Intervista ai Demiurgon

Poche parole, nessun grillo per la testa: i Demiurgon, ex Hatred, sanno creare musica di altissimo livello. Sono tra i tanti esempi di death metal sopraffino proveniente dall’Emilia Romagna e il loro recente The Oblivious Lure ha fatto girare la testa a un sacco di gente, in Italia e all’estero. Merito, come spesso accade negli ultimi tempi, della attivissima Everlasting Spew Records, che sembra aver dato ulteriore sicurezza alla band. Risponde all’intervista Riccardo Valenti, il batterista, protagonista anche nel black metal coi suoi Darkend. [F]

Perché gli Hatred si trasformarono in Demiurgon? Ciao! Allora, il motivo principale consiste nel fatto che oggettivamente era giunto il momento di cambiare nome ed averne uno meno “abusato e semplicistico”, anche se erano vari anni che ci chiamavamo così.

Da quando siete diventati Demiurgon è stata dura ricominciare da capo, rischiando di passare di nuovo per degli esordienti o in qualche modo avete sfruttato il buon nome degli Hatred? In realtà non è stato neanche così difficile perché chi ci conosceva già ha seguito l’evoluzione in maniera naturale e ha continuato a seguirci allo stesso modo, anzi forse con maggiore interesse.

Credete di aver commesso errori nella vostra carriera come Hatred? Ne avete fatto tesoro per la “rinascita” come Demiurgon? Errori fondamentali direi di no, siamo sempre stati consci delle nostre scelte e non ci pentiamo di nulla. Per quanto riguarda gli “errori” di inesperienza, quelli ovviamente li abbiamo acquisiti e ne abbiamo fatto tesoro.

Vi reputate dei perfezionisti nella scrittura di una canzone? Quando sentite di essere arrivati al momento di mettere il punto e andare oltre? Direi che lo siamo abbastanza, soprattutto Emanuele [Ottani, il chitarrista] nella stesura delle chitarre che fino al momento in cui non sono state registrate non è soddisfatto. Alcuni cambiamenti sono stati eseguiti direttamente durante le sessioni di registrazione.

Comporre un album dei Demiurgon richiede diversi mesi, se non anni, di lavoro, con sessioni centellinate nel tempo. Come riuscite a trovare la costante motivazione nella finalizzazione del disco? Cosa vi fa rimanere così concentrati? Penso che il fattore fondamentale sia la passione che ci porta a continuare fino a raggiungere il risultato che ci aggrada di più. La lunghezza nella stesura è anche dovuta al fatto che purtroppo il tempo è quello che è. Ognuno ha i suoi vari impegni e di conseguenza le tempistiche si dilatano, anche perchè io ed Emanuele componiamo tutto in sala prove, registrandoci e riascoltando ogni volta il risultato.

Above the Unworthy è stato registrato in vari posti (batteria ai Mindcrime Studios, gli altri strumenti ai Soundbuster Studios, mix/master poi da Stefano Morabito), mentre The Oblivious Lure vede tutte queste attività concentrate all’Art Distillery Studio. Come funzionano questi due metodi e quale preferite? Per Above… ci sono state varie condizioni che hanno portato a questo tipo di registrazione e il risultato ci ha soddisfatto, anche se ammetto che alcune cose sarebbero potute venire ancora meglio, ma come sempre l’esperienza insegna. Per quanto riguarda The oblivious lure, la registrazione all’Art Distillery di certo ci ha facilitato il lavoro, sia perché è sempre meglio registrare tutto nello stesso posto, sia perché Corvo è molto bravo nel suo lavoro e a livello umano. È uno studio che consiglio vivamente.

Teatro del Coito è un pezzo scritto diversi anni fa (ne gira una vecchia versione su Youtube). Che differenza c’è rispetto al brano finito sull’album nuovo? Avete aggiustato qualcosa? Il brano è più vecchio, ma racchiudeva già l’evoluzione intrapresa dalla band e abbiamo deciso di inserirlo nell’album. Sono stato fatte alcune modifiche a livello di chitarra e aggiunto un solo che nella versione vecchia non c’era.

