Intervista agli Eyelessight

Quando mi saltò la trasferta per Policoro, nel giugno 2018, maledissi tutti i santi del paradiso. Era l’occasione perfetta per testare gli Eyelessight dal vivo, tra l’altro accanto a Eyelids e LaCasta. Da allora la mia sete non si è placata, spero sempre di assistere a un loro concerto, soprattutto alla luce dell’ultimo grandioso album uscito per Talheim Records. Per ingannare l’attesa ho deciso di intervistare la band abruzzese e devo ammettere che, anche stavolta, ci ho preso. Grazie a HK, il batterista, per aver risposto alle mie tantissime domande. [F]

Gli Eyelessight sono nati nel 2011 in composizione un po’ diversa rispetto ad oggi. Se le informazioni in mio possesso non sono delle corbellerie, tu e Kjel, ad oggi i soli membri effettivi, eravate assieme a Ky e Agatunet. Ecco, come vi siete decisi a unirvi e a creare gli Eyelessight? I gruppi in cui suonavate non riuscivano a soddisfare questo lato della vostra personalità? Partiamo dal fatto che io sono stato quello tirato dentro, o almeno così ricordo. Conoscevo Ky ormai da qualche tempo, ma soprattutto Kjiel… e quindi mi avanzarono la proposta di suonare assieme. Li vidi suonare in diverse occasioni e situazioni, sapevo a cosa andavo incontro, ma… i presupposti erano ben altri! Dovevamo semplicemente suonare, senza limiti di qualsiasi tipo, era più che altro un “sappiamo di avere tutti delle diverse influenze in ambito musicale e la cosa ci piace quindi mettiamole insieme e vediamo cosa ne esce”. Ovviamente per arrivare a tutto ciò siamo stati guidati dall’affinità personale oltre che musicale.

La vostra prima testimonianza si chiama i-i. Già dal titolo escono fuori diversi interrogativi: se è la vostra opera di esordio, perché utilizzare qualcosa che si avvicina graficamente a II, ma anche a 1 – 1? Guardando la copertina si potrebbero avere poi ancora altre interpretazioni di quei simboli. Ditemi il significato autentico! Esatto! Sei arrivato a una delle interpretazioni, ma certamente non ha nulla a che vedere con il “II”(il numero due). Nei testi lo indichiamo in maniera molto esplicita, per noi è ovvio, ma basterebbe leggere tra le righe per capire ciò che vogliamo realmente dire. Si! 1-1…0 oppure “Eyelessight”, se lo pronunci è “Ailessài” che in inglese può essere inteso come “i” (io) “-” (il simbolo della sottrazione, quindi “less”) e di nuovo “i” (me stesso). Il risultato? Banalmente, è anche un viso triste che sta piangendo.

Su Bandcamp ci sono alcune informazioni al riguardo: avete avuto molti problemi nelle registrazioni, che sono avvenute live. Possiamo approfondire questo punto? Vi aspettavate tali difficoltà? Ripensandoci è stato anche molto divertente. Non fu così facile ai tempi: i brani erano molto lunghi e ogni volta non eravamo particolarmente soddisfatti. C’è da dire che mai vivevamo le prove con sobrietà, o forse qualche volta sì, ma l’aria che si respirava vi assicuro che era inebriante al punto giusto! Ovviamente stiamo parlando di quella nostra prima release, che si capisce, è una presa diretta e chi lo ha mai fatto sa quanto lavoro porta via.

Dite che nell’esecuzione dei pezzi di i-i ci sono degli errori. Ma la vita stessa non è piena di errori? Non temete che, senza di essi, l’album sarebbe stato meno… reale? Non dico che è sbagliato quello che hai appena detto, in questo caso però non è così solo perché non sarebbero affatto serviti gli errori di una cattiva esecuzione. Con tutto quello che abbiamo lasciato all’interno di quel lavoro, non ci sarebbe stato alcun rischio di risultare “poco reale”.

i-i ha raggiunto dei risultati che a me sembrano ottimi. Tra cassette (Runenstein Recordings) e due edizioni in cd (Parkbench Records e Rigorism Productions) avete venduto 150 copie, mentre nel 2013 Self Mutilation Services ha immesso nel mercato 500 copie. Sono numeri che vi hanno dato fiducia? Decisamente! Ci sono ancora un paio di etichette che hanno delle piccole rimanenze, ma stiamo parlando di una demo in presa diretta che in alcune edizioni è risultata essere anche un po’ costosa, quindi siamo rimasti pienamente soddisfatti dei risultati.

