Intervista a Matteo Antonelli (Masked Dead Records)

Questa è un’intervista che avrei dovuto fare diversi anni addietro, quando ero più immerso nella musica di Masked Dead Records. Ora ammetto di essere molto più selettivo e severo, ma torno sempre con piacere su quella manciata di canzoni che mi hanno accompagnato in momenti importanti della mia vita. Non mi va di citarle. Piuttosto voglio aggiungere che non dimentico affatto Voland, Noesis, Februus, Kалуђер e prima ancora, quasi all’inizio del mio blog, Eyelids e Malauriu. Insomma, Masked Dead ha rivestito un ruolo non marginale su queste pagine virtuali e mi sembrava coerente, sensato e per certi versi necessario cercare di capire come ragiona Matteo Antonelli, colui che muove i fili di questa piccola e molto caratteristica label. [F]

Matteo, il nome della tua label non c’entra nulla con uno dei miei traumi d’infanzia, vero? Nulla a che vedere con Masked Rider! Attualmente mi viene difficile ricordare perché scelsi proprio ‘Masked Dead Records’; credo volessi creare una sorta di immagine enigmatica che ricalcasse qualche concetto vivente nella mia spiritualità ma, in tutta onestà, non lo trovo più un nome particolarmente significativo.

Perché hai deciso di creare Masked Dead? Questa etichetta nasce dall’esigenza creativa di un me diciottenne, desideroso di sperimentare un’altra forma mansione legata alla musica. Sin da quando avevo quindici anni ho cercato di coltivare la mia passione per la musica non solo ascoltandola ed approfondendola culturalmente, ma anche rendendomici attivo a livello artistico. Ho sempre sentito il bisogno di creare nel campo della musica; col tempo mi sono ritrovato a realizzare progetti di diversa natura.

Cosa deve avere un progetto per colpirti e per essere adatto a Masked Dead? Tendenzialmente preferisco musica fatta con un certo estro creativo od espressivo, che quindi risulti o fuori dagli schemi (parlando delle ultime uscite, come per Secretpath, Felis Catus e Voland) o con una particolare carica emotiva (vedi Amataster ed Alba). Sono inoltre molto attratto dal misticismo, fattore che mi ha portato alla decisione di stampare progetti quali OrosKhaos e Frater F, musica di persone in contatto con qualcosa di molto più grande delle “semplici” emozioni.

Cosa collega, come un filo invisibile, tutte le uscite Masked Dead? Formato a parte, ovviamente. Nulla, temo. Album e band troppo eterogenee, sia nella musica che nel concetto. Mi piacerebbe molto lavorare solo con progetti di un certo tipo, magari improntati su una spiritualità a me cara, ma non è una scelta che mi conviene fare in questo momento. Se sarà, sicuramente Masked Dead Records non è destinata a diventarne vessillo; sarebbe quindi un progetto nuovo, slegato dai miei attuali.

Siamo al secondo riferimento alla sfera spirituale. Ora perciò ti chiedo: credi in qualcosa? La figura del credente non mi si addice, semplicemente perché ciò su cui mi baso non è la fede. Sono cose che vivo concretamente e che stanno dentro di me, velatamente mistiche; non ho bisogno di appellarmi ad una credenza. Trovo che la musica sia la virtù artistica più adatta per esprimere ed emanare questa profonda essenza.

A proposito del formato… hai pensato al fatto che i mini cd non si possono ascoltare in macchina? Diverse persone me lo fanno notare, infatti! Alcune addirittura mi chiedono se è possibile, non sapendolo. Nulla che possa farci, però: mi dovrei inventare un lettore di mini-cd apposito, oppure una protesi nella quale si inserisce il mini-cd, divenendo usufruibile per i lettori cd delle macchine. Indi per cui la risposta “mi spiace, non so che farci” mi sembra la più saggia.

Non voglio fare un torto a nessuno dei “tuoi” album (oramai più di trenta) chiedendoti i tuoi preferiti. Vorrei invece sapere se ritieni di aver fatto dei passi falsi fino ad ora, se ci sono cose che col senno di poi non avresti pubblicato. A livello prettamente musicale ti direi di no, sono tutt’ora dischi di mio gusto che trovo validi, chi più chi meno ovviamente. A livello “personale”, di rapporto, invece ti direi di sì: in tre/quattro casi mi sono trovato davanti persone incuranti del tipo di collaborazione a cui miravo, disinteressati a dare una mano con la promozione ed indifferenti al lavoro da me svolto, rimanendo su atteggiamenti distanti, slegati. Peccato che, essendo quella fra band ed etichetta una collaborazione  e non un servizio, la cooperazione è fondamentale. Specialmente a livelli bassi.

Dal punto di vista mentale, credi di essere cresciuto assieme a Masked Dead da Presagi di Morte (l’uscita n.1) ad ora? Se la tua domanda è riferita alla mia persona in generale – slegata da Masked Dead Records – ovviamente ti rispondo di sì. Se invece ciò che mi chiedi è se Masked Dead Records ha contribuito all’evoluzione della mia psiche, non necessariamente: le esperienze che segnano la mia interiorità sono di altro tipo. Sicuramente ho potuto apprendere cose che altrimenti non avrei mai imparato, ma non sento in me una particolare evoluzione legata a questo mio progetto.

Nella gestione pratica ci sono dinamiche che hai cambiato totalmente nel corso degli anni? Cosa invece è rimasta la stessa nel tuo modo di gestire Masked Dead? Cambiato radicalmente non credo, piuttosto ho cercato e tutt’ora cerco di migliorare diversi aspetti del progetto più che altro sui meccanismi promozionali e gestionali, che trovo vadano sempre sviluppati. Insomma, recensioni, tempistiche d’uscita, calendario di programmazione, presentazione e quant’altro. Ma non ho fatto chissà quanti passi avanti, concretamente: mi considero capace, non efficace.

Ti ritieni un perfezionista nella gestione di Masked Dead? Riesci a farcela da solo senza problemi o pensi di aver bisogno di qualcuno, talvolta?  