Intervista agli O

Primo aprile, la deflagrazione: il nuovo album degli O è uscito su Bandcamp. Vado nel panico, sulle prime non ho il coraggio di ascoltarlo, figuratevi di chiedere una delle mie solite intervista ficcanaso. Il motivo è il seguente: se fosse stato anche solo in parte meno bello dei suoi predecessori non avrei retto il dispiacere. E invece, come avrete oramai intuito, Antropocene è un altro lavoro maiuscolo, notevole, imprescindibile. Sono felice che Samuele e Maurizio, rispettivamente cantante e bassista, abbiano risposto così volentieri alle mie domande: è una graditissima conferma delle impressioni ultra positive che avevo di loro. [F]

Vi chiamo O e anche Circular Sign, almeno nella prima domanda, così aiuto nell’indicizzazione sui motori di ricerca. Dite la verità: non ci avevate pensato al fatto che fosse difficile rintracciarvi in rete? Ve ne fregate altamente, lasciando i vostri poveri fan nelle lacrime della disperazione? Maurizio: È una cosa che ci hanno fatto notare spesso, ma, come tutte le scelte che avvengono all’interno della band si da precedenza alla profondità di senso, all’estetica, in qualche modo all’estremismo concettuale/sonoro. Il nome ed il segno “O” ci era piaciuto così tanto che abbiamo deciso di tenerlo pur essendo consapevoli che fosse la cosa meno internet/marketing/furbetta di sempre. Ci tengo a dire che “circular sign”/“segno circolare”/“we are O” e nomignoli del genere sono solo degli stratagemmi per riuscire a prendere i domini dei nostri vari account sul web, ci chiamiamo semplicemente “O”!

Avete pubblicato Antropocene in pieno periodo di emergenza sanitaria. In primo luogo vorrei sapere come state e come vivete l’epidemia. E poi se è un caso che ci sia voluta una situazione quasi catastrofica per farvi tirar fuori un altro album o se era tutto già programmato per questa primavera. Samuele: Abbiamo pubblicato Antropocene in questo periodo perché ci sembrava molto coerente, so che può suonare cinico, ma è così, scegliendo il brano C. come singolo poiché era perfettamente attinente col coronavirus. C. parla del cancro, la più tremenda patologia di quest’era. La lettera iniziale era la medesima. Stiamo vivendo un momento gravissimo e non solo a livello sanitario, ma di inquinamento, di superficialità, di ignoranza e noncuranza della natura e del mondo che stiamo distruggendo. I tempi erano maturi per presentare questo frutto canceroso che è il nostro oscurissimo album.

Sono trascorsi quattro anni e mezzo da Pietra. La domanda sorge spontanea: cos’avete fatto nel frattempo, oltre a creare la musica contenuta in Antropocene? Maurizio: Abbiamo continuato a provare (spesso due volte alla settimana) ed abbiamo suonato in giro per l’Italia e per l’Europa. Abbiamo scritto molti pezzi e davvero molti sono stati cestinati: Antropocene è davvero un distillato di continue “discussioni creative” in saletta.

Antropocene è l’epoca geologica in cui stiamo vivendo. Insomma, vivendo è un’eufemismo. Diciamo che tentiamo di sopravvivere, sbagliando ogni cosa. Perché questo titolo e quali sono i temi principali dell’album? È il vostro album “ecologico”, come traspare ad esempio in C., Escluso ed Era? Maurizio: Il tema del rispetto verso la natura è una cosa che ci accomuna profondamente da sempre, così come ci accomuna il pensare che la maggior parte delle azioni dell’uomo sono principalmente gesti egoisti, che di etico non hanno nulla e che distruggono ciò che di più prezioso abbiamo: la vita del pianeta (e di conseguenza quella della nostra specie). Le tematiche toccano diverse sfaccettature di quello che per noi è il concetto di antropocene.