A parte la più breve e nervosa Tsantsas, The Oblivious Lure ha tutti i brani che durano attorno ai cinque minuti. È stato un risultato su cui vi siete applicati oppure semplicemente sono venuti fuori così? In realtà non c’è stato nulla di pianificato, sono usciti così naturalmente. Emanuele non è mai stato un’estimatore dei brani lunghi (io sì, ascoltando black metal), ma la nuova direzione compositiva, che portava a curare anche le atmosfere, ci ha guidato a questo risultato.

Dal punto di vista tematico, vi siete mantenuti sulle stesse coordinate di Above The Unworthy o no? Leggendo i testi mi sembra che abbiate aggiunto tante immagini crude. A cosa vi siete ispirati? Le tematiche trattate sono bene o male le stesse, cioè il declino del genere umano e la sua “autodistruttività”, costruita attraverso vari percorsi. Però questa volta resa attraverso situazioni più astratte, se vuoi chiamarle così, anche se in realtà sono tutti eventi o modelli culturali che sono avvenuti realmente.

Non posso non chiedervi spiegazioni sui pezzi in italiano. Non è affatto comune per un gruppo death col vostro stile. Come avete lavorato sulla metrica? Di solito ci sono problemi legati al fatto che tutte le parole italiane finiscono per vocale e questo rende tutto molto strano all’orecchio. Il primo tentativo, fatto con Teatro del coito, non ci dispiacque affatto e anche i nostri fans, soprattutto stranieri, gradirono la cosa. Quindi decidemmo di continuare ad esplorare questo percorso. Il discorso della lingua non ha creato molti problemi. L’unica cosa che richiede è lavorarci un po’ più attentamente nel cercare di costruire una struttura fluida per l’orecchio, ma anche funzionale lessicalmente.

Naturalmente la domanda su Il Culto Cannibale ha ad oggetto l’oramai celebre verso in cui nominate Cannavacciuolo. Credo siate il primo gruppo death ad aver compiuto una citazione del genere. Come è nata questa idea? Il testo lo ha scritto Stefano [Borciani, il cantante], ispiratosi a un fumetto italiano chiamato The cannibal family, al quale è affezionato per vari motivi ed essendo amico con l’editore. Così gli ha parlato della cosa e anche lui stesso è stato entusiasta di questo tributo.

A dispetto di una formazione solidissima negli altri reparti, avete cambiati diversi bassisti, nel corso degli anni. Vi siete chiesti il perché? Non è una figura molto diffusa? Non è così semplice trovare bassisti liberi e bravi allo stesso tempo ahahah, però onestamente non ci siamo mai posti il quesito, è successo e basta. Siamo molto soddisfatti del nostro Benna [Riccardo Benedini] perché è veramente un’ottimo musicista (probabilmente il migliore tra noi ahahah) e lo dimostra il fatto che ora sia entrato in pianta stabile negli Hideous Divinity come chitarrista.

A proposito di bassisti. Umberto, che ha suonato con voi negli anni scorsi, in un’intervista ha affermato che la decisione di cantare in italiano, appena dopo l’uscita di Teatro del Coito, aveva suscitato dubbi in alcuni di voi. Nel nuovo album i brani nella nostra lingua sono ben quattro (su otto totali) e Umberto non è più dei vostri. Facendo due più due, era a lui che non piaceva questa idea? No, assolutamente. Diciamo che c’erano altre incompatibilità, ma tuttora siamo in ottimi rapporti.

A volte si dice che tra i generi dell’estremo il death metal sia quello più serio e intransigente, per cui non ci sono pagliacciate o scelte smaccatamente commerciali. Secondo voi è così? Il death metal è veramente un’oasi felice in un mondo in cui si vendono box di tre cassette dei Mayhem a oltre 50 euro? Che dire… non credo sia così. C’è buono e meno buono in ogni genere, anche nel death ci sono certe forme di “culto” a volte un po’ inspiegabili a mio avviso, ma credo sia giusto così. La gente poi seleziona e compra (si spera) ciò che preferisce.

