Intervista ai Sator

Ironia della sorte: giusto una settimana fa ho intervistato un genovese trapiantato in Inghilterra, mentre stavolta tocca ad altri liguri illustri che dalla loro regione, invece, non si allontanano. I Sator sono un feticcio, se non IL mio feticcio prediletto quando si parla di musica lenta e pesante in Italia. Ma non da ora eh, tutto risale a quando li conobbi per via della bellissima compilation della Taxi Driver Records. Scorching Sunlight vede il trio maturare ancora di più, senza limiti spazio-temporali, e non potevo che indagare a fondo. [F]

Partiamo dall’anno zero dei Sator, ossia il 2013. Cos’è successo in quella benedetta primavera in cui vi siete incontrati? Valerio (bassista e cantante) – Ciao! Io e Michelangelo suonavamo già insieme all’epoca, in una band post-hc, Majak. Una sera suonammo al Buridda, un CSOA di Genova, insieme agli Stalker dove tutt’ora milita Mauro, che qualche giorno dopo mi domandò se avessi voglia di suonare un po’ di doom. Parlando avevamo scoperto di avere parecchi gusti in comune. Da lì nacque tutto. Ricordo che all’inizio la formazione era a quattro, con un altro batterista e un cantante.
Mauro (chitarrista) – Ci fu un periodo di stallo in cui rimanemmo soli io e Valerio. A Genova c’era questo festival, Genova Urla, dove suonarono tra gli altri Ufomammut, Grime e Tons. Io e Valerio a un certo punto ci siamo guardati e ci siamo detti: l’anno prossimo dobbiamo suonare qui! Provammo un po’ di batteristi e poi decidemmo di chiedere a Michelangelo.
Michelangelo (batterista) – Quando Valerio mi chiese se volevo provare a suonare con lui in questo progetto doom/sludge, inizialmente non ero molto convinto, dato che fino ad allora avevo suonato solo musica “veloce”, ma già dalla prima prova mi innamorai dei pezzi e decidemmo di continuare assieme.

Sempre a proposito di incontri, credo che quello con Gero e Argonauta Records sia stato uno dei più importanti per voi. È così? Assolutamente, Gero è stato un incontro importantissimo. Ha fatto della sua passione il suo lavoro e l’abbiamo percepito già dalle prime chiacchierate con lui. Capisce realmente le necessità, le tempistiche e tutte le dinamiche all’interno di una band e ti incoraggia a fare sempre meglio. Ci ha dato una bella spinta in avanti…

Cosa significa per voi essere psichedelici e al contempo pesantissimi? In particolare come inglobate anche il krautrock? Valerio – Quando siamo in sala prove a tirare giù pezzi nuovi, cerchiamo sempre di creare qualcosa di dinamico, lavoriamo molto sulla struttura. C’è anche da dire che siamo tre persone con gusti musicali molto diversi ed eclettici, insomma un casino ahahah! Però, ecco, tutte queste influenze convergono nelle canzoni dei Sator e contribuiscono al mix un po’ particolare che puoi sentire in un nostro disco.
Michelangelo – Personalmente ho sempre suonato musica pesantissima, ma la suonavo “veloce”. Con i Sator ho scoperto che i bpm non sono tutto, anzi. La pesantezza della musica lenta, specialmente se psichedelica, è una forza alla quale non puoi sottrarti, ti prende, ti porta via, come un ghiacciaio che lento e inesorabile sposta e sgretola le montagne.
Mauro – Mi piace la visionarietà psichedelica di molte band krautrock: Amon Duul (dei quali abbiamo fatto una cover), Faust, Necronomicon, Popol Vuh, Sand ecc. sono forti influenze per me. Lavorando in sala prove sui brani del prossimo album questa vena è venuta ancor più fuori, ne vedrete delle belle!

Qualche domandina un po’ da nerd pettegolo. Perché Black Karma non è finita sulla versione LP del vostro primo album? Perché non ci stava… ahahahahah. Abbiamo scelto di eliminare lei perché ci sembrava quella meno coerente col resto del disco.

