Intervista a Marco Basili (Hornwood Fell, Nor, Nur Run, Vinter Fresa, Kailash, Krom, Hastur, Hastur Evocation)

Vivere nella musica, con la musica, per la musica: può essere un conciso riassunto della vita dei fratelli Andrea e Marco Basili, conosciuti in questo periodo storico per essere dietro agli Hornwood Fell (ma hanno fatto anche tanto altro, come leggerete a breve). Prima ancora che dai loro trascorsi, sono rimasto subito affascinato dalla loro musica, declinata su tantissimi paradigmi che hanno come radice una fortissima personalità. Risponde Marco, chitarrista e cantante. [F]

Partiamo da lontanissimo. Come giudicate oggi When Bestial Moans Compose a Sweet Symphony, il vostro primissimo lavoro risalente al 1996, quando vi eravate negli Hastur Evocation? Ciao! Beh è il primo lavoro che abbiamo fatto, diciamo che riascoltandolo non mi faccio problemi del tipo: “meglio se avessimo fatto così” o magari “questa cosa non mi piace”. All’epoca era quello che riuscivamo a fare. In generale lo trovo un bel lavoro, comunque.

Non è il caso di ristamparlo? A me piace molto, ma – visto quello che suonate oggi – forse non la pensate allo stesso modo… E’ stato ristampato in edizione limitatissima in cassetta da una piccola label, Suoni Oscuri, qualche tempo fa e in questi giorni, è stato pubblicato in cd da Medieval Werewolf Antiquarium in edizione limitatissima.

Hastur Evocation è stata la vostra prima band. Avevate sedici anni e con voi c’era Giampaolo Carrazza. Perché non è rimasto con voi in seguito? Siete delle menti difficili da seguire o semplicemente si era stancato del metal? Dopo aver fatto quel lavoro, per un periodo abbiamo continuato a suonare insieme. Mi ricordo che avevamo diverse cose pronte, molto più violente e nordiche, ma poi Giampaolo ha deciso di lasciare per dedicarsi totalmente alla chitarra classica (eravamo nella stessa classe in conservatorio).

Sul video Youtube in cui ho scoperto la demo When Bestial Moans Compose a Sweet Symphony, ci sono anche le scansioni del booklet. Chi sono gli amici bielorussi che ringraziate? Erano amici di Gianpaolo. Uno di loro, non ricordo il nome, ci ha fatto anche il logo.

Da Hastur Evocation a Hastur senza più Evocation, nel giro di un paio di anni. Perché? Di Presunzione Antropocentrica non si trova nulla in rete, come mai? Il nome cambiò perché il genere cambiò. Ci serviva qualcosa di meno black metal, Hastur ci sembrava più idoneo, visto che quell’EP suonava più tecnico, veloce e molto death metal. Noi abbiamo provato a cercare i file per caricarli, ma è tutto smarrito e non penso che qualcuno conosca quell’EP. Nel 1998 è uscito uno split con un’altra band di Roma chiamata P820P, ma sono state vendute solo pochissime di copie in America da una piccola label. Nessuno ha distribuito il lavoro da queste parti o in Europa.

Dopo Presunzione Antropocentrica cosa successe agli Hastur? Perché ci vollero cinque anni per arrivare ai Krom, in cui a voi due si aggiunsero anche altri musicisti? Dopo quell’EP degli Hastur, io e mio fratello iniziammo a scrivere il demo che poi uscì molti hanni dopo con il monicker Hastur, The End Of Existence. Ancora non eravamo inclini a far uscire roba in formato fisico… insomma non avevamo molto interesse riguardo alla pubblicazione. Suonavamo dal vivo e facevamo parte di altri progetti musicali, i Frank Drebin ed anche gli Areekstweens, un altro progetto metal sperimentale [con quel geniaccio di Fabio Recchia]. Nel 2002 poi abbiamo formato i Krom, con due altri musicisti al fianco: Andrea Vacca al basso e Albione Di Pietrantonio alla chitarra, che poi divenne Kailash appena ci ritrovammo in due.

Che differenza c’è tra la canzone Hastur del 1996 e quella del 2003? A parte il primo album a nome Kailash in cui avete messo mano alle canzoni a nome Krom, in quante altre occasioni avete ripreso vecchi riff o melodie in composizioni più recenti? Gli Hastur del 1996 erano praticamente black metal/death melodico. Gli Hastur successivi erano molto influenzati dai Cryptopsy, tutt’altra roba insomma. Nell’ambito metal questo “recupero” è avvenuto solo lì. Altre volte abbiamo preso dei prestiti di roba che facevamo in passato, ma sono usciti sotto un altro moniker: Brothermusichood, progetto electro trip hop ambient e tante altre cose, insomma una specie di contenitore musicale dove sperimentiamo altri tipi di suoni.