Talvolta per descrivervi si fa riferimento alla tecnica strumentale. Vi ritenete bravi a suonare o il metallaro medio è facilmente impressionabile? Ritengo ci siano moltissimi musicisti più bravi di noi, ma credo che la tecnica non sia tutto. Preferisco ascoltare il risultato finale e la qualità del prodotto per quello che ha da dire. Personalmente ritengo che negli ultimi anni si sia abusato troppo della tecnica e poco della qualità facendo a gara a chi andava più forte. Non cambierei Emanuele con nessun chitarrista al mondo, perché ha un gran gusto compositivo, a mio avviso, e siamo in perfetta simbiosi.

Avete cambiato etichetta molto spesso, praticamente ad ogni uscita. Oggi ad esempio siete accasati presso la eccellente Everlasting Spew Records. Dall’alto di questi trascorsi “nomadi”, avete capito quali sono le cose più importanti che una label fa per un gruppo? La cosa è avvenuta in maniera normale, senza mai avere grosse aspettative o pretese. Inutile illudersi che col death metal si possa campare, quindi si valuta cosa offre e cosa fa per la band per renderla visibile.

Allargando la prospettiva, quali soggetti vi sono stati vicini in questi anni? Che so, promoter, agenzie o persone insospettabili che hanno dato un contributo importante per quel che siete diventati? Personalmente penso sia merito di chi ci segue e sostiene da sempre. E poi penso sia anche un po’ merito nostro. Non siamo legati a nessuno, qualche conoscenza ci è servita a livello promozionale o per qualche data, ma nello specifico finisce qui.

Il tour europeo coi Bloodtruth vi è piaciuto molto? Cosa avete trovato di bello o di brutto in quell’esperienza? Sì, è stata una bella esperienza, sia perché era il nostro primo tour ufficiale e poi perchè loro sono persone simpaticissime. Di certo le tante ore di guida e magari qualche data andata così così sono la nota dolente, però ci sono state situazioni molto belle. Ci è servito per fare nuove conoscenze e legare con molte persone.

Sempre a proposito di tour, stavolta futuri: cosa ci fate in giro coi Goat Semen e che aspettative avete per il giretto che inizia la settimana prossima? Non avrei potuto indicare un gruppo più diverso da voi! Pensate che i loro trucidi fan europei potranno apprezzarvi? Vedremo, sarà una scoperta ahahah! Io sono abbastanza fiducioso del risultato, sia perché conosco bene l’organizzatore e so che ha fatto di certo un buon lavoro, poi perchè ritengo sia da sdoganare un po’ questa cosa del pensare che la gente ascolti esclusivamente una cosa. Anche perché non possiamo certo dire di suonare trap!

Demiurgon live

Qualche anno fa, in una vecchia intervista, avete affermato che c’era programma uno split coi Valgrind. Come mai non se n’è fatto più nulla? Perché l’etichetta che doveva realizzare il tutto non fece una buona fine e la cosa si arenò. Abbiamo comunque due pezzi registrati che vedremo di far uscire più avanti.

Credete di aver concesso il giusto spazio ai Demiurgon, che sulla carta possono apparire “schiacciati” tra i vostri gruppi più noti (Darkend e Unbirth)? Quali sono le differenze principali tra queste vostre esperienze, generi musicali a parte? In realtà non sono affatto schiacciati, sono allo stesso livello di spazio e importanza per tutti noi. Non credo ci siano grandi diversità tra le band: con Darkend magari il lavoro di stesura dei pezzi che viene fatto più a casa.

Tra Hatred e Demiurgon siete in giro da oltre quindici anni. Il mondo del death metal, per come lo vivete voi, è cambiato dallo scorso decennio? È cambiato un po’ perché si è saturato, a mio avviso. Col fatto che la gente può registrarsi tutto in casa escono una miriade di gruppi e quindi si fa più fatica a dedicarcisi. Il lato positivo è che si possono scoprire tante realtà molto interessanti.

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