Intervista a Carlo Altobelli (Toxic Basement Studio)

Ce l’ho fatta: ho intervistato uno dei miei miti dell’attuale scena musicale, un gigante del suono il cui nome avete letto già diverse volte sul blog. Giusto per ricapitolare, vi rimando alle chiacchierate fatte con Hellish God, Inferno:9:, Crisis Benoit, Extirpation, Esogenesi, Rhodotorula (per ora, visto che sono in arrivo nuovi contributi di musicisti che hanno fatto dischi della madonna con lui). Ma l’attività di Carlo Altobelli e del suo Toxic Basement è immensamente più estesa (fatevi un’idea) ed è stato tanto divertente quanto interessante scoprire le dinamiche che rendono il suo studio tra i più rinomati in Italia quando si tratta di produrre musica più o meno estrema. Per avere un quadro ancor più completo del grande lavoro che si fa al Toxic Basement vi consiglio di leggere anche questa intervista di qualche anno fa. [F]

Ripensando ai tuoi primi passi nel mondo, quali sono stati gli avvenimenti che ti hanno reso il Carlo Altobelli che sei oggi? Insomma quando hai battuto la testa da piccolo cosa passavano alla radio? Non lo so, non ho mai ascoltato la radio in vita mia. Mi dà fastidio la gente che parla sotto la musica e soprattutto chi sceglie per me cosa ascoltare. Ad ogni modo, fino a 13 anni circa, la musica era davvero marginale, anzi quasi inesistente. Non ho mai suonato uno strumento, il flauto dolce mi disgustava sia per il suo suono, sia per il fatto che perdeva quella saliva dai buchetti, e i miei ascolti si limitavano a Michael Jackson, Lynyrd Skynyrd (perché li metteva in macchina mio papà) e 883. Ah in tutti e tre i casi sono ancora legato a quegli ascolti. Diciamo che verso quell’età ho iniziato ad ascoltare la prima musica in maniera “consapevole” e, nel giro di un annetto, ho iniziato a suonare la batteria. Ho fatto poi qualche tentativo assolutamente fallimentare di mettere in piedi qualche gruppo (più che altro per assenza di coetanei interessati a suonare come me hardcore americano dei primi anni ottanta) fino a quando non ho iniziato a suonare con i Long Dong Silver. Ma, avendo già sbirciato un po’ le tue domande, parleremo di questo tra poco.

Quando hai iniziato ad interessarti di registrazioni e produzioni musicali? Eri molto eccitato all’idea di trafficare con microfoni e amplificatori? Poco prima di iniziare a suonare la batteria nei Long Dong Silver mi sono appassionato di un po’ di programmi di produzione audio. Mi piaceva programmare le drum-machine e aggiungere qualche sintetizzatore, in maniera un po’ rudimentale. Non mi interessava tanto il risultato finale in sé, piuttosto mi affascinava l’idea di manipolare a mio piacimento quello che avevo davanti al monitor. Però sentivo che mi mancava avere tra le mani una vera batteria registrata, dei veri amplificatori, delle vere voci, anche se non avevo la minima idea di come si potesse fare. Ho poi perso interesse per la cosa, finché non sono andato a registrare il mio primo ep con i Long Dong Silver. Mi sono letteralmente innamorato dell’idea di poter catturare il suono in tempo reale, così, davanti ai miei occhi, e renderlo in un qualche modo “immortale”. Però, ancora una volta, mi sono trovato di fronte all’impossibilità oggettiva di approfondire ulteriormente quella che per il momento era soltanto una vaga infatuazione. Avevo 17 anni, andavo ancora a scuola, e da lì a due anni all’università. Poi sono arrivati i Greedy Mistress, il mio primo gruppo in cui oltre a suonare mi mettevo in gioco nella parte compositiva (la parte che preferisco di più come musicista). I primi brani li abbiamo registrati affidandoci ancora una volta ad un “esterno”… sarebbe stata l’ultima volta della “mia” musica in mano ad altri. Nel 2006, nella cantina di casa, con qualche microfono, l’aiuto di un tecnico del suono e noi quattro Greedy Mistress, è nato il Toxic Basement Studio. O meglio, è nato il nome che poi ho adottato qualche anno dopo per il mio studio. Da lì ho iniziato a registrare un po’ di gruppi di amici o conoscenti e pian piano il nome ha iniziato a girare. E ho iniziato a capire che forse era il caso di provare a far diventare la passione di qualche weekend impiegata a registrare in un lavoro a tempo pieno.

