbe meritato uno sviluppo più cosciente o un taglio netto. I ragazzi hanno delle potenzialità.
[F]

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