Nel 2014 è uscito in digitale Mantra per sopravvivere inutilmente e a inizio 2015 Self Mutilation Services si è occupata della versione cd. Mi ha incuriosito la dicitura “Music composed by Agatunet and Eyelessight”. Perché specificarlo? Non era una di voi? È principalmente un modo per riconoscere un apporto maggiore o cos’altro? Ogni brano veniva puntualmente violentato da ogni Eyelessight, ma si parla proprio di quell’apporto maggiore, quello che conferisce il compositore. In i-i non ci fu questa distinzione perché ogni brano aveva un diverso compositore e proprio dopo la pubblicazione di questa demo abbiamo agito secondo un modus operandi che fino ad oggi ha fatto parte degli Eyelessight: avevamo così tanto materiale che ci è sembrato più giusto raccoglierlo secondo un preciso criterio. Ecco com’è che la dicitura “composed by Agatunet and Eyelessight” si trova lì, mentre invece troverete “composed by Kjiel and Eyelessight” su Athazagorafobia.

Su Mantra… avete avuto come ospite Maylord al pianoforte. Quando avete deciso di coinvolgerlo e di aggiungere questo strumento alla vostra musica? Maylord è un vecchio amico, faceva parte delle nostre vite già da tempo ormai e condividevamo molte passioni, tra cui anche quella della musica e così accadde. Capacità come pochi e affinità quasi uniche.

All’epoca ancora non vi seguivo. Come è stato accolto il vostro Mantra…? Che reazioni degne di nota avete impresse nella mente tra ascoltatori e gente che fa recensioni? Non ti saprei rispondere in maniera esaustiva al momento, ma colgo l’occasione per dirti di un vecchio ascoltatore dal Canada che quest’anno, acquistando anche Athazagorafobia, ha pensato bene di scriverci di essere lieto di vederci ancora attivi e che i nostri album sono sempre la scelta giusta per le sue lunghe camminate.

Nel 2015, oltre all’uscita del disco, c’e stato l’abbandono di Agatunet. Perché ha lasciato? Come vivete gli addii di musicisti che hanno condiviso con voi pezzi di vita? Quei momenti che condividiamo rimangono sempre dentro di noi, purtroppo o per fortuna. L’abbandono di Agatunet è stato un duro colpo, ha dato inizio allo sgretolarsi dell’integrità della formazione originale. Era così che doveva andare: molte cose stavano cambiando, ognuno stava iniziando a vivere le cose sempre più diversamente e ciliegina sulla torta, i problemi esterni alla band, quelli personali.

Visti i numerosi impegni, sia di Kjiel che tuoi (come batterista session dei Selvans), il destino degli Eyelessight è mai stato incerto o in discussione in quel periodo? No, è stato in parte difficoltoso (almeno per me) gestire le date live di tutti i gruppi insieme (Atavicus, Black Faith) e nel mentre collaborare anche con altre band in studio (Suicide Emotions, LACK, Insonus, Black Whispers), ma mai ho pensato di mettere in discussione gli Eyelessight. Incerto lo è sempre stato, con quattro persone come noi nulla era scontato, nemmeno ciò che dovrebbe esserlo.

Dal punto di vista discografico nel 2016 avete pubblicato una tape in 50 copie contenente il concerto all’Orange di Pescara del 22.11.2014. Perché proprio quel live? È stato un tributo alla vostra terra? È una release per celebrare (o commemorare, come dico sempre) i quattro anni di formazione originale degli Eyelessight. Come recita la dedica: “È dedicata a tutte le persone presenti fino ad ora, tutti quelli che hanno respirato la nostra musica, tutti coloro che saranno e non saranno con noi…”. Contiene inoltre una cover di Veni Vidi Vici degli Sturmkaiser, suonata quella stessa sera con Moerke (Vidharr) ad onorare la memoria di Jonny.

Com’è stato il biennio 2016-2017? Ipotizzo: scrittura pezzi nuovi e diversi concerti vi hanno tenuti occupati. Ma, a quanto ricordo, anche l’uscita di Ky dalla band risale a quel periodo. Come l’avete presa? Quando avete deciso di continuare in due e di far cantare Kjiel come voce principale? Un fulmine a ciel sereno. Pensavo non si potesse avere di peggio ed invece fu proprio così. Da qualche tempo ci aveva dato buca Gris per questioni personali e dopo poco Ky… Nello stesso periodo stavano per esibirsi in Italia band straniere e non con cui speravamo di suonare da tempo (Nocturnal Depression, Forgotten Tomb, Psychonaut 4, Harakiri for the Sky, Ellende, Faulnis, Perennial Isolation), ma praticamente non avevamo più una band. Ci siamo rimboccati le maniche e abbiamo fatto l’impossibile per salvare tutto il costruito fino a quel momento e così è stato. Nello stesso anno ci fu anche il primo tour europeo con Grà ed Ars Veneficium. Devo dire che siamo stati anche fortunati. Acheron ci aiutò alla chitarra con un paio di date prima del tour, mentre VRK e Spread sono tuttora nella nostra formazione live: l’equilibrio di cui necessitavamo fino ad oggi.

