Intervista a Dolore (alias Giorgio Trombino)

Non aggiornavo il blog da parecchio, quasi un mese in cui è successo di tutto. Non temete: se i miei interlocutori decideranno prima o poi di rispondermi vi sommergerò presto di altre interviste. Ne ho una decina in stand by, quindi mi trincero a ragione dietro al classico “non è colpa mia”. Nel frattempo però ho deciso di deviare dall’enorme quantità di metal (con decise virate verso il crust, di cui vi renderò conto prossimamente), andando a importunare di nuovo un brillante individuo già noto alle cronache musicali contemporanee, artisticamente molto irrequieto, che si cimenta sempre con ottimi risultati in campi anche lontanissimi tra di loro. Giorgio Trombino, infatti, non si ferma davanti ai bei risultati avuti coi suoi Haemophagus e Assumption, tra gli altri, ma ha tirato fuori un altro asso dalla manica. In realtà più che un asso sembra un coltellaccio affilato, con cui ha messo da parte chitarre distorte e metallo assortito, per andare a parare su un mondo parallelo, cruento e orrorifico. Buon Dolore a tutti. [F]

Cosa ti ha spinto a creare Dolore? Non ce n’era già abbastanza nel mondo? Il mercato discografico è agonizzante e tu aggiungi altra carne al fuoco! C’era del dolore in eccesso nella tua vita reale che dovevi canalizzare verso un obiettivo? In effetti a questo mondo non c’è alcun bisogno di nuovi progetti musicali! La spinta dietro una nuova incarnazione, almeno per me, ruota sempre attorno alla necessità personale di svolgere indagini su generi che magari ascolto da anni, ma nei quali non mi ero mai cimentato fino in fondo. Nessun dolore in eccesso, dunque. In ogni caso il nome del progetto è tanto stilizzato quanto la musica prodotta fin’ora. Il Dolore a cui mi riferisco è estetico, visivo, cinematografico, “fictional” e al tempo stesso immediato e corporeo quanto certi beat dritti e al confine con l’italo disco.

Qual è l’aspetto più doloroso che affronti nella creazione e nella realizzazione della musica di Dolore? L’aspetto davvero doloroso per me sarebbe l’eventualità, per fortuna scongiurata, di reprimere tutti gli immaginari orripilanti che mi vengono in mente. L’impressione sonora libera la visione inquietante alla base. Il mio obiettivo è uno: cercare di raccontare musicalmente dei film inesistenti. In realtà la composizione, almeno per me, è un momento molto più affine al gioco e alla serendipità che all’idea classica o romantica di ispirazione. La sfida sta nell’imporre delle regole più o meno ferree all’idea di partenza e a domare l’aspetto torrenziale e incasinato del mood sonoro quando questo ti viene in mente.

Se dovessimo immaginarti nel momento epifanico in cui ti viene l’attacco d’arte e cominci a suonare, questa foto sarebbe indicativa o c’è dell’altro che potrebbe visivamente darci un altro punto di vista? Negli ultimi anni ho cominciato sempre più a lavorare “a progetto”. In passato accumulavo materiale per i miei gruppi in tempi e modi molto diversi, e questo, probabilmente, ha contribuito alla disorganizzazione di molte cose che ho prodotto e composto. Adesso cerco di avere un approccio molto più disciplinato alla composizione: le strutture di entrambi i dischi di Dolore, ad esempio, sono state attentamente programmate. Il primo passo, per me, è avere in mente delle scene da descrivere. Ci vuole un nome per l’album – non provvisorio! – e una sequenza di titoli capaci di creare una solida catena narrativa. Tutto viene annotato insieme a una serie di spunti visivi per l’artwork e di possibili pieghe compositive da far snodare attraverso i pezzi. Il disco deve infine avere degli ordigni descrittivi chiari e ben calibrati. Il rischio, in assenza dello schema generale, è di avere una sfilza di canzoni slegate e disomogenee, come delle sequenze cinematografiche senza una direzione di fondo. Tutto, per me, deve essere sempre subordinato all’atmosfera.

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Devo chiederti una cosa banale. Quali sono le differenze tra le due opere fino ad ora pubblicate a nome Dolore? Influenzato dalle copertine direi che nella prima scorre più sangue, mentre nella seconda ci sono più momenti sinistri e tesi. Da superficialone quale sono, direi che nel primo album c’è Dario Argento, nel secondo Pupi Avati. Mi sembrano degli ottimi riferimenti! L’Orrendo Spettacolo della Morte ha uno stile più sanguinolento ed è stato, soprattutto, una prova generale di produzione e un modo per orientarsi. Fantasmi è probabilmente un disco più centrato, metodico e “nebbioso”. Ho inserito pezzi abbastanza rocciosi accanto ad alcuni episodi molto eterei e al confine con la dark ambient.