Cosa provi nel riascoltare oggi la roba delle tue band Long Dong Silver e Greedy Mistress? I Long Dong Silver mi hanno insegnato cosa vuol dire prendere seriamente un progetto musicale e portarlo avanti con costanza e devozione. I Greedy Mistress sono il frutto del mio desiderio di spingermi oltre a suonare la batteria e di voler comporre musiche e scrivere testi, oltre ad avermi aperto gli occhi su quale fosse il mio futuro nella mia vita quotidiana: lavorare con la musica. Quindi non posso che essere orgoglioso di entrambe le esperienze.

Digitando il tuo nome su Discogs escono fuori degli alias molto frizzanti, tipo Otterlac, The Housewife Hooker e soprattutto La Signora Rossi. È arrivato il momento di fare i conti con queste tue vite parallele. In realtà c’è una spiegazione logica molto semplice. Ho sempre pensato che fosse più importante il risultato che la necessità di apparire a tutti i costi. Mi è sempre stata sul cazzo la tendenza a doversi esporre a tutti i costi, preferisco che siano i lavori che faccio a parlare per me. Anzi, ho anche esagerato in senso contrario. Ci sono decine e decine di lavori su cui nemmeno appare il mio nome, non ho richiesto di essere accreditato come produttore artistico ma magari “solo” come tecnico del suono, brani scritti da me e firmati a nome dell’intero gruppo, testi scritti da me o brani arrangiati/riarrangiati da me senza nessuna mia firma. Ma fa niente. Ripeto, l’importante è il risultato.

Più o meno dal 2009 hai trasformato la tua passione in professione. Cosa hai dovuto sacrificare allora e cosa stai sacrificando adesso per portare avanti Toxic Basement? Non vorrei sembrare retorico o patetico, ma effettivamente quando ti metti in gioco così per un progetto a cui tieni tanto, non riuscirai mai ad associare la parola “sacrificio” a quello che stai facendo. Certo, non nego le interminabili sessioni senza stop di giorni e giorni consecutivi, i weekend di relax a cui ho rinunciato e le serate che non posso fare perché devo finire un mixaggio o devo essere riposato per iniziare una nuova sessione col massimo della concentrazione. Ma poi, per i weekend persi basta organizzarsi e si impara in fretta a capire che farsi un giorno libero di lunedì o martedì è molto più figo piuttosto che la domenica. Per le serate, quando cazzo mai le ho fatte? Mi fa schifo andare nei locali e nemmeno bevo o mi drogo, quindi la mia soglia di tolleranza nei confronti delle moltitudini si esaurisce in fretta.

Come ti poni coi gruppi che vengono a lavorare da te? C’è un Carlo Altobelli standard, per tutte le stagioni, oppure ti adatti alla situazione? Padre padrone o toy boy? Questa è la parte di lavoro che nessuno di può realmente insegnare. L’unica risposta valida che posso darti è: dipende. Dipende da cosa ha bisogno da te il gruppo, da quanta esperienza ha, da quanto ha le idee chiare sul risultato finale. Quando si tratta della fase di registrazione (che è quella in cui entrano più in gioco le dinamiche dei ruoli) cerco subito di capire (quando non specificato) se hanno bisogno di me come produttore artistico oltre che come tecnico del suono o se necessitano “solo” di un tecnico del suono. Spesso molti non sanno la differenza e spesso anche quando la sanno, non rimane comunque chiara la cosa. Ritengo molto importante la comprensione di questo ruolo per capire quando si aspettano (ed esigano) che io “rompa il cazzo” sulla decisione dei suoni degli strumenti, su pareri di arrangiamenti, aggiunte funzionali all’interno dei brani e simili. Il più delle volte hanno bisogno anche di questo in una misura più o meno massiccia, anche se, raramente, si aspettano solo che il mio ruolo sia esclusivamente di tecnico del suono. In quel caso, al di là del parere tecnico (esempio: “il suono di chitarra in questo modo potrebbe coprire il suono del basso”), ulteriori opinioni non solo non sono richieste ma possono diventare controproducenti nell’economia della realizzazione del progetto. Di norma, comunque, cerco di avere un ruolo sempre attivo all’interno del progetto e cerco di creare un’atmosfera rilassata e lontana da tensioni emotive.