Sempre sul primo album. Qualche anno fa giravano in rete dei video e delle foto di una ragazza che si faceva ritrarre in pose molto interessanti con polpi e seppie. Ora il nome mi sfugge. Vi siete forse ispirati a lei? No, non abbiamo mai visto questo video… Semplicemente abbiamo visto delle bellissime incisioni di una nostra amica, Emanuela, in arte Pamart, e ci sembrava si adattassero perfettamente alla nostra musica. Sua è anche la copertina di Ordeal.

Ci sono differenze tra la versione di Heartache del 2016 e quella inclusa in Ordeal, dell’anno successivo? Direi di sì… La prima risulta molto più sporca, è stata registrata nella nostra vecchia sala prove con strumentazione diversa. C’è qualche differenza a livello di effetti, sfumature e arrangiamenti, soprattutto nel pezzo pulito in mezzo, ma la struttura è rimasta identica.

Che persone sono gli Evil Cosby, con cui avete fatto uno split su cassetta lo scorso anno? Ci avete fatto anche concerti assieme? Valerio – Abbiamo suonato insieme una volta! Sono dei grandi e la Vale, la chitarrista, ha disegnato la copertina del nostro Scorching Sunlight.
Mauro – Poi fosse per me farei un 7” split al mese come gli Agathocles! Ci sono così tante band valide con le quali mi piacerebbe collaborare. Solo in Italia: Tons, Viscera///, Plateau Sigma, Magnitudo…

Dal punto di vista dell’ispirazione e dei motivi che vi hanno spinto a creare la vostra musica, quali sono le similitudini e le divergenze tra le uscite pubblicate fino ad ora? Siamo partiti come spesso succede con un’idea generale: volevamo suonare musica lenta e pesante, distaccandoci però dalle precedenti esperienze post-hardcore. Il primo album è forse ancora un po’ acerbo. Col passare del tempo siamo maturati e durante la creazione di Ordeal abbiamo iniziato a focalizzare meglio il nostro obiettivo: pesantezza e psichedelia, melodie e groove con un proprio segno distintivo, senza volerci omologare troppo ai canoni del genere. Scorching Sunlight è nata invece con l’idea di creare una lunga traccia, con tanti cambi di atmosfere ma con un tema principale ricorrente. Una sorta di “suite” se vogliamo.

Ora ci arriviamo. Scorching Sunlight è il brano più lungo della vostra carriera, dura quasi mezz’ora ed è tra le cose migliori che abbiate mai fatto. Descrivetemi il suo andamento, a mo’ di telecronaca per far capire a chi ci legge cosa ci può trovare dentro. Che tecniche avete usato per evitare che tutto sembrasse un mappazzone di roba ammucchiata e senza un filo logico? Scorching Sunlight, secondo noi, è stata una sfida che abbiamo vinto. È difficilissimo creare una sorta di concept senza appunto far sembrare il tutto solo un insieme di idee buttato lì, ma sentivamo che potevamo e dovevamo riuscirci. A un primo ascolto è come stare in balia delle onde in un mare prima calmo, poi agitato, poi nuovamente calmo e poi in piena tempesta! È come la natura, folle e incontrollabile. Parte con dei droni che si trasformano via via in una marcia inesorabile. Ci sono passaggi quasi rilassati, ci sono accelerazioni incazzate, ci sono momenti “immobili” squarciati da esplosioni noise. Fino all’epilogo, che è in realtà un ritorno all’inizio, per chiudere il cerchio. Non abbiamo usato una particolare tecnica per comporlo. Semplicemente sudore e discussioni fuori e dentro la sala prove, finché non siamo arrivati alla versione definitiva.

Di solito lo sludge e il doom sono generi piuttosto torridi. Ma Scorching Sunlight è ispirata a un viaggio in Islanda: cosa vi ha ispirato in quel posto? Valerio – L’Islanda è un luogo magico e spaventoso. Ti ritrovi perso in questa isola desolata con paesaggi che nel giro di qualche chilometro mutano dal ghiacciaio alla superficie lunare, dalla montagna ai litorali sconfinati. Una natura quasi completamente incontaminata. Il clima decisamente “folle” contribuisce sicuramente a rendere il tutto più… maestoso e minaccioso, ahah. E tu ti senti piccolo e insignificante. In breve, lì, più che in altri posti, puoi capire che è la natura a dettare legge e l’uomo è solo una piccolissima parentesi.