Nel testo di Mare Morto sono inclusi dei versi di un capolavoro dei Doors, When The Music’s Over. Perché? Samuele: I Doors sono da sempre una grande influenza per me. Sono sempre stato un amante della loro musica e un grande fan delle liriche di Morrison. Scrissi il novanta per cento di Mare Morto nel 2014, mentre finivamo di comporre Pietra. Il testo mi soddisfaceva molto, ma mancava qualcosa. Quando buttammo giù la musica decisi, anzichè ripetere alcune strofe (cosa che se posso evito), di inserire parte del testo di When the music is over, perché si adattava perfettamente al mood dell’album e perché parlava dei danni arrecati al pianeta. Per quanto non mi piaccia mescolare più lingue in un brano, trovavo assurdo tradurre le bellissime parole di Morrison in italiano. Ai ragazzi l’idea piacque e cosi procedemmo, suonava bene e dava una nuova aura alla canzone.

O antropocene
La copertina di Antropocene

Antropocene è anche un album – uso di nuovo le virgolette – “politico”? Il pezzo Crepa inizia così: “a sinistra la bugia, a destra l’ignoranza”. Samuele: Siamo una band apolitica. Ma in questo disastroso momento storico non si poteva non accennare qualcosa in merito. La situazione in Italia (e in Europa) è spaventosa dal punto di vista politico. Anche qui, mancava qualcosa… Non ci si poteva inoltrare in un discorso così complesso e drastico come quello dell’antropocene senza fare una menzione a uno dei più grandi demoni della terra: la politica, appunto. Scrissi il testo di Crepa in poco tempo, decidendo che sarebbe stato molto diretto e poco poetico, un pugno nello stomaco, insomma. Tengo moltissimo a questo brano perché affronta la questione in una maniera molto aperta e allo stesso tempo estremamente drastica. Insulta ogni lido: la destra, la sinistra, il clero. Dura meno di due minuti nella sua anarchica furia cieca, spezzando per un attimo i discorsi ecologico/catastrofici dell’album.

Come si ricollega quanto appena detto con la copertina? È un po’ la rappresentazione grafica di Ira? Samuele: Maurizio è anche graphic designer, è lui il nostro genietto in merito. Volevamo qualcosa di forte che rappresentasse tutto ciò che musica e testi esprimevano, nessun elemento umano, ma allo stesso tempo qualcosa di più dettagliato rispetto a Pietra. Quando ci fece vedere la fotografia ne fummo subito entusiasti. Era il dicembre 2018, e nessuno ebbe da obiettare. Lava e ghiaccio, acqua gelida e un senso di vendetta da parte della natura verso l’uomo che non poteva essere più coerente.

Dai primi ascolti mi è parso che abbiate cambiato un po’ di cose. In primo luogo penso allo stile di canto di Samuele al modo in cui la voce è stata registrata e prodotta. Cosa è avvenuto? Samuele: Ti dirò, non sono mai stato soddisfatto della mia prestazione su Pietra. Vero che la voce è piaciuta a tanti per come è uscita, ossia molto sofferta e lamentosa. Ma volevo dire molto di più con questo lavoro. In primis volevo tornare ad usare un microfono “a mano”, che usai anche ne Il vuoto perfetto. In quel disco la voce esce molto più sporca e grezza. Inoltre ho passato quattro anni ad esercitarmi per avere un timbro diverso, far uscire la furia in modo più compatto, senza troppi fronzoli. Dopo molto allenamento, trovai un timbro mio, mi piacque e lo usai. Decidemmo di metterci un po’ di effetto e devo dire che siamo soddisfatti del risultato, che pare piaccia moltissimo. Ci sono anche growl e i classici scream… Ma prevale una cattiveria hardcore feroce e diretta che fa uscire molto meglio la mia prestazione.