Gruppi problematici: quali sono, da cosa li riconosci e come è possibile far mettere loro la testa a posto? Non è quasi mai il gruppo intero ad essere problematico, ma lo è uno o più individui che lo compongono. Ci sono due categorie con cui praticamente 10 volte su 10 nascono problemi. La prima categoria è quella in cui la persona (o le persone, di solito non sono mai più di due) con potere decisionale è eternamente indecisa. Vorrebbe una cosa ma anche il suo esatto opposto. Vuole un pezzo con le chitarre in primo piano, ma anche la batteria, il basso, le voci e i cori, vuole un brano dinamico ma che suoni tremendamente tutto “in faccia”, vuole “le chitarre completamente distorte ma anche molto pulite” (richiesta realmente ricevuta). In questa categoria non faccio rientrare necessariamente persone negative, però spesso rendono molto difficile il mio lavoro perché, nei momenti di decisione, di fatto, non riescono a prenderle anche se vogliono essere loro a farlo. Nell’altra categoria, invece, rientrano le persone peggiori con cui lavorare. Si tratta di quelle persone che sanno tutto loro perché l’hanno letto su internet o l’hanno visto si Youtube, o gliel’ha detto il cugino. Purtroppo queste persone non avranno mai fiducia nel ruolo che ricopri e per cui ti hanno ingaggiato e vorranno sempre e comunque avere ragione, anche quando non hanno né i mezzi né la ragione dalla loro. Prima o poi, nel corso del processo produttivo del progetto su cui stai lavorando con loro, si arriverà alla fatidica domanda “ma se sei così bravo, perché cazzo non ti siedi qui al mio posto?”. Se è vero che praticamente sempre sorgeranno problemi con queste due categorie, non è detto che non ci sia una soluzione o per lo meno un modo per mettere una pezza. Nel primo caso faccio in modo di far capire all’interessato che, forse, è il caso di far prendere decisioni a chi è in grado, per indole, di farlo, giuste o sbagliate che siano. Nel secondo, l’unica è tentare di isolare il pozzo di sapere, facendo capire anche agli altri componenti del gruppo che i castelli di sabbia che sta costruendo si spazzano via con un soffio a causa della mancanza di metodo, conoscenze tecniche ed esperienza sul campo.

Ti hanno mai fatto richieste particolarmente bizzarre? Di solito sono io quello che fa proposte bizzarre almeno una volta per ogni registrazione.

Ti è mai capitato di rifiutare qualche gruppo che voleva lavorare con te? Ne ho rifiutato uno giusto qualche giorno fa. Ma preferisco non scendere nei dettagli e non dire i motivi, idioti, per cui mi sono trovato a dire di no. Preferisco lodare quei gruppi che escono dal Toxic con un bel prodotto tra le mani, piuttosto che sputtanare quelli che non ci sono mai entrati perché credono che, dal momento che sono loro a pagare, possano avanzare qualsiasi richiesta, anche la più stupida e cafona. Comunque è raro che dica di no a qualcuno, magari mi capita di suggerire a chi mi fa una prima richiesta senza avere ancora le idee chiare che forse è un po’ prematuro imbarcarsi in un lavoro che farebbe perder loro tempo e denaro.

