Rogga Johansson, un uomo chiamato death metal: dai Paganizer alla conquista del mondo

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Rogga Johansson. Un nome, un manifesto, un’istituzione. Siamo nel 2018 ed è difficile non essere passati almeno una volta nella vita su un suo disco, ma poniamo che fino ad oggi abbiate ascoltato solo rap albanese. Il signore che vi ho nominato è una delle più coriacee e irriducibili incarnazioni del death metal. Ne produce in continuazione, a ritmi non coerenti con nessun’altra prospettiva di vita: quindi si desume che lui È il death metal. Avevo tentato di intervistarlo qualche anno fa, ha voluto le domande e non ho mai ricevuto risposta. Penso mi avesse bloccato, a un certo punto. Ma lo capisco, so essere molto rompicoglioni quando voglio. E so anche dimenticare questi episodi. Finché la musica vale, il resto non conta.

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Arrivano stimoli e impulsi da ogni parte del mondo. Tutti diretti a questo blog. Se non facessi altro nella vita (sai che palle…) pubblicherei tre post al giorno, sorrisoni e pacche sulle spalle. Umanamente però è impossibile far uscire qualche riga sulle uscite rispettando le scadenze. In questo spazietto ho raccolto alcuni spunti sui miei personali sette peccati capitali, ossia quei dischi che hanno trovato poca eco mediatica, soprattutto a livello italiano, che probabilmente vi sono passati davanti senza che ve ne siate accorti. Stava capitando anche a me, che ho tempeste di mail promozionali. In modo fine direi che è un’ideale di giustizia quello che mi guida. Volendo parlare come mangio, terra terra, è un modo per recuperare uscite minori solo sulla carta.

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