Samuele, avevi rivelato (nell’intervista al glorioso e defunto blog 200parole che riprenderò più e più volte) che le tracce nuove sarebbero state le più oscure, aggressive e nichiliste, insomma il materiale più cattivo che abbiate mai composto. Siccome le tue parole risalgono al luglio 2018, mi sorgono due interrogativi: pensi di aver tenuto fede a queste parole? Inoltre se avevate le idee così chiare ed eravate a buon punto, come mai sono trascorsi quasi due anni? Samuele: Antropocene non è solo un album pieno di cattiveria musicale data dal disprezzo per il genere umano, ma è anche un album che ha avuto un travaglio lunghissimo, snervante. Un album che racchiude anni di sacrifici, lutti personali, problemi tra componenti, crisi esistenziali, casini sul lavoro e difficoltà economiche. È stato il disco più difficile, sofferto e complicato che abbiamo mai fatto. Siamo soddisfatti ovviamente, ma ci auguriamo di non dover ripetere una tale esperienza in futuro. Due anni fa, quando mi intervistarono, avevamo il 70% dei brani… Sembrava quasi fatta, ma non fu cosi. Posso solo dirti che non solo confermo quelle parole, ma credo che in questo anno e mezzo abbiamo, se possibile, esagerato ulteriormente con la cattiveria nel fare gli ultimi brani (Crepa ed Era non esistevano ancora, per capirci, eh eh).

Sempre nella stessa intervista, avevi socchiuso la porta a un nuovo tipo di composizione: un unico lungo brano sperimentale, invece che le classiche canzoni. In Antropocene ci siete andati vicini: Era chiude l’album e dura dieci minuti, quasi la metà dell’intero Pietra, per dare delle proporzioni. Parlami di questa vostra prima “suite”, usando un termine da prog rock o musica classica. Un brano decisamente atipico nella vostra discografia, e non solo per la durata. In questo caso citate alcuni passaggi della Nausea di Sartre. Samuele: Sì, concordo nel definirla una suite anche se penso che difficilmente qualche coppia possa limonare sulle note di Era… Avevamo idea di chiudere l’album con un lentone enorme e soffocante, ancora più lento e cattivo di Osmio, per capirci. Nicolò, il nostro vecchio chitarrista, scrisse questo riff bellissimo, ma purtroppo talmente estremo da non lasciare alcuna via d’uscita per un eventuale parte successiva. Così abbiamo estremizzato la sua idea, scegliendo di fare entrare questa parte dopo quattro minuti di noise e cantato, una specie di morte lentissima e ripetitiva. Un unico, magmatico, tremendo riff ripetuto in loop… Ed ecco Era, che chiude il disastro tellurico che è Antropocene.

Per arrivare al risultato finale vi siete rivolti anche ad altre fonti di ispirazione letterarie che non ho colto? Ad esempio sul rapporto uomo-natura si è speso tanto un gigante della letteratura italiana come Giacomo Leopardi nel Dialogo della natura e di un islandese. Tutti noi amiamo leggere. Anche se non conosco personalmente quest’opera ti posso assicurare che non c’è mai stata una nota o una parola che non abbiamo analizzato tutti insieme mentre componevamo. Potevo proporre io un’idea su un riff o una parte musicale, così come i ragazzi mi suggerivano una frase piuttosto che un’altra o mi consigliavano un libro o un brano. Izo è nata da un film che ho adorato, Nebbia da un riff che mi ricordava il vapore acqueo, e così via. Un insieme di cervelli che si sono aiutati e ispirati a vicenda per rendere il disco più completo e materico possibile.

Antropocene è ancora nato e cresciuto sotto il segno (circolare) di Riccardo Pasini. Qual è il segreto della vostra partnership? Quali sono stati i sentimenti e le emozioni emerse nei cinque giorni in cui siete stati in studio, nell’agosto 2019? Samuele: Riccardo alla fine è un po’ come il nostro quinto elemento. Ci conosce dai tempi dello split con i mitici Hungry Like Rakovitz. Come già dissi due anni fa, affidarsi a un amico e a un ottimo professionista come lui è stata la più naturale delle scelte. È sempre più bravo, più attento e negli anni ha affinato le sue letali macchine catturanti. Abbiamo lavorato benissimo, molto più che durante Pietra. Tutti insieme. E lui, ancora una volta, anzi, meglio che mai ha catturato alla perfezione ciò che volevamo esprimere.