Leggendo il libretto di un album si riescono a individuare le attività basilari che un gruppo potrebbe fare in uno studio: registrazioni, mixaggio e mastering. Diamo un po’ di definizioni, Carlo.  Ci provo. La registrazione è quella fase in cui viene impressa l’esecuzione (o la programmazione) di strumenti acustici (voce compresa), elettrici ed elettronici su sistemi di registrazione analogica (nastri, cassette) o digitale (nastri digitali, hard-disk, computer). In questa fase, dal lato professionale ci sono due ruoli fondamentali: il produttore artistico e il tecnico del suono. Il produttore artistico può corrispondere al tecnico del suono, può essere uno dei componenti del gruppo o un’altra figura esterna ed è colui che fa da collante tra la parte tecnica del lavoro e la parte artistica/musicale. Inutile dire che è la figura fondamentale della fase di registrazione.
Il mixaggio è quella fase in cui il risultato delle registrazioni viene spinto oltre, ridefinito e scolpito. Per quanto mi riguarda è un’ulteriore fase creativa (anche se per alcune scuole di pensiero è quasi esclusivamente una fase tecnica) in cui, senza snaturare quello che inizialmente è stato fatto in registrazione, si spinge il prodotto verso livelli superiori di resa. Se prima degli anni ’80 registrazioni e mixaggi erano spesso due facce della stessa medaglia, ormai queste due fasi (con l’avvento delle produzioni multitraccia superiore alle 4/8 tracce) sono diventate due realtà quasi totalmente distinte.
La fase di mastering è quella in cui avviene la finalizzazione del lavoro. Si prendono i diversi brani del prodotto, si crea una coesione sonora tra le diverse tracce, si preparano i file (è ormai rarissimo che il formato finale di stampa sia quello della bobina), i documenti, le indicazioni per chi andrà a stampare e pubblicare il lavoro. Inoltre vengono fatti gli ultimi interventi correttivi dei brani. Si tratta di un lavoro prettamente tecnico. Personalmente svolgo tutte e tre le fasi del processo di realizzazione di un prodotto musicale, non necessariamente tutte e tre per ogni caso. Mi capita di fare solo registrazioni, solo mixaggi, solo mastering, o solo due di queste fasi. E non è assolutamente detto che uno studio o un professionista ricopra tutti questi ruoli. Questo non significa che lo studio sia di qualità inferiore o la figura professionale sia meno competente, si tratta di scelte personali o strategie precise di lavoro.

Con che spirito vai a metter mano, facendo remix o remastering, a uscite a loro modo storiche o comunque di un’altra epoca? Penso a tutta la roba F.O.A.D., ad esempio. Lo spirito e l’attenzione che metto per un lavoro non ha una scala gerarchica, che sia il demo da far ascoltare ai nipoti o la prima stampa dopo 30 anni di un disco che, sostanzialmente, farà il giro del mondo. Sul piano prettamente pratico, quando vado a fare un remastering di un vecchio disco esiste anche un vero e proprio lavoro “archeologico” di ricerca del materiale nella sua miglior fonte possibile. Questa parte non è di mia competenza, ma è di mia competenza, invece, il confronto dei vari risultati di questa ricerca a cui segue, quando necessario, un lavoro di restaurazione. Tutto questo porta, poi, al vero e proprio lavoro di finalizzazione che deve necessariamente essere contestualizzato all’epoca in cui originariamente era uscito il materiale.
Per i remix, invece, il lavoro è un po’ più complesso. Bisogna sempre e comunque fare riferimento al lavoro originale e migliorare (o spingersi oltre), senza snaturare. Si tratta di un delicatissimo equilibrio che richiede molta attenzione.

E con i dischi live come funziona? Cambia qualcosa? Se ti riferisci al mixaggio di dischi dal vivo, la differenza coi mix degli album in studio è, nel concreto, poca. Mi autoimpongo, però, di utilizzare una percentuale minima (e solo quando strettamente necessario) di interventi creativi (effetti), prediligendo un approccio più “crudo” e diretto. Per i mastering, invece, non c’è alcun tipo di differenza.