L’abbiamo anticipato: un altro cambiamento nella vostra carriera è stato quello che da Krom vi ha fatti diventare Kailash. Cosa l’ha prodotto? Intanto l’essere rimasti solo io e mio fratello, e poi la virata che avevamo fatto pian piano con il progetto. Kailash era un moniker che ci piaceva di più, Krom era abbastanza orribile. È stato scelto per gioco, una citazione di Conan il Barbaro.

Con voi ha suonato per qualche tempo Giordano Costantino, da me conosciuto per i Mass Obliteration. Che fine ha fatto e come è andata tra di voi? Non mi ricordo perfettamente il periodo, ma c’era un buon affiatamento. Abbiamo anche registrato un EP che non è mai uscito. Lui aveva grande voce, comunque. Io e Andrea abbiamo deciso di interrompere perché non avevamo le idee chiare; vivevamo un periodo molto strano, il progetto traballava spesso, non eravamo sicuri di voler continuare con gli Hastur. Passavamo da un progetto a un altro, nel senso che un giorno volevamo suonare una cosa e l’altro tutt’altra. Eravamo una band con altri elementi, in questo caso esterni alla famiglia, quindi devi portare rispetto agli altri parlando sempre chiaro, ma noi rischiavamo di avvolgerli (c’era anche al basso il chitarrista dei Compulsion, Lorenzo Trovarelli) in una nube fitta. A quel punto abbiamo deciso di continuare in due, provando a fare concerti, per breve tempo, e poi, alla fine, il progetto è totalmente decaduto.

Nel frattempo sembravano di nuovo attivi gli Hastur oppure quelle tra il 2006 e il 2011 sono pubblicazioni di canzoni che dovevate smaltire? Che rapporti c’erano tra i vecchi Hastur e i nuovi Kailash? Quelle del 2006 erano pezzi composti nel 1999/2000. Poi quelli del 2011 hanno avuto la stessa sorte, registrati dopo molto tempo averli fatti. Già allora avevamo provato a registrarli, ma poi è tutto sfumato nel nulla. I rapporti tra i due progetti? Beh eravamo sempre noi due, anche se per un grosso periodo abbiamo preferito portare avanti i Kailash.

Cos’è andato storto con Past Changing Fast e le due versioni del 2009 e del 2012? Forse la registrazione vintage? Non so, posso immaginare che il disco suonasse troppo strano per un pubblico metal. In quel disco ci sono molti riferimenti al math rock. Ad esempio il pezzo che dà il nome al disco, il secondo della scaletta, suona molto Don Caballero con roba un po’ avantgarde black metal in mezzo. Insomma era un connubio secondo me un po’strano. Gli addetti ai lavori hanno molto apprezzato, anche se qualcuno non aveva capito la scelta di quel suono scarno. Un disco che ha diviso molto il pubblico.

Coi Kailash ritenete di aver suonato musica sperimentale? Credete che vi abbia penalizzato l’essere una band strumentale a livello di notorietà o feedback più o meno positivi? C’era un lavoro di ricerca personale dietro ai Kailash, non esisteva preoccupazione per quanto riguardava il pubblico. Sì, in qualche modo era un esperimento e suonava sicuramente, appunto, un po’ sperimentale. E forse il fatto di essere una band strumentale ci ha magari penalizzato. Secondo me ha influito il fatto che fosse un disco che non aveva, per certi versi, barriere, faticoso per molti, visto che non era di facile collocazione.

Nel 2010 siete usciti con l’album omonimo dei Vinter Fresa. Chi vi ha accompagnato in quella (breve) avventura? Si può dire che quel tipo di musica ha preparato il terreno per Hornwood Fell? Quel disco è stato scritto in fretta e in furia, è proprio da lì che io e mio fratello abbiamo riscoperto il black metal e abbiamo poi formato gli Hornwood Fell. Facevano parte di quel progetto un nostro amico, David Centofanti, e mia moglie che curò le parti di voce pulita e l’artwork.

Con Hornwood Fell (almeno nel primo album, per quanto ne so) i pezzi sono cantati “al contrario”. Potete spiegarmi questa scelta e esattamente come fate? Vi riferite alla singola parola, ma nell’ordine regolare, oppure all’intero testo, cantando dall’ultima parola alla prima? Ogni singola parola cantata al contrario. L’inglese era troppo morbido, l’italiano non ci piaceva l’effetto, troppo poco duro. Ma l’italiano al contrario ha funzionato, almeno per quanto ci riguarda, ci piacque molto. Che poi è stato un’idea di mia moglie, mi disse una sera: “Prova con l’italiano al contrario…”, e il giorno dopo ho fatto tutta la voce.