Di recente avete pubblicato un videoclip di Mesmerism con immagini di un cortometraggio chiamato Rabbit’s Moon. Come legano le due cose? Che volete comunicare? MauroMesmerism è un brano decisamente notturno, sognante e malinconico… E mentre lo registravamo mi è tornato in mente questo cortometraggio di Kenneth Anger. Ho provato ad accostare le immagini alla nostra canzone e mi sembrava si sposassero perfettamente. Pierrot viene “ipnotizzato” dalla Luna, la desidera ardentemente, ma non può averla. Mesmerism è la malinconia per ciò che ci rapisce ma è irraggiungibile, e sfocia in Lament, il pezzo successivo, che è invece uno sfogo rabbioso e disperato.

Scusate, Mesmerism per voi sarebbe “music to fall asleep”? Ma voi siete matti! Non avevo incubi così pesanti dalla prima volta che ho ascoltato gli Utøya. E voi che incubi avete di solito? Mauro – Ahaha eccome! Ci è capitato anche di semi-addormentarci mentre la riascoltavamo durante le registrazioni 🙂 Ascoltata nel dormiveglia ha un effetto migliore! Il mio incubo più frequente è ritrovarmi a scuola con il pigiama o le ciabatte…
Michelangelo – I miei sono incubi in cui non ho il controllo della situazione, dove non posso scappare se inseguito, non posso frenare se sto guidando e finisco in un burrone ecc.
Valerio – Il mio incubo ricorrente è un tizio (quando ero bambino era un pagliaccio somigliante a Pennywise), di cui non riesco a vedere il viso, che mi rincorre cercando di acchiapparmi; la cosa che mi far star male è che, per quanto io mi sforzi di correre più veloce per seminarlo, lui rimane sempre a un soffio da me. È davvero angosciante!

L’album nuovo si chiude con una versione trasfigurata di un pezzo di storia: A Forest. Spiegate agli (spero pochi) scettici perché i Cure sono una delle più grandi band di sempre e perché la vostra versione è meglio delle altre decine di rifacimenti pubblicati dai gruppi metal in tutto il mondo. Valerio – Penso che i Cure siano stati una delle band più innovative della storia del rock. Pornography e Disintegration sono autentici capolavori dove il grottesco, il romanticismo e le atmosfere oscure vanno a unirsi. Il tutto in modo semplice ed elegante senza mai stancare. A Forest è un po’ l’apoteosi di questa magia. Sicuramente è un pezzo che si presta ad essere coverizzato in vari modi e noi siamo riusciti a farla suonare decisamente sludge. Ho ascoltato varie cover di A Forest e, a parer mio, risultano tutte un po’ troppo pompose… Noi siamo riusciti, nonostante la reinterpretazione, a mantenere un certo minimalismo che è un po’ l’anima di questo pezzo. Non so se oggettivamente sia migliore delle altre, diciamo che noi siamo parecchio soddisfatti del risultato e ci gasiamo un sacco a suonarla!
Michelangelo – Non so se sia migliore di altre, di sicuro l’abbiamo scritta come se fosse una canzone nuova, nostra, invece di pensare a come i Cure l’avessero suonata o ai significati che avesse per loro. Tutto ciò che scriviamo ha delle influenze esterne ma quello che poi ne esce è qualcosa di personale e intimo piuttosto che una semplice copia.
Mauro – Siamo partiti dalla loro versione, ma l’abbiamo subito deragliata per renderla “nostra”, senza porci troppi problemi. Anche io non so se sia la versione migliore, ma secondo me non è banale, è molto personale e sentita.

I Sator e il colore verde: abbinamento che continua a resistere su dischi e cassette, nonché adesivi, loghi vari e luci nei concerti. Perché questa scelta netta? Mauro – All’inizio è nata per caso: per associazione con la copertina del disco, perché le prime foto del gruppo le abbiamo fatte in mezzo alla natura…
Michelangelo – È una scelta molto istintiva credo. Il verde, in particolare il verde scuro è un colore che rilassa e ti fa sentire “parte del tutto”, ma allo stesso tempo inquieta: come una foresta sconfinata che è molto calma ma decisamente non un posto tranquillo o sicuro. La natura può essere stupenda e terribile allo stesso tempo, si potrebbe dire che il verde rappresenti bene questa dualità.