Nel primo album, tra i ringraziamenti, si legge un riferimento a Prokof’ev. Non me l’aspettavo: me lo spieghi? Prokof’ev è stato di grande ispirazione nonché vittima di autentico saccheggio. Mi riferisco ad alcuni campionamenti di due suoi Concerti per violino (n.1 e 2, rispettivamente in Re Maggiore e Sol Minore). In che punti? Questo lo lascio scoprire all’ascoltatore più perverso…

Per Dolore hai fatto tutto da solo, ma in qualche punto interviene Sara (Messa, Restos Humanos, Sixcircles…, nonché tua dolce metà). Ecco, lei che ruolo ha avuto nella genesi dei due album? La mia dolce metà è intervenuta con la sua splendida voce in un pezzo del primo album, Caverne dell’Infanzia. Il suo timbro era semplicemente perfetto per quella parte. Sara è, inoltre, essenziale nelle creazione di ogni singolo elemento di grafica, artwork, fotografia. Mi ha aiutato dal primo momento a dare corpo alla parte visiva del progetto. Dal riempire il lavandino di casa di sangue (finto) a girare con la macchina fotografica fra boschi del trevigiano, case diroccate e sterpaglie incandescenti a luglio e agosto, il suo contributo è stato importantissimo in ogni momento.

Il tuo dolore si attenua o si acuisce quando molti (tra cui riviste autorevoli come Rumore) ti paragonano a Frizzi, Ortolani e Simonetti? Da un lato la gratificazione che ti solletica il pancino, dall’altra il peso di certi nomi: da che parte stai? Sono davvero lusingato nella mia nullità! Potrei dire di stare inventando questo o quell’altro, ma sarebbe solo un’immane minchiata. I miei riferimenti sono chiarissimi nonostante io cerchi, in ogni caso, di reinterpretare le varie influenze con una minima cifra personale. Frizzi, Ortolani e Simonetti sono stelle fisse nel panorama della colonna sonora “all’italiana”, nonché dei punti di riferimento assoluti per gli ascoltatori o per chiunque abbia un interesse compositivo nei confronti della storia della musica cinematografica.

Qual è la cosa più dolorosa che potrebbero dire di Dolore? Sarei felice di leggere qualcosa tipo “il nuovo disco di Dolore è una cagata pazzesca!”, se non altro per il valore della citazione.

Dolore cover

Forse è eccessivo impiegare il termine di cui sto abusando in queste domande, ma te lo chiedo lo stesso: ci sono tratti del mondo musicale che ti circonda (quindi principalmente quello metal, credo) che ti addolorano o ti fanno cascare le palle? Abbondantemente. Da quando ho cominciato a scrivere qualche recensione per la storica zine Voices From the Darkside mi sono capitati alcuni gruppi interessanti e vari gruppi noiosi. Ad esempio, una cosa che non comprendo è l’utilizzo, frequentissimo in una miriade di gruppi, di pochissime tonalità. Non c’è bisogno di essere virtuosi o armonicamente preparati per cercare di differenziare i propri pezzi. Ho avvertito molta più staticità nell’ultimo disco degli Entombed A.D. [condoglianze per averlo ascoltato tutto] che in qualunque altro disco minimal/ambient/drone esistente sulla faccia della terra. Preferisco di gran lunga ascoltare un pezzo di 27 minuti di Antti Tolvi con un singolo accordo di organo da chiesa o un intero doppio album di Phill Niblock piuttosto che l’ennesimo gruppo death o thrash troppo pigro per capire che un album con venti riff tutti orientati fra primo e quarto tasto risulta semplicemente noioso. Transilvanian Hunger suona assolutamente ipnotico e trascinante proprio perché le note sono scelte con cura e perché si fonda su un assunto tanto semplice quanto geniale e innovativo per l’epoca, ovvero riff “lenti” su tempi di batteria veloci e ripetitivi. Non dico che ogni disco odierno dovrebbe seguire quel pattern, ma in generale mi sembra di ascoltare sempre più spesso roba sulla quale i gruppi sembrano non aver speso neanche un secondo di tempo per fare un briciolo di autoanalisi e revisione. Perdonami la filippica!

Parliamo di cose serie e facciamoci domande a cui probabilmente non si può dare una risposta. Esiste vita senza dolore? No.

Il dolore è contagioso? Se sì, anche la tua musica dovrebbe esserlo? Il dolore può essere contagioso, si. Per quanto riguarda la mia “musica”, il mio unico desiderio a riguardo è cercare di contribuire all’aumento dei casi di vampirismo nella Pedemontana.

Qual è il rapporto tra dolore e piacere? Il dolore resta tale quando lo si utilizza per raggiungere un senso di piacere? Bisognerebbe chiederlo ad Aristotele, al Marchese De Sade o ai Judas Priest di Pain and Pleasure. Uno dei punti di vista per me più validi sull’argomento rimane quello di Hermann Nitsch, per il quale il versamento del sangue ha un valore orgiastico e sacro al tempo stesso. L’intossicazione della violenza (estetica, teatrale) produce un effetto di liberazione dalle passioni attraverso l’abuso degli opposti.