Come avete ideato il particolare stile vocale impiegato in My Body, My Time? Da quell’album alcuni fan integerrimi del black metal puro vi hanno tolto il saluto? Quando mandai il master all’Avantgarde Music, Roberto e Tryfar (artista che cura molte delle copertine dell’Avantgarde e che ha curato quelle dei primi nostri album) mi dissero che al livello musicale era ben fatto, ma che la voce era un po’ monotona, per via di uno scream distorto e abbastanza di cattivo gusto per certi versi. Ci siamo messi al lavoro nei successivi due giorni e con Andrea abbiamo deciso di fare tutt’altra cosa, buttando tutti gli scream che avevo registrato. Ci siamo molto ispirati ai Voivod, anche molto agli anni Settanta, roba di Bowie ed ovviamente ai Ved Buens Ende. Sì, molti ci hanno, per così dire, tolto il saluto. Vabbè alla fine è il mondo della musica, se fai sperimentazioni rischi molto, e a noi piace molto rischiare, nel senso che ci piace molto fare ricerca musicale.

Tra My Body, My Time e Inferus è trascorso un annetto, ma musicalmente avete cambiato molte cose. Come vi siete trovati a tornare su un black più crudo e sferzante? Quello è stato un EP totalmente vomitato, per cosi’ dire. Subito dopo My Body…, volevamo cimentarci su qualcosa di brutale e oscuro. Era da un po’ che cercavamo il momento giusto per immegerci in una cosa di quel tipo. Mi ricordo che appena uscito My Body, My Time ci siamo detti: il prossimo sarà feroce.

Tornando a parlare di testi, nulla è indicato nell’ultimo album. E le canzoni stesse si chiamano solo Vulnera, ossia ferite. Come dovremmo interpretare allora Damno Lumina Nocte? Essenzialmente dovremmo basarci sulla musica e sulla copertina? I testi raccontano a pieno la musica e l’artwork: ferite e strazio umano.

Benché My Body, My Time sia a mio avviso uno dei migliori album degli ultimi anni, ci sono stati diversi pareri critici (Metalitalia ad esempio, che vi preferiva nei primi album). Avete tenuto conto di loro quando vi siete approcciati al nuovo disco, in effetti molto diverso dal predecessore? Abbiamo tenuto conto delle nostre priorità. Il fatto è che siamo ancora assidui ascoltatori di metal estremo e oscuro, che non riusciamo mai a fare la stessa cosa; ci stufa molto il dover ripetere una ricetta, preferiamo l’ispirazione del momento senza farci problemi di dove poi ci porterà.

Nur Run adesso è inteso come un progetto a sé stante che ha dato vita ad un album intero, uscito in estate. Perché tenerlo distinto da Hornwood Fell, visto che siete comunque voi due gli artefici? Quello è un lavoro che ho fatto da me, è un disco del 2017; aspettavo che mio fratello ci mettesse le batterie e di sicuro sarebbe diventato tutt’altro. Non l’ho voluto far uscire come Hornwood Fell perché mio fratello non aveva partecipato.

Perché l’album si chiama Nurrun, tutto attaccato? E cosa significano i titoli stranissimi? Nur nella filosofia Sofi sta per luce, il nome è tradotto sarebbe “fuggire dalla luce” o “la luce che fugge, corre”. Il nome dell’album è la prosecuzione del moniker, ovvero due parole che diventano una composta, due parole distinte che elaborano qualcosa di più del significato che hanno singolarmente; ciò si sviluppa tanto con la musica quanto con il titolo stesso che unisce i due significati per forgiarne un altro. I titoli sono simboli che riportano una mia pazzia geometrica rispetto a delle sequenze dei riff, un po’ difficile da spiegare solo scrivendo.