Oltre al verde, gli album dei Sator sono legati anche dal fatto che il vostro produttore è Valerio. È un punto di forza che di una faccenda così delicata se ne occupi proprio uno di voi oppure ogni tanto questa doppia veste di produttore/musicista fa sorgere discussioni? Valerio – Secondo me è un punto di forza perché trovo molto stimolante e soddisfacente avere la possibilità di poter prendere decisioni con assoluta libertà. Lavorando ai dischi dei Sator molto spesso abbiamo preso decisioni di tipo “tecnico” che probabilmente un vero sound engineer non apprezzerebbe molto ahahah. E poi raggiungere il risultato che speravi da solo, senza l’aiuto di nessuno, ti ripaga in modo piuttosto notevole. Però mi piacerebbe registrare un disco in uno studio vero, molto probabilmente mi aiuterebbe a crescere e a migliorare sia come musicista sia come produttore… Si può e si deve sempre imparare dal confronto con le altre persone.
Michelangelo – È sicuramente un punto di forza e soprattutto una certezza. Vedere con quale professionalità Valerio lavora durante le registrazioni ti fa sentire a tuo agio e guidato verso il migliore dei risultati. Il fatto che sia proprio un tuo amico nonché membro della band a caricarsi di questa responsabilità ti toglie molte delle ansie e dei dubbi che si potrebbero avere registrando da un estraneo. Inoltre la registrazione non diventa un mero atto meccanico, ma un ulteriore momento in cui migliorare le canzoni, magari cambiando all’ultimo qualcosa che era sfuggito in fase di creazione e prove.
Mauro – Valerio produttore è sicuramente un punto di forza! Con lui mi sono trovato bene fin da subito anche per quanto riguarda le registrazioni e sono sempre stato più che soddisfatto del risultato finale. In più, mi asseconda se mi viene qualche idea poco “ortodossa”. Avendo la possibilità di registrare per conto nostro ci siamo sempre presi il tempo che ci serviva, cercando con calma i suoni giusti, sperimentando, riarrangiando i brani… Mai nessuna discussione, sempre tutto molto creativo. Mi piacerebbe comunque provare un’esperienza con una persona esterna al gruppo perché il confronto è spesso un’occasione di crescita: vediamo in futuro se ne avremo l’opportunità.

Ci sono collegamenti tra le vostre copertine, in particolare tra quella del primo disco e quella di Scorching Sunlight? In realtà non c’è nessun collegamento tra le copertine, se non che le prime due sono state disegnate dalla stessa persona. L’unica costante è il colore verde sempre in evidenza.

Oramai siete grandi. Tre album e uno split acclamati un po’ ovunque, ma ancora nessuno ha avuto il piacere di leggere un vostro testo. Perché vi sottraete alla pubblicazione delle parole? Ci sono motivazioni oscure dietro? Mauro – Motivazioni troppo oscure per essere svelate! No, in realtà è sempre stata una mera scelta pratica, vuoi per questioni di spazio, vuoi per scelta stilistica dell’artwork.
Valerio – Quindi nessuna motivazione oscura, semplicemente sono decisioni grafiche che minano la mia già traballante autostima (ahahahahah).

Vi devo rimproverare a nome di tutti i ficcanaso del web. Di solito riesco a trovare gossip e scaramucce varie, polemiche e roba pruriginosa. Ma voi, almeno come band, sembrate dei grandissimi normaloni. Mai un post lamentoso, mai una parola fuori posto, mai eccessivi. Come fate? Non amate mettervi in mostra? Valerio – Personalmente ho sempre odiato essere al centro dell’attenzione! Mi fa sentire profondamente a disagio… Solo ultimamente, con molti sforzi, sto cercando di scavalcare questo ostacolo, ma credimi, non è facile.
Michelangelo – Siamo decisamente dei normaloni. E va bene così. Preferiamo usare quel poco di cervello che ci resta per creare musica che ci piaccia piuttosto che perderci in discussioni inutili che non portano da nessuna parte…
Mauro – Normaloni, timidi e impacciati!

In sette anni avrete avuto sicuramente momenti di tensione tra di voi, no? Cosa ha reso solida la vostra band, nonostante tutto? Qualche volta è capitato, è normale, sia per motivi interni alla band che per momenti di vita privata poco felici… L’amicizia, il rispetto reciproco e la passione per la musica che facciamo sono le cose che ci hanno sempre dato la forza per andare avanti nei momenti grigi.

