Intervista a Tifone Crew

Il blog che state leggendo infetta il web da metà 2017. Non tantissimo, ma abbastanza da farmi assistere in prima persona alla nascita e alla crescita di una delle migliori cose accadute in Sicilia negli ultimi tempi. Dischi? Concerti? Unione che va oltre la musica? Tutto questo si chiama Tifone Crew. Ne fanno parte, tra gli altri, i ragazzi che stanno nei Nerobove e nei Fordomth, e con loro l’argomento è stato solo sfiorato… fino ad oggi. Ringrazio Federica Sapuppo (Torpore) e Santo Premoli (ex Sdangher, ora Grind On The Road) per la cortesia nelle risposte e per avermi dato l’ennesima conferma che talvolta gli umani sono degli esseri fantastici. [F]

Tifone Crew: volete spazzare tutta la merda che di solito c’è in giro alla voce “organizzatori di eventi”? C’è stato un avvenimento particolare che vi ha fatto pensare di dover scendere in campo in prima persona? Federica: L’obiettivo è quello di non essere semplicemente organizzatori di eventi. Ci fu un episodio in particolare in cui alcuni di noi non riuscirono ad organizzare a Catania un live decisamente importante, quello dei danesi Hexis, poi organizzato presso il Bandidos Place di Messina. Proprio questa mancanza di opportunità e di spazi nella nostra città ci ha spinto a prendere in mano la situazione, piuttosto che continuare a lamentare il solito “a Catania non c’è mai niente”.
Santo: Sì, furono decisamente gli Hexis a Messina a dar vita a tutto.

Non siete Tifone Productions o Tifone Management. Neppure Tifone Entertainment. Bensì Tifone Crew. Perché questa scelta terminologica? F.: La scelta terminologica deriva proprio dal principio morale che accomuna tutti noi. L’idea è sempre stata quella di metter su una squadra, una ciurma di musicisti ed artisti che potessero soddisfare tutte le esigenze espresse dal progetto che avevamo in mente.
S.: Perché comunque, pur se geograficamente lontane, avevamo presente le esperienze vincenti di altri collettivi sparsi in giro per l’Italia (Collettivo Rumori Periferici, Turin Is Not Dead, Molto Male Collective, Youth Of Today Collective, Trivel) che sono stati importanti modelli di aggregazione per noi. Collettivo Tifone ci era sembrato il nome di una brigata paramilitare per cui abbiamo virato per crew. Poi arrivano pure cose collaterali come le produzioni, ma il fine ultimo dei nostri eventi non è solamente gestire degli spazi di esibizione, ma si realizzano laddove si riesce a fare comunità e condividere cultura. È anche in tal senso che basiamo le nostre collaborazione con i nostri partner.

Come vi siete “scelti” dal punto di vista delle persone da coinvolgere? Già avevate in mente i ruoli da assumere in questa avventura? Avete messo da parte brave persone o addirittura amici che però non avrebbero aggiunto nulla a livello di competenze? F.: La scelta dei membri è avvenuta abbastanza spontaneamente. Alcuni di noi si conoscevano già ed altri no, è stato un coinvolgere a catena persone fidate e dotate di abilità essenziali al progetto che stavamo mettendo su. A crew già formata abbiamo sempre favorito le collaborazioni con le persone che vogliono darci una mano, sono fondamentali per la realizzazione di una rete sociale in città.
S.: Non è stato tanto un escludere ma un coinvolgere persone interessate. Tanto che non esistono nemmeno ruoli predeterminati. Non che non abbiamo dei ruoli, ma sono informali e intercambiabili e si sono stabiliti più con la pratica che a tavolino. O con naturalezza e secondo l’ordine delle cose, come nel caso di Riccardo aka Gore Occulto le cui grafiche ormai dettano l’universo estetico di Tifone.

Siete organizzati in associazione culturale (o qualcosa del genere)? Avete intenzione di fare questo passo oppure rimarrete come informale crew? S.: No, nulla di formale. Per carità, l’idea di associarci l’abbiamo presa in considerazione diverse volte, e non è detto che non ci si arrivi, solo che al momento forse manca una necessità reale.