Finalmente ho a disposizione un esperto. Ora ti userò a mio piacimento. A proposito, ti sei mai sentito sfruttato e preso per il culo da qualcuno dei tuoi clienti? Essendo un rapporto di lavoro in cui vengono stabiliti a priori i miei ruoli e quelli dei clienti, direi che è rarissima la percezione di trovarmi nella situazione di sfruttamento. Quelle volte in cui vengono oltrepassati (il più delle volte involontariamente) quei confini, basta farlo educatamente notare. Nei rari casi in cui anche l’educazione non basta, un bel vaffanculo non si nega mai e la cosa finisce lì.
Preso per il culo? Quello sì. Per esempio quando c’è chi ti mette una fretta pazzesca nel finire un lavoro (anche se rispetto sempre le scadenze) e, una volta consegnato il lavoro, ricevo questa risposta: “grazie, ora procediamo con le grafiche”. Ogni volta mi chiedo questo: se questa cazzo di uscita è così urgente, perché minchia non ti sei portato avanti anche con le grafiche? Giuro che mi è successo decine di volte. Ma non è poi una cosa così tragica.

Andiamo a fare un po’ di fack checking, motivando la risposta. È vero che Youtube ammazza la qualità dei suoni? Falso che “ammazza”, vero che “degrada”. Ogni tipologia di streaming dei maggiori portali (iTunes, Amazon, Google, Spotify, YouTube) applica delle compressioni lossy, ossia la compressione utilizzata altera, degradando, il suono dei file originali in maniera irreversibile. Tuttavia le compressioni stesse (grazie anche a disponibilità di accesso degli ascoltatori più potenti e veloci che permettono la possibilità di utilizzare formati di compressione meno “netti” e quindi meno degradanti) sono sempre migliori.

È vero che la musica digitale è il male assoluto? Falsissimo. Negli anni cambiano i metodi per ascoltare la musica, i momenti del giorno in cui lo si fa, i metodi per scoprirla. Da un lato prettamente romantico, mi manca il periodo in cui andavo nei negozi di dischi di Milano a comprare nuovi dischi e si scambiavano pareri tra persone “dello stesso giro”. Ma sarebbe anacronistico pensare che si possa ancora utilizzare un approccio di quel tipo. Ora c’è internet, ci sono i negozi online, ci sono i cellulari e gli autoradio collegati a servizi di streaming. Ogni epoca ha le sue peculiarità, che si rispecchiano anche nel modo di “consumare” la musica. Io continuo a comprare cd, vinili e cassette. Uso lo streaming online solo per sentire se qualcosa effettivamente mi piace, prima di acquistarlo fisicamente, ma il mio rapporto con la musica digitale finisce lì. Non posso pretendere, nè mi aspetto, che sia per tutti così. Quindi non ci vedo nulla di male in Bandcamp o Spotify.

È vero che il vinile ha il famoso suono caldo, mentre il cd suona troppo freddo? Falso tanto quanto è falso il pensiero generale secondo cui “analogico uguale bello, digitale uguale merda”. Esistono CD ben prodotti, mixati e masterizzati che suonano mille volte meglio di vinili che suonano striduli, pompati a dismisura, senza vita (le connotazioni negative spesso attribuite erroneamente al dominio digitale). Tutto sta nel fare la cosa giusta con gli strumenti giusti.

È vero che la Nuclear Blast fa produzioni troppo pompate? Non ne ascolto perché non mi piace la roba che stanno facendo uscire negli ultimi anni o non è di mio interesse. Nei due/tre casi che mi sono capitati tra le mani, mi sembra di sì. Ma non ho una visione d’insieme per poter dire la mia.

È vero che oggi basta un pc e si riesce perfettamente a registrare un album in cameretta? È vero che nelle mani giuste un buon disco può uscire anche con una strumentazione risicata. È ancora più vero che nelle mani sbagliate può uscire un disco di merda anche in uno studio con 500mila euro di strumentazione. Prima di tutto c’è la competenza, perché è vero che anche un professionista può sbagliare, ma è raro che un principiante ci azzecchi (a meno che venga in aiuto la fortuna del principiante).