Quando avete conosciuto Déhà? Con lui siete tornati a farvi sentire, nell’ottobre 2018. Che tipo di collaborazione è stata? Avete capito come fa a pubblicare così tanta musica? Credo che As The Sun In Your Eyes sia tra le cose più “raw” che abbiate mai fatto, almeno come Eyelessight! Lo conobbi di persona a Sofia durante un tour (2016 se non sbaglio ) in est Europa con Selvans, in quell’occasione dividemmo anche il palco. Kjiel ha collaborato in alcuni dei suoi progetti in quegli anni e credo sia stato anche il fatto di vederlo all’opera a portarci a questa scelta. È semplicemente un genio: sa quello che fa, come deve farlo e ha delle capacità incredibili. Un artista completo.

Con Déha avete forgiato il suono del vostro ultimo album, il meraviglioso Athazagorafobia, decisamente diverso da quanto ascoltato in As The Sun In Your Eyes. Perché quest’ultimo è nero e sporchissimo, mentre il full è formalmente ben più brillante? Da che ci siamo ritrovati in due a dover decidere le sorti degli Eyelessight, sapevamo che Athazagorafobia avrebbe dovuto avere quel sound e come ogni altra decisione presa da quel momento sapevamo già come doveva essere o bastava semplicemente una parola per definirla. Sapevamo quindi che era proprio Déhà la persona adatta a questa impresa. Per quanto riguarda il singolo: è stato scaturito dai momenti insieme in Belgio. Eravamo lì a lavorare giorno e notte sui piccoli dettagli dell’album e di tanto in tanto, per staccare la spina, iniziavamo a improvvisare insieme. Il risultato è stato soddisfacente sin dall’inizio quindi abbiamo approfittato anche per dare una voce al tutto. A dir la verità, non so perché quel sound, ma ci siamo trovati immediatamente d’accordo al primo ascolto e quindi sì… anche perchè non capita tutti i giorni, non credete?

Athazagorafobia: intendete il termine come paura di essere dimenticati o di dimenticare? Non viviamo un po’ tutti in attesa dei nostri cinque minuti di notorietà? In fondo non siamo tutti athazagorafobici? Intendiamo principalmente la paura di essere dimenticati e certamente non stiamo parlando di notorietà. Hai presente quando nella vita dici: “ok, l’ho trovato, ho trovato il mio punto fisso, l’unico asse su cui potrò girare per tutta la mia vita e grazie al quale non perderò più la strada per riuscire a vivere anche me stesso”? Prova, anche solo un attimo, a pensare di stare per perderlo. Poi immagina di averlo perso e di non ritrovarlo mai più.

Se leggiamo gli altri titoli si può arrivare alla monofobia (fobia della solitudine), alla anedonia (incapacità di provare piacere) e soprattutto alla nostomania (forma morbosa di nostalgia), che sento più mia. Ecco, voi incarnate davvero tutto ciò? In generale: per fare questo tipo di musica c’è sempre un fondo di disagio o sofferenza, interiore o esteriore? Athazagorafobia spiega appunto questo percorso attraverso tutti gli stati citati da ogni brano. Partiamo dal fatto che stiamo parlando principalmente di sensazioni soggettive, quindi non mi sentirei di dire che per fare certa musica bisogna essere legati a questo o quel tipo di “sofferenza”. Credo sia tutto definito da come riusciamo o meno a vivere il nostro tempo.

Visto che la mia preferita è Nostomania, mi raccontate come è nata la seconda parte di questa canzone? Intendo dal minuto 4.50 in poi. Non sono riff normali per un gruppo depressive! Forse sì, forse no… come ci siamo detto non abbiamo mai pensato alla normalità o a quanto potesse stare al posto giusto un riff o un groove per seguire determinati canoni. La regola è sempre stata quella di “far stare bene noi stessi”. Come tutti gli altri brani è stato scritto di getto, istintivamente, in balia delle situazioni, emozioni. Nostomania.