Toccando con mano la negatività che trasuda dai dischi degli O, si potrebbe pensare che peggio state a livello umano, meglio vadano le cose a livello di ispirazione. Come funziona la vostra macchina creativa? Aspettate che siano trascorsi i periodi più neri e poi appena mettete fuori la testa dall’abisso trascrivete tutto in musica? Maurizio: Tradurre delle esperienze negative in musica è un gesto per noi liberatorio, e anche se può far sorridere, positivo. È un modo di scrollarci di dosso delle “energie negative”, esorcizzandole e buttarle fuori (dal cerchio). C’è poi da dire che delle emozioni forti che scuotono l’animo ben si prestano a essere tradotte nella nostra musica e sicuramente aiutano molto nell’essere creativi.

Antropocene è il vostro primo album con la formazione a quattro, con una sola chitarra. Avreste potuto scrivere un disco così col vecchio assetto a cinque? E viceversa potrebbe sopravvivere la formazione attuale nei meandri di Pietra e Il vuoto perfetto? Maurizio: Dopo la dipartita di Nicolò (secondo chitarrista) ci siamo sentiti ulteriormente soli. Ma abbiamo fatto di necessità virtù: ci siamo attrezzati per avere un suono che ci convincesse a pieno pur essendo in quattro; le testate da chitarra sono diventate due, i pedali sono aumentati ed il basso è diventato più consistente e “chitarroso”. Su questi aspetti abbiamo lavorato molto e mi auguro che si percepisca una certa personalità a livello di suono. Ora ci troviamo perfettamente a nostro agio con una formazione a quattro.

Spiegatemi il ruolo di Paolo, il nuovo batterista, ben noto per essere anche nei Noise Trail Immersion e meno noto per i Sol Iustitiae (ma tra qualche tempo forse ne riparleremo), e le differenze del suo approccio rispetto a chi l’ha preceduto. Samuele: Non voglio entrare troppo nel merito del perché abbiamo licenziato Giorgio. Sono cose personali e sinceramente non mi interessa parlare di una persona che già da tempo non aveva più stimoli nel portare avanti il nostro discorso. Una volta che lo abbiamo congedato, ci siamo messi subito alla ricerca di un batterista valido con cui sostituirlo… E abbiamo avuto veramente fortuna! Suonammo con la band di Paolo più volte e rimanemmo impressionati dalla sua velocità e prestanza dietro le pelli. Pensa, fu il primo e solo batterista che chiamammo e fu davvero fantastico. Intanto perché scoprimmo che era da tempo fan degli O, poi imparò le tracce in tempo zero, mostrando una velocità e una tecnica mai vista prima. E sopratutto ci fu da subito una gran chimica tra di noi. Oltre che un drummer esemplare, Paolo è un ottimo essere umano: paziente, divertente, simpatico e sopratutto affidabile, ancora quasi non ci credo che abbiamo lui in formazione!

È singolare che da un album confezionato in maniera più o meno classica (Il vuoto perfetto) siate passati a un altro senza copertina (Pietra), per finire all’ultimo, in cui non esiste proprio il disco perché è uscito fino ad ora solo in digitale. Less is more: quest’opera di sottrazione è voluta? Che significato ha? Samuele: Cerchiamo di essere sempre molto originali e, come ti dicevo poco fa, ci sembrava una buona idea al momento far uscire il disco solo in digitale. Tutti lo possono ascoltare e, se piace, l’idea di materializzarlo in vinile potrà realizzarsi!
Maurizio: Aggiungo che sicuramente il “less is more” è una strada per noi sempre centrale: sottrarre, togliere sono atteggiamenti che cerchiamo di avere anche nella composizione dei pezzi, e per quanto mi riguarda, anche nella vita di tutti i giorni.

Ci sono stati momenti della vostra carriera in cui vi siete sentiti più uno zero che una O? Maurizio: Abbiamo ormai fatto più di 150 concerti ed abbiamo già diversi album alle spalle, spesso quindi abbiamo vissuto, come band, tante situazioni non piacevoli. Siamo stati trattati come degli “zero”, e immagino che lo saremo ancora… Ma quando saliamo sul palco cerchiamo di dare il meglio in ogni condizione come “O”.

Quali atteggiamenti nella scena musicale odierna, o anche nella vita quotidiana, sembrano estremi, radicali, puri, ma invece sono espressione di compromesso, conformismo, trasformismo? Samuele: Guarda, sinceramente non lo so. Ci sono atteggiamenti patetici anche nella nostra scena musicale, non credere… Noi cerchiamo di guardare e fare caso a ciò che ci interessa: essere coerenti e suonare al meglio, il resto si fotta.