Stoner, sludge, doom… ogni tanto si fa un po’ di confusione al riguardo. Premesso che le etichette per me sono utili fino a un certo punto, c’è davvero così tanta differenza? Io spesso mi rompo i coglioni e uso solo il termine doom. Anche a noi non piace tanto catalogare le cose. Certo le etichette sono utili, ma fino a un certo punto… Il termine “doom” sicuramente può dare un’idea generale, stoner e sludge derivano anche da quello, quindi ci sta usare solo questo termine.

Suonando musica decisamente disperata vi chiedo: perché l’uomo si crea delle figure inesistenti, delle situazioni in cui non può far altro che aggrapparsi alla speranza? Anche in altre specie di esseri viventi la speranza ha un ruolo così importante? Non sapremmo dire se la speranza abbia un ruolo così importante in altre specie di esseri viventi, ma siamo sicuri che la provino anche loro; e non è un caso se alcuni di noi sono vegetariani. Senza entrare troppo nell’antropologia, il senso di impotenza di fronte a certi fenomeni naturali, la paura, la sofferenza e la frustrazione hanno portato l’uomo a creare il divino, o degli esseri superiori, che spiegassero questi fenomeni e dessero una via di fuga dall’inesorabilità della morte; qualcosa al quale aggrapparsi per continuare a vivere, insomma, nella speranza che prima o poi ci sia una redenzione, in questa o in un’eventuale altra esistenza. Per assurdo, in certe religioni e credenze, la via di fuga ha finito per convincere le persone che vivere una vita di privazioni, invece che goderne ogni istante vista la sua fugacità, sia la cosa giusta. Poi c’è chi esorcizza la paura della morte suonando pezzi da mezz’ora!

sator cover

Avete sentito la storia di Stoned Meadow of Doom? Il canale Youtube è stato oramai abbandonato dalla maggior parte dei gruppi, che hanno preso le distanze dal tizio. Che ne pensate? Abbiamo seguito la cosa molto marginalmente, non avendo mai avuto contatti con il tizio in questione e anzi scoprendone l’esistenza proprio a causa di questo polverone. Per quanto ci riguarda ci sembra doveroso prendere le distanze da chi esprime idee razziste, misogine o sessiste, come in questo caso, e mai e poi mai vorremmo vedere il nostro nome associato a gente del genere.

Prima che il coronavirus bloccasse le nostre esistenze, siete riusciti a suonare in Svizzera a metà febbraio. Com’è andata? Che scaletta avete fatto? Trovarsi concerti lì è un buon modo per crescere, secondo voi? È andata molto bene, come del resto quasi ogni volta che si suona all’estero, in particolare in Europa centrale/del nord. La scaletta era: Scorching Sunlight (una parte, non avevamo tempo per farla tutta!), Funeral Pyres, Burning Man, Heartache, Ordeal e A Forest. A Frauenfeld ci hanno anche chiesto un bis e abbiamo colto l’occasione per suonare in anteprima un nuovo pezzo. Suonare dal vivo è sempre un modo per crescere, ovunque avvenga, ma in Svizzera e in Germania in particolare ci siamo sempre trovati benissimo. Ti rendi conto che c’è un seguito maggiore per questi generi musicali, il pubblico è sempre preso bene e reattivo. C’è sempre un’ospitalità stupenda e a fine concerto la gente spesso ti coinvolge in chiacchierate interessanti.

In un’ipotetica maratona dal vivo, in cui suonate tutti i vostri pezzi, chi di voi crollerebbe per primo? Per sua stessa ammissione, Michelangelo!

Da calciofilo non posso tenermela. Il modo di giocare di quale squadra della vostra città si abbina meglio alla musica dei Sator? C’è un riff o un passaggio delle canzoni dei Sator che vorreste far risuonare per tutto lo stadio, non dico ad ogni gol fatto, ma ad ogni gol subito? Mauro – Premettendo che, chi più chi meno, odiamo tutti e tre il calcio, mi piacerebbe sentire il feedback a metà di Ordeal con il sample Ero insozzato di morte. Giusto per dare fastidio!

Se gli effetti e la tastiera presenti in questa foto potessero parlare, cosa ci direbbero dei Sator? Che sono felici di essere maltrattati in quel modo!

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