Qualche tempo fa ho ricevuto l’inevitabile scampanellata da parte dei Testimoni di Geova. Mi hanno chiesto a bruciapelo: “Lo sai che Dio soffre per i tuoi peccati?”. E io ho risposto che se davvero esiste una divinità sicuramente il suo livello di perfezione sarà tale da non farsi scalfire da qualche invocazione colorita o da goduriose pippette. Mi dicesti, in occasione della scorsa intervista, che hai praticato meditazione buddista per anni. Un dio potrebbe mai provare dolore? Hai sviluppato ancora il tuo pensiero sul sacro? La storia della tua risposta ai Testimoni di Geova è fantastica. Per quanto riguarda le ultime due domande, si spalancano portali cosmici difficilmente sintetizzabili. Nella cosmogonia buddista molte divinità sono soggette al ciclo di nascita e morte esattamente come gli esseri senzienti nel Samsara. Non possediamo adeguate capacità di comprensione di certi fenomeni, e forse è giusto così. In questi ultimi anni credo sempre più nell’impressione istintiva, nel rapimento improvviso, nel raccoglimento inaspettato e in quei momenti in cui credi di afferrare qualcosa di impalpabile, in silenzio o attraverso determinati suoni. L’organizzazione in una dottrina specifica, al momento, è per me secondaria.

Dolore cover 2

In arte chi è riuscito a tuo avviso a racchiudere l’essenza del dolore in una singola opera? Ci sono vite di artisti che incarnano il vero dolore? Ci sono davvero troppe opere e troppe vite di artisti degne di essere menzionate. In musica penso che Pression di Helmut Lachenmann sia forse uno dei vertici assoluti, se non altro sotto il profilo timbrico…

In una scala da 0 a 10 quanto dolore contengono gli altri tuoi progetti musicali? Immagino che il 10 lo assegnerai solo a Dolore, ma sono curioso di sentire la tua motivata opinione. Paradossalmente, la più elevata percentuale di paranoie è racchiusa nel primo disco del mio progetto acustico Furious Georgie. Il titolo è You Know It. Ci sono dei momenti molto confessionali e intimi. Nel 90% dei miei progetti, invece, il dolore è del tutto estetico, testuale e sonoro.

Sarebbe doloroso portare dal vivo Dolore? Magari con immagini e video che rendono il tutto godibile a 360 gradi… Ho ricevuto alcune richieste a riguardo e non è del tutto escluso che, a un certo punto e all’improvviso, qualcosa accada. Al momento avrei bisogno di una postazione di synth stile Rick Wakeman nel 1972 per far funzionare tutto, dato che alcuni pezzi hanno parecchie parti sovraincise. Vedremo!

Nella tua testa c’è già la sceneggiatura dei film che accompagnano i tuoi due album? Come si svolgono? Quali sono le loro caratteristiche, i registi, i cast? Come già accennato nel corso dell’intervista, si, il disegno generale dei due album è stato sempre architettato in maniera abbastanza precisa fin da subito. Cerco di ridurre il più possibile i cambiamenti in corse e mi impegno ad elaborare il progetto in maniera compiuta prima di buttarmi nella composizione. È anche naturale, vista la natura di Dolore: la percentuale di improvvisazione attorno a certi temi e atmosfere, seppur presente, è molto limitata. Devi riguardare e riascoltare il fantasma di ciò che hai in mente molte volte per capire se stai andando nella direzione giusta. Una cosa è certa: la “trama” di partenza deve essere varia, stimolante e deve in un certo senso evocare un certo numero di colpi di scena sonori, per così dire.

Per Fantasmi ti sei detto ispirato anche alla campagna di Possagno, il paese in cui abiti. I tuoi concittadini sanno della tua carriera musicale? Ti hanno già insignito di qualche onorificenza o aspettano la tua ascesa al cielo? Sei consapevole del fatto che – se mai accadrà – la Sicilia e il Veneto si contenderanno i tuoi resti mortali? Ahah! Possagno conta poco più di 2000 anime apparentemente riservate e silenziose. Attraversarla a piedi dopo il tramonto, in autunno, è molto suggestivo, specie nelle vicinanze del tempio del Canova o della chiesa di San Rocco o di Santa Giustina, anche se la foto di copertina è stata scattata un po’ più a sud, dalle parti di Nervesa Della Battaglia. Ad ogni modo l’impiegato delle poste del paese ormai mi conosce per le spedizioni di dolorosi pacchetti in varie destinazioni, dunque può darsi che un’idea se la sia fatta! Per quanto riguarda le onorificenze non saprei, mi auguro unicamente di risorgere con le fattezze di qualche schifoso abominio tipo “La Creatura del Cimitero” di Singleton per poi vagare in eterno, fetente, fra umani terrorizzati. Grazie mille per l’intervista!

2 pensieri su “Intervista a Dolore (alias Giorgio Trombino)

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