Tutti i brani di Athazagorafobia sono lunghi, ma non arrivano al minutaggio di Mantra… Come mai? Vi siete accorti di esservi dilungati troppo nel disco precedente? La questione “lunghezza dei brani” non è mai stata affrontata se non per il discorso live e lì abbiamo anche modificato alcune strutture, il tutto appunto per far quadrare meglio le cose in un discorso diverso dallo stare ad ascoltare la nostra musica a casa e magari in solitudine. Per la fase di composizione in sala prove, invece, la formula è stata sempre la stessa: sapevamo indicativamente il numero delle ripetizioni, ma poi andava tutto a sentimento…

Quando è arrivata Talheim Records? Che filosofia e ideali condividete? Già da qualche tempo Kjiel e il suo progetto Angor Animi collaboravano con il tizio di Talheim, quindi decidemmo di portarlo all’ascolto degli Eyelessight per riuscire ad avere un riscontro positivo e così fu. In molti sono a conoscenza dell’operatività di questa label, non credo ci sia bisogno di aggiungere altro.

La cosa bella è che avete dei grandiosi compagni di etichetta (Deadspace, Vanhelga, Psychonaut4, Afraid of Destiny su tutti) e con alcuni di questi avete girato l’Europa. Come è andata? Una sola data in Italia vuol dire che non è un format molto “mediterraneo”… È stato proprio un bel giro quello che siamo riusciti a fare. Come ogni tour non ci aspettavamo rose e fiori. Infatti la sfortuna è stata sempre dietro l’angolo tra incidenti, riparazioni van e auto, gente ed effetti personali dispersi. Di certo non ci si poteva annoiare, decisamente un tour di tutto rispetto! Per quanto riguarda il format devo invece dire che secondo me è semplicemente stato un discorso di organizzazione, magari prossimamente riusciranno a spingersi un po’ più all’interno. Gli Eyelessight sono stati in Basilicata, Puglia e Lazio. Dobbiamo dire che siamo sempre stati accolti a braccia aperte e con ogni persona con la quale scambiavamo qualche parola, capivamo che di cultura per questo genere c’è e anche molta.

In passato eravate un gruppo a metà tra Pescara e Roma. Adesso non avete laziali in formazione. Quanto ha influito la distanza e il dover viaggiare per vedersi nella vostra musica e nei vostri rapporti? C’è stato qualche momento in cui avete avvertito una sorta di dualismo tra i romani e gli abruzzesi? A dirla tutta il nostro Spread è di Rieti, quindi laziale, ahimè! Scherzo! Certo non è stato facile prima, ma ci riuscivamo e di tanto in tanto quella distanza, il fatto di viaggiare assieme e le tempistiche da sfruttare con intelligenza, ci davano la positività per proseguire attraverso nuove strade e con più vigore. Nessun dualismo.

Vi definireste un gruppo che fa musica… dolce e romantica? È una domanda che non vi avrei mai fatto prima di ascoltare il modo in cui finisce Athazagorafobia. Non credo potrebbe succedere, ma di questi tempi non si sa mai cosa il futuro ci può riservare ahah. Quella era proprio la parte necessaria per fare il punto della situazione: per alcuni la parte tenera, per altri la rassegnazione a quel che ne è rimasto.

Piangere mentre si ascolta un disco: lo avete mai fatto? Pensate possa succedere con uno dei vostri? Sinceramente non mi è mai capitato, ma sì, penso possa succedere anche semplicemente con una canzone e – perché no – anche con uno dei nostri dischi. Lo dico nonostante sia una persona che ci va giù pesante di autocritica, ma più volte ci hanno descritto tali emozioni dopo un live.

Cambiamo sentimento. Cos’è la gioia per un gruppo depressive black come gli Eyelessight? Aver finalmente pubblicato Athazagorafobia nonostante i muri trovati lungo la strada. Oppure riuscire ancora ad andare in tour ed essere ancora capaci di divertirsi come ogni volta.

Secondo gli Afraid of Destiny il depressive black è il genere più odiato del panorama metal. Vi sentite odiati? In che modo il depressive può essere uno stile “scomodo” rispetto al classico black metal? No, non mi trovate d’accordo. Non mi sono mai sentito odiato o “scomodo” nello “stile”che prediligo ormai da anni, poi se fosse davvero il genere più odiato, beh… sticazzi?Ahah

Siete ancora nel fiore della gioventù, ma proiettiamoci nel peggiore degli scenari. Domani gli Eyelessight annunciano lo scioglimento sulla loro pagina Facebook. Quale sarebbe il ricordo più intenso (in positivo o in negativo) di questi anni? Proprio quello, lo scioglimento.

Ringrazio F., Blog Thrower e chiunque abbia dedicato un attimo del suo tempo per saperne di più sugli Eyelessight e su ciò che negli anni hanno combinato. “Mani tremanti cercano nel vuoto un appiglio… una via d’uscita in questo tunnel senza fine”

a1909841844_16

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...