È vero che la loudness war ha vinto? Dieci anni fa avrei risposto è vero. Ora diciamo che siamo ad un’attenzione maggiore (col ritorno del vinile) della dinamica.

È vero che ai metallari piacciono i gattini? A giudicare dalla quantità di carezze che fanno a gattini della colonia felina del Toxic, direi di sì.

Toxic Basement gatti

Torniamo a noi. Le canzoni che escono dai Toxic Basement le senti un po’ “tue”? Ti capita di affezionarti alle vicende dei musicisti che lavorano con te? Diciamo che passo così tante ore, giorni, settimane con alcuni progetti che sicuramente si portano dietro una parte di me. Spesso mi capita di lavorare con amici o persone che, proprio durante le sessioni, lo diventano. Quindi chiaro che con quelle persone ci si affeziona e si rimane in contatto.

Toxic Basement = Carlo Altobelli. E se qualcuno volesse imparare a fare i suoni? Saresti una buona chioccia? Non sono mai stato un grande sostenitore del lavoro di squadra. Preferisco lavorare da solo, essere l’unico responsabile di errori e successi. Ad oggi ho sempre rifiutato collaboratori e sconsigliato vivamente a chiunque di affiancarsi a me per eventuali sessioni di apprendistato. Sono già abbastanza severo ed esigente con me stesso, non ho voglia di essere stronzo e rompicoglioni con altri.

Hai tenuto il conto di quante uscite sono passate tra le tue mani? Non oso chiederti le tue preferite, ma balza all’occhio la simpatica pubblicazione delle Rhodothorula… Giuro che ho davvero perso il conto. Credo di aver abbondantemente superato le 400 uscite ufficiali, forse anche 500. Certe volte, per puro diletto, provo a tirare le somme ma proprio a causa delle decine di uscite senza firma e di quelle sotto pseudonimi che nemmeno mi ricordo più di avere, ho perso ogni speranza.
Per quanto riguarda Rhodotorula si tratta di un esperimento ben riuscito in cui mi sono cimentato nel ruolo di Phil Spector del noisecore, assoldando due amiche che mai prima avevano suonato in un gruppo. Abbiamo deciso a tavolino la direzione del gruppo e se inizialmente la direzione generale artistica era ad opera mia, quasi immediatamente (anche su mia volontà) i compiti si sono ben delineati. Io mi sono occupato della parte musicale, Valentina della parte dei testi e Beatrice della parte grafica. Io non sono assolutamente mai stato parte del gruppo e, dopo un’iniziale mia “esposizione”, mi sono messo da parte anche per sottolineare che non sono le mie burattine. Diciamo che si tratta di un esperimento un po’ atipico, divertente e ben riuscito.

In quasi tutte le recensioni si legge che “la produzione poteva essere migliore”. Ma cosa cazzo significa? Per te, ad esempio, una “produzione” fatta male com’è? Fammi ascoltare qualche brano in cui ci sono errori o suoni palesemente fuori fase, oppure compressioni assassine. Potrei farti qualche esempio, ma chi mi dice che quello che per me suona brutto o male non è esattamente quello che il gruppo, l’etichetta, il produttore o chi per loro desiderava? Non esistono termini di paragone assoluti. Chi ha il lavoro finito tra le mani, che ha pagato per la realizzazione è felice del risultato? Allora missione compiuta. Tutto il resto sono chiacchiere senza fondamento.

 Qual è la cosa più punk che hai fatto oggi? Non faccio cose punk da quando ho scoperto il punk. Prima non le facevo comunque, ma non sapevo cosa fosse il punk.

Scambieresti la tua vita per quella del tuo omonimo, avvocato e deputato? Certo, lui adesso è un pochino morto, a differenza tua. Non lo conoscevo. Grazie per la dritta. Ad ogni modo ho fatto un paio di esami di diritto all’università (anche se sono laureato in sociologia, avevo quegli esami obbligatori) e mi hanno fatto davvero cagare, quindi posso solo presumere che la vita da avvocato mi farebbe schifo. Deputato non sarebbe male, almeno avrei un autista tutto per me. Non mi piace guidare, anche se mi tocca farlo.

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