Parlare di concerti in periodo di coronavirus è strano, eh? Come state vivendo questo periodo tragico della nostra storia? Ricordo che voi a metà marzo avreste dovuto suonare con due big come Doomraiser e Nibiru, oltre che con i nuovi interessantissimi Ponte del Diavolo. Maurizio: Sì, avremmo dovuto suonare in questo bell’evento, purtroppo (o per fortuna?) però è arrivato il momento per tutti di schiacciare il tasto “pause”. Ovviamente concerti azzerati, prove azzerate, ma noi della band ci sentiamo tutti i giorni via chat e almeno una volta alla settimana ci sentiamo su Skype. Insomma cerchiamo di colmare come possiamo il rapporto umano negato!

Sempre in merito ai concerti. Voi tenete le luci spente, fate prevalere il caos e il nichilismo, nessuna parola tra una canzone e l’altra. Secondo voi quando e perché il pubblico trae maggior utilità (piacere e/o catarsi) dal vostro live? Come riuscite a far convivere questa vostra natura disumana con l’aspetto familiare/conviviale prettamente umano che c’è di solito prima e dopo i concerti? Samuele: Non saliamo sul palco mascherati da vampiri o mummie. Anzi. È come se non ci fosse nessuno sul palco. Spariamo la nostra nebbia. Paolo dà i due colpi e si parte, fino alla fine. Ho una tale adrenalina addosso che potrei sbranare a morte qualcuno quando canto. C’è solo la musica, noi ombre e il pubblico. Basta. A molti piace questo nostro mood, altri, col fumo, fanno ovviamente più fatica… Ma siamo fatti così. C’è una smaterializzazione totale. Niente mossette o fuochi d’artificio, niente motociclette, borchie o assoli. Niente presentazioni. Musica e basta. Poi una volta giù dal palco siamo i primi a divertirci, bere e dire cazzate. Sul palco siamo solo “O”.

Il vuoto perfetto non si trova in giro da anni. Ok, non vi rappresenta più (come ha detto Samuele al meraviglioso blog 200parole), ma sappiate che quel disco non ha segnato solo voi, ma anche chi lo ha ascoltato! È una bella responsabilità, sapete? Perché non ristamparlo? Là fuori pullula di label DIY validissime! Maurizio: Siamo abbastanza stupiti (e onorati) di sapere che quel disco ha segnato, positivamente, molte persone. Non sai le volte che ci hanno chiesto il disco: ne teniamo sempre una copia nel banchetto in modo che chi l’abbia sentito solo online possa vedere come si presentava fisicamente ed un paio di volte abbiamo dovuto addirittura “litigare” pur di non vendere l’ultima preziosa copia ahah. L’idea di ristamparlo (magari in vinile) è nel cassetto da anni, ma – date le finanze di una band underground come la nostra – i soldi e le energie vanno sempre a finire in nuovi dischi/registrazioni e merch.

Nel mio pantheon dei gruppi italiani più o meno -core, siete nella sacra trinità intoccabile assieme ai Marnero e agli Storm{O}. Li conoscete personalmente? Anche se ci sono molte differenze, riuscite a trovare qualche affinità? Maurizio: Ti ringrazio, sono band che stimiamo molto. In particolare con gli Storm{O} ci conosciamo credo da ormai 15 anni (se non di più!) e sono state molte le volte dove abbiamo condiviso il palco. Le prime 3 date degli O, ormai 10 anni fa, sono state proprio con loro: un indimenticabile mini tour. La prima sera, ovvero la nostra primissima data, eravamo al compianto XM24 di Bologna ed era successo veramente un casino: una rissa monumentale scaturita da un’auto bruciata (pare da mafiosi del quartiere), ci furono lanci di pietre, la polizia… Iniziammo a suonare tardissimo in un clima di tensione e “elettricità nell’aria”.

Avete sperimentato il lavoro con una sola label per Il vuoto perfetto (Grindpromotion), la coproduzione su Pietra (Monomentun, Revolvermann, Wooaaargh) e adesso pare che siate da soli. Anche in questo ambito declinate il vostro personale less is more. Quali sono i pregi e difetti di queste situazioni differenti? Maurizio: Innanzitutto un grazie va a tutte quelle label che con grande passione ci hanno supportato in passato. Questa volta però abbiamo deciso di agire “di pancia” e anche in maniera abbastanza innovativa per il nostro mondo: quello di uscire in digitale. Una scelta che comunque non esclude il fatto di poter collaborare con qualche etichetta nuovamente in futuro (perchè no, proprio per un vinile di Antropocene). Sicuramente è un discorso molto pertinente con il nostro “minimalismo”/less is more… Un grande pregio del digitale è sicuramente l’immediatezza ed il fatto che non si hanno le spese di stampa da dover sostenere, il difetto è che per i molti appassionati della copia fisica, del vinile, manca un feticcio da possedere.

Nell’intervista a Metalitalia del 2012 lodavate l’eterogeneità dei vostri gusti musicali e le discussioni che nascevano riguardo a ogni canzone. Dopo tutti questi anni siete ancora così solidi e fiduciosi verso il confronto tra voi? E all’esterno, rifiutate mai il confronto? Maurizio: In ambito creativo credo che sia di fondamentale importanza essere estremamente democratici, saper ascoltare se stessi ma soprattuto gli altri. Il confronto è davvero fondamentale, vogliamo una band dove ognuno di noi è veramente un tassello importante e parte attiva della scrittura dei pezzi. L’eterogeneità degli ascolti è un altro aspetto imprescindibile: più si hanno teste pensanti e menti aperte e meglio è… E questo chiaramente non solo nella musica! Quando scriviamo nuovi pezzi solitamente siamo solo noi quattro, il confronto con l’esterno avviene dopo.

Avete condiviso un 7″ con gli HLR nel lontano 2011. Da allora nessun altro split. Avreste voluto farne? Oppure è un tipo di uscita che non vi fa impazzire? Non dico che splittare con un gruppo è una promessa di matrimonio, ma ci vogliono determinati presupposti, artistici e personali in alcuni casi, no? Maurizio: Lo split con gli HLR è un bellissimo ricordo. Con “gli Hungry” siamo molto amici, in particolare del grande Crono con cui mi sento spesso (in questo periodo quasi tutti i giorni!). Nulla contro gli split 7” ma personalmente non la vedo come cosa da rifare in un immediato futuro.

A distanza di dodici anni da Non Esiste, è rimasto negli O qualcosa delle idee che avevate ai tempi dei Deprogrammazione? Vi siete disfatti di quel modo di concepire la musica di colpo, già nello split con gli Hungry Like Rakovitz oppure è stato un processo graduale? Maurizio: Guardando al passato mi accorgo che anche in “non esiste”, seppur primitivi/naïf, c’erano dei semi che sono poi germogliati in quello che siamo ora. Sono sicuro che “i noi” dell’epoca sarebbero soddisfatti di quello che è Antropocene.

Viceversa: al giorno d’oggi cos’è rimasto, nel bene e nel male, del mondo in cui erano nati i Deprogrammazione e gli O? Maurizio: Ad oggi sono l’ultimo superstite dai tempi dei Deprogrammazione e ti posso dire che di acqua sotto i ponti (fortunatamente) ne è passata veramente molta ma una cosa non è mai cambiata: la voglia di fare le cose al meglio delle nostre possibilità, cercando di dare sempre un senso profondo alle nostre azioni e curando minuziosamente ogni singolo aspetto che compone la vita di una band.

C’è mai stato un barlume di speranza nell’universo degli O? C’è mai stato uno spiraglio per la fiducia verso gli umani? Io i testi li ho riletti per preparare questa intervista, ma mi pare che si debba dare risposta negativa alla mia domanda. Samuele: I prossimi album e i prossimi testi saranno diversi, senz’altro, da Antropocene. Cerchiamo sempre di fare cose diverse. La speranza è ben poca, cambierà il modo di porsi musicalmente, ma la “neritudine” e questo tipo di musica sono collegate a livello amniotico.

o live

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