Avete dato il via, a inizio 2018, ad una serie di fortunati eventi chiamati Jettasangu Fest. Siamo arrivati al numero sette, se non ho perso qualcosa per strada. Ebbene, di che si tratta? Cosa li accomuna? F.: Jettasangu Fest è stato il primo format di evento da noi creato, e ad oggi non potremmo esserne più orgogliosi. Il principio di base di Jettasangu è quello di mettere in scena un evento che comprende ad ogni edizione band siciliane e dal resto d’Italia, in modo da mettere in luce la scena underground catanese e siciliana e creare un punto di contatto con le band di altre città che molto spesso non hanno mai avuto l’occasione di poter suonare a Catania.
S.: Jettasangu doveva essere un format che avremmo dovuto usare per le prime due serate, che erano di autofinanziamento e con gruppi locali. Poi gli abbiamo voluto dare una cadenza mantenendo il format a tre band ma inserendo pure gruppi non siciliani. Ad accomunare gli Jettasangu c’è questo format a tre band, nel quale incoraggiamo i debutti di band esordienti (è successo con Fordomth, 600000 Mountains, Evil Share Hate) o quasi (Nerobove dopo il cambio di moniker), oltre al fatto che è un evento interamente Tifone, è richiesta una certa pesantezza e proviamo a dargli una cadenza bi/trimestrale.

Ho fatto un giro sulla bacheca della vostra pagina Facebook e mi sono accorto che gli eventi a cui avete dato la vostra impronta sono davvero tanti. Come faceva la Sicilia senza di voi fino a poco tempo fa? A quanto pare non avete praticamente concorrenza… o mi sbaglio? F.: È vero, in un anno abbiamo ospitato sui nostri palchi circa 40 band ed è un risultato di cui siamo particolarmente felici. Prima di Tifone Crew di solito le band organizzavano autonomamente i concerti in alcuni locali in città, poiché è decisamente improbabile che sia il gestore a contattare le band e ad organizzare. Al momento non notiamo alcun tipo di “concorrenza” – se così vogliamo definirla – in giro.
S.: E infatti non se ne poteva più. Io benedirei il cielo se potessi andare periodicamente da spettatore a dei concerti fighi senza dover sgobbare così tanto. Nel passato prossimo ci sono pure stati degli eroi che hanno organizzato cose fighissime (la Vov Eventi, Metal Camp, Nasty Spikes Events) ma a un certo punto ci si è guardati intorno e ci si è dovuti prendere delle responsabilità. A qualcuno toccava farlo. Lo stanno facendo pure a Ragusa i ragazzi dello Shouldercrusher Metal Fest.

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Come vi destreggiate tra culture diverse come quelle metal, hardcore e rap? Dalla vostra esperienza siciliana, avete trovato un punto di incontro oppure ci sono divergenze insanabili? Insomma c’è un messaggio che Tifone Crew vuole lanciare oltre i generi musicali? F.: La diversità è un altro punto molto forte del nostro pensiero. Per creare aggregazione tra il pubblico è fondamentale toccare quanti più generi musicali possibili, cercando sempre la qualità. Per esempio, la nostra affermata collaborazione con i ragazzi di Catania Hardcore ci ha permesso di mettere su il Minaccia Hardcore, festival in cui è stato possibile fare emergere il principio di diversità ed integrazione di generi con una bill comprendente, nella prima edizione, band tra loro diverse come Slander, One Day In Fukushima, Bunker 66 o Torpore.
S.: Anche tra di noi ascoltiamo cose diversissime e ci si rispetta. Cerchiamo di far leva più sulle similitudini che sulle diversità.

Avete ospitato alcuni dei migliori gruppi italiani di questi anni, come gli Storm{O} e i Marnero. Cosa avete imparato da loro dal punto di vista umano e professionale? F.: Da ogni gruppo che ospitiamo cerchiamo un confronto diretto e formativo, specialmente perché la maggior parte di noi ha una band. È sempre bello farsi raccontare le loro esperienze personali e di gruppo, osservare accuratamente le loro performance. Il traguardo fondamentale è quello di aver accorciato le distanze tra la Sicilia ed il resto d’Italia, aver creato grazie a queste occasioni una rete, dei punti di riferimento a cui rivolgersi nel momento in cui c’è l’intenzione di organizzare dei concerti. Dalle esperienze condivise con gruppi quali Storm{O} e Marnero abbiamo notato che ognuno di loro ci ha arricchito dal punto di vista professionale per quanto riguarda la gestione della strumentazione per far fronte alle esigenze dei musicisti, ma soprattutto dal punto di vista umano: la grande umiltà, la disponibilità e la collaborazione non sono caratteristiche scontate!
S.: Io invece sono quello che non ha una band, per cui professionalmente zero crescita. In compenso ci si arricchisce umanamente laddove c’è condivisione di esperienze e background. Poi, parliamoci chiaro, in Sicilia ci devi venire apposta, costa fatica e in termini di touring ti costringe a un giro di boa senza senso, per cui siamo tagliati fuori dai flussi che possono invece esserci in zone logisticamente più funzionali. Sicuramente è un discorso da provinciale questo, ma ti giuro che ogni volta che una band va via, per qualche giorno, dentro, ci resta un bel vuoto.

Ipotesi: un quindicenne della provincia catanese viene ad un vostro live, rimane estasiato e vi chiede di unirsi alla Crew. Come lo accogliereste? Che segnale è l’avvicinamento dei giovanissimi al vostro mondo? F.: Il contatto con i giovanissimi per noi è fondamentale. Notiamo tantissimi ragazzi e ragazze che vengono ai nostri concerti e ne siamo sempre felici! La loro partecipazione è concreta ed attiva, supportano la scena locale e la Crew in ogni modo. Con il tempo e con l’esperienza siamo sicuri che inizieranno a lavorare in prima linea se ne avranno voglia!
S.: In realtà io penso pure alle responsabilità nei loro confronti, perché comunque gli stai offrendo dei modelli, delle ipotesi, e quindi anche dei sistemi valoriali che devi valutare. Però è stupendo vederli, vedere come si organizzano in band, rivedersi in loro e volergli bene. Per risponderti, personalmente mi opporrei all’ingresso di un minorenne, per tante ragioni. Per quanto riguarda il segnale invece non saprei fare nessuna previsione o analisi sociologica, lo prendo per quello che è, a un tot di ragazzi, come è fisiologico che sia, piace la musica estrema e vengono ai concerti, ad altri ragazzi piace altro.

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Il denaro fa muovere il mondo: è vero nel vostro ambiente? Ci vogliono consistenti somme (almeno per le tasche di ognuno di voi) per creare i vostri concerti? F.: Il denaro è chiaramente fondamentale per organizzare i nostri concerti, ma non ne è il fulcro. Il nostro obiettivo è sempre quello di ricoprire tutte le spese ed i cachet dei gruppi, tutto il resto è relativo.
S.: Guarda, abbiamo iniziato mettendo in cassa una ventina di euro di monetine per dare il resto al primo concerto. Da lì abbiamo creato una cassa che si è autoalimentata da sola concerto dopo concerto. Dietro non abbiamo né sponsor (in realtà ci ha sempre accompagnati il Lennon Club) né investitori e tra di noi non ci sono nemmeno organizzatori di eventi stricto sensu, per cui facciamo i preventivi un po’ alla buona ma provando a coprire tutti i rischi. Insomma, impariamo man mano che facciamo. L’importante è avere band valide, provare a minimizzare i rischi e mantenere i ticket più bassi possibili.

Mi ricollego alla domanda precedente. Come vi interfacciate coi gestori dei locali? O meglio: preferite gli spazi autogestiti perché i costi e la burocrazia sono minori oppure è proprio quella la vostra dimensione? F.: Abbiamo avuto a che fare con diverse realtà di questo genere. I locali in cui abbiamo lavorato meglio sono senz’altro gli spazi autogestiti in quanto conferiscono più autonomia nell’organizzazione dell’evento, e sì, sicuramente richiedono un dispendio economico maggiore, ma è proporzionale al guadagno finale.
S.: I gestori dei locali sembrano non accorgersi della necessità di colmare questo vuoto nell’offerta di eventi. Chiaramente poi per loro è lavoro, sono soldi, mentre a noi sta a cuore l’offerta culturale, il momento di aggregazione. Gli approcci sono diametralmente diversi. Negli spazi sociali chiaramente le dinamiche sono altre, ma ognuno ha la sua politica e il suo modo di gestire gli eventi, per cui nemmeno in questo caso si può fare di tutta l’erba un fascio. Collaboriamo con chi ci troviamo bene, assecondando le necessità del momento.

Non so perché, ma proprio adesso, nei pressi della domanda sui gestori dei locali, vorrei chiedervi se la vostra attività prevede una qualche dose di tensione e di rischio che possa andare tutto male. Ecco, in questo anno e mezzo circa le cose sono mai state drammatiche o tragiche? Lo so che united we stand, divided we fall, ma voi di cosa avreste paura? F.: Quello che a volte ci preoccupa di più è la partecipazione del pubblico, l’unico ambito che effettivamente non possiamo gestire. Ad oggi possiamo dire che comunque si sono rivelate normalissime preoccupazioni pre-concerto, ma continuiamo a vivere tutto con molta adrenalina, sia prima che durante. Per fortuna nessun episodio o finale tragico, ma la nostra più grande sconfitta sarebbe non essere in grado di pagare il cachet di una band, lì sta il fallimento.
S.: Ah, mai rivelare le proprie paure, sennò si realizzano! Mi diede molto fastidio al primo live un ragazzetto molesto e brillo che pogava con troppo zelo fino a che non scaraventò una ragazza a terra. Per fortuna non si fece male nessuno, ma mi diede un gran fastidio. Però era il primo concerto come ti dicevo, ed è una cosa che non si è più verificata.

Tifone Crew è fatta per diventare qualcosa di più grande (magari coinvolgendo quei giovinotti dei Bunker 66 e la scena reggina, dall’altro lato dello stretto), oppure volete continuare a presidiare solo il territorio siciliano, ma in modo costante? In ogni caso, quanto sentite di essere cresciuti in questo anno e mezzo? F.: Come avrai ben capito, per noi l’aggregazione e l’interazione sono principi fondamentali. Siamo riusciti a portarli avanti concretamente proprio grazie al Bandidos Place di Messina e Peppe Simmons, con cui abbiamo piazzato tantissimi concerti tra Messina e Catania, e prossimamente anche a Reggio. Siamo partiti letteralmente dal nulla un anno e mezzo fa, e ad oggi risulta incredibile la quantità di traguardi raggiunti come Tifone Crew, ma non siamo assolutamente arrivati al capolinea! Tanti progetti stanno prendendo vita, come la distro, la coproduzione di album e la realizzazione di una fanzine.
S.: Sì, come dice Fede, siamo in ottimi rapporti tanto con Messina quanto con Reggio Calabria. Ma comunichiamo pure con Caltanissetta, Palermo, con i ragazzi dello Sparrow a Rende, in Calabria. Giustamente però la nostra azione ha una prospezione locale e gli eventi li facciamo a Catania. Ad esempio ci sono i ragazzi dello Shouldercrusher che hanno optato per una soluzione itinerante. Per quanto riguardo la crescita, anche se i ragazzi con le loro band si organizzavano già i loro concerti da soli, credo di poter parlare a nome di tutti, dicendo che c’è stata. Non saprei quantificarla ma di sicuro tanti accorgimenti che inizialmente potevano sfuggirci sono diventati invece degli automatismi.

Siete una crew che organizza eventi dal vivo. In cui le persone si guardano, si toccano, si annusano, si parlano. Coi social network che rapporto avete? Pensate siano funzionali ai vostri scopi? F.: I social network sono i canali principali attraverso i quali diffondiamo gli eventi ed i nostri progetti, riteniamo siano fondamentali al giorno d’oggi per rimanere in contatto ed aggiornare il pubblico.
S.: Hanno la loro importanza Poi qualche locandina la stampiamo, i flyer pure, con le persone in strada ci parliamo sempre, ma quel cazzo di Facebook, ne converrai, rimane sempre un’arma comunicativa potentissima.

C’è un verso o una strofa di una canzone, magari di musicisti a voi vicini nelle idee, che potrebbe indicare in modo calzante l’essenza di Tifone Crew? F.: Condividendo l’ideale di crew e di collettivo, mi viene in mente una strofa di The Rush dei nostri amici Slander di Venezia: “Passing through the streets / Still standing on the feet / Thrashin ‘n’ partying / We’re up till we’re dead / Louder and louder / We are breaking bad!
S.: Nulla di più facile! “I did it all for the nookie / Come on / The nookie / Come on / So you can take that cookie” (Limp Bizkit – Nookie, da Significant Other)

Francesco, componente della Crew e membro dei Nerobove, è andato all’Eredità tornando con le pive nel sacco. Se avesse vinto qualche migliaio di euro, quale sarebbe stata la cosa più utile da fare per Tifone Crew? F.: Sicuramente il più grande investimento che avrebbe potuto fare Francesco è l’acquisto di un service completo per i nostri eventi, ma realisticamente parlando… Siamo già al lavoro anche per questo!
S.: Di sicuro avremmo fatto uno shopping leggendario di vinili, lui ed io. Però sarebbe stato il caso di lanciarsi alla ricerca di uno spazio tutto nostro per le nostre serate.

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4 pensieri su “Intervista a Tifone Crew

  1. Si dimentica il we rock fest vetrina per band siciliane, nazionale ed internazionale. Dove ha visto presenti artisti di fama mondiale come Fabio Lione. Con la sua storia di quattro edizioni, diversi appuntamenti, primo Open Air Metal della storia di Catania.

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    • Ciao Riccardo. Grazie per aver atto della presenza del We Rock Fest. Ti svelo però che i miei paramentri sono così diversi dai tuoi che, se fossi in te, sarei più orgoglioso di aver ospitato Krigere Wolf e See You Leather (ora Nerobove), invece che Fabio Lione.

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