Nei pressi dell’uscita di My Body, My Time è stato pubblicato un primo brano a nome Nor, tuo progetto solista. Da allora ben due album nel 2018 e un bellissimo EP di due pezzi questa estate. Come si inserisce Nor nella vostra visione della musica e dell’arte? Perché Andrea è rimasto fuori stavolta? Pubblicherai qualcosa anche in formato fisico, a parte Octagon che è uscito su cassetta per Mospharic? Ti ringrazio per il bel complimento riguardo l’EP! Andrea non ha partecipato ai Nor perché non aveva tempo. E’ un progetto che porterò avanti per molto, ma rimarrà sicuramente, almeno così sembra ad oggi, una one man band. Qui mi cimento in una serie di cose che volevo suonare da molto tempo, un viaggio artistico che mi stimola molto. Mi piacerebbe far uscire cose in formato fisico, ma ho perso l’entusiasmo per le etichette. Non si riesce spesso a trovare canali giusti, e quando li trovi i tempi sono troppo lunghi. Il progetto corre molto, ho bisogno di creare, non ho voglia di aspettare sette mesi per far uscire un lavoro. Se poi qualcuno vorrà stamparli ben venga!

Marco, tu e Andrea siete gemelli. Come ha condizionato il vostro percorso di vita e musicale? Nel bene e nel male è stata tutta una storia di picchi assurdi. Il nostro rapporto è speciale, fatto di tunnel emotivi che ti sviscerano, nel bene e nel male. Dal punto di vista artistico? Una cosa molto particolare, suoniamo senza sapere che cosa stiamo facendo, lo facciamo in due ed esce musica come se ci fossimo messi d’accordo.

Il vostro paese è Soriano al Cimino, nei pressi di Viterbo (e anche di uno dei luoghi che più mi ha colpito nel mio non frequentissimo viaggiare, Bomarzo). Su queste pagine già Marco dei Tundra e i Sangue romani hanno lodato la bellezza di quelle zone. Voi ovviamente siete fuori concorso e vi chiedo: come ha influito sui vostri progetti musicali crescere in quei posti? Per mia esperienza personale ti dico che essere circondati da boschi fa bene all’arte e al cuore. Mi è fondamentale avere un orizzonte spoglio da casermoni, mi dà una possibilità di vita, mi sostiene. Le energie dei Cimini sono molto forti e regalano libertà totale, almeno a me. Da queste parti esiste ancora un mondo dai tratti romantici.

In un’intervista di qualche anno fa per Hypnos Webzine, hai detto qualcosa che mi ha colpito: il “black metal è lo stile che mi appassiona di più perché trovo in esso la possibilità di suonare in modo istintivo, con lo stomaco”. Era in uscita Yheri, già diverso dall’omonimo Hornwood Fell. Oggi le vostre coordinate musicali si sono spostate dallo stomaco al cervello o quantomeno al cuore? Penso all’emotività di Nur e alla complessità di certe parti di Damno Lumina Nocte, ad esempio. Le emozioni, le immagini, ci ispirano più di tutti da sempre. Cambiano le cose perché si cresce, ma la sostanze rimane l’istinto: permettere allo stomaco di parlare. Siamo ancora su quei binari, raccontiamo storie diverse, è vero. Anche se le cose appaiono più complesse in realtà sono sempre state, e sono misurate in quel modo lì. Stomaco, cuore, istintività.

RockHard tedesco, in una recensione striminzita e pessima del vostro penultimo album, vi chiamava “giovani musicisti”. Era il 2018. Come vi siete sentiti? In fondo giovani lo siete ancora, anche se suonate da oltre vent’anni? Beh non ci siamo sentiti poi così bene dopo quell’articolo. C’è da dire che nessun nostro progetto ha raggiunto fama, molti recensori non sanno giustamente chi siamo e quanti anni di musica ci portiamo alle spalle. Penso che questo sia del tutto normale. Sì, siamo ancora giovani! A 39 anni si è ancora giovani, no?!

Marco, tu sei diplomato al conservatorio e insegni chitarra. Eppure non vuoi smetterla con questa musica cattiva e rumorosa. Perché molti vedono il metal come una cosa abnorme o, nel migliore dei casi, una fase passeggera della propria vita? Il metal è un genere talmente tanto ampio oggi che se questi tizi facessero più attenzione, sono sicuro che troverebbero cose che incontrerebbero i loro gusti. Detto questo, è un genere circondato da cazzate, e questa cosa pesa molto. Le persone vivono la musica anche guardando il mondo che circonda quei musicisti. Il metal più conosciuto è pieno di show man abbastanza stupidi. Forse è lì che molti si fermano. Ma se hai esperienza e sai dove cercare, trovi vera e propria musica, e appunto musica e non cazzate. Se qualcuno si allontana, come molti miei amici, è perché l’incontro fatto con questo stile musicale non era poi, alla fine, così forte o catartico, se penso a quello che è successo a me. Ti posso dire che, avendo studiato (e studiando tutt’ora) musica classica, il metal, per molti versi, si avvicina molto a questa, e una certa cerchia del metal in particolare: il black metal, quello della seconda ondata. Il fatto di suonare con accordi senza usare spesso il palm muting, in alcune band praticamente mai, da quella sensazioni di orchestrale, ovvero suoni che formano una polifonia densa, visto che poi i distorsori che non fanno nient’altro che aumentare le armoniche delle chitarre. Il suono è molto denso ed è quello che succede in un’orchestra, appunto, poco importa il tipo di melodia o costruzione che si usa sul pezzo, io mi riferisco all’effetto finale. L’esempio vale per alcune band e non per tutte, ovviamente.

Questa estate Thomann Italia ha pubblicato un video con Steffan Kummerer degli Obscura (non l’ultimo scemo che passa) e i commenti sono stati per lo più negativi, del tenore “questo non suona, gratta le corde della chitarra”. Perché certi soggetti si pongono in modo derisorio o violento rispetto a qualcosa che evidentemente non si conosce, come la musica metal? A mio avviso le persone che criticano con questa cattiveria non vanno prese in considerazione. Evidentemente dietro quelle brutte parole c’è qualcos’altro, qualcosa che fa da specchio, che spinge in superficie un’aggressività magari repressa, forse i loro fallimenti, e magari lo fanno su tutto: su tutte le cose che non conoscono. Bisogna compatirli o non ascoltarli.

Vi siete mai chiesti se avreste potuto diventare “famosi”? C’è stato un punto della vostra carriera un cui siete stati vicini ad arrivare a un pubblico più largo? Sì, ce lo siamo chiesti, ma non abbiamo mai camminato su quei binari perché in fin dei conti non era per noi il traguardo. Forse un treno è passato, ma eravamo troppo giovani. Ci contattò Andy Turner della Century Media, nel 1998. Poco dopo aver spedito a lui Presunzione Antropocentrica, ci rispose, con una lettera (le email ancora non si usavano) chi gli era molto piaciuto e che se fossimo passati dalle parti di Londra ci sarebbe venuto ad ascoltare. Noi non ci siamo riusciti per tanti motivi, ad esempio perché eravamo troppo giovani e poco esperti. Forse poteva essere un modo per arrivare più in alto? Probabilmente.

Credete che il mondo del black metal sia più elastico rispetto al 1996? Secondo voi come sarebbero stati accolti gli Hornwood Fell in quegli anni? Negli anni Novanta, a mio avviso, c’era più apertura. Oggi è più difficile farsi avanti con roba dalle tinte sperimentali. Pensa se si fossero formati i Ved Buens Ende oggi, secondo me non li avrebbe notati nessuno. Oggi non c’è tempo di ascoltare i cd più di una volta, ovvero la gente non ha più voglia di farlo. Prima c’era invece una dimensione totalmente differente, ti sedevi e lo ascoltavi fino al vomito. Oggi non può essere così, ci sono troppi input con il web; è il periodo in cui viviamo. Secondo me i dischi degli Hornwood sarebbero andati alla grande; nei primi tre lavori c’è un mood che avrebbe sicuramente affascinato di più in quel periodo.

Ci sono dei video (uno qui sotto) in cui suonate come Hastur in Germania, nel lontano 2011… è quello uno degli ultimi eventi live a cui avete partecipato oppure c’è anche qualcosa di successivo? In generale perché non fate concerti? Anche i Ved Buens Ende, gruppo di cui avete grande stima, suonano dal vivo! Gli ultimi nostri live sono del 2014 con i Germanotta Youth, progetto dove all’inizio militava mio fratello, Massimo degli Zu e Fabio Recchia dei Nohaybandatrio. Quando Massimo decise di lasciare la band, Fabio e Andrea mi hanno proposto di entrare come bassista nel progetto. Dopo circa un anno io e mio fratello abbiamo lasciato il progetto. Per quanto mi riguarda la dimensione live non fa per me. Ho deciso di lasciar perdere perché la cosa che mi piace della musica è la vita da studio, comporre e registrare. Non sento assolutamente la mancanza di suonare dal vivo.

Per voi la musica metal è forma, sostanza o un buon compromesso di entrambe? Apparentemente la vostra forma consiste in copertina iconiche e suoni eccellenti… e non è poco! E non sono poco nemmeno le tue parole, grazie! Un buon compromesso di entrambe, sicuramente!

Siamo quasi nel 2020. L’uomo potrà mai aprire gli occhi e far crollare questa sua “presunzione antropocentrica”? Mai crollerà, ed ancor peggio è il fatto che non riesco più a trovare quei pezzi, cavolo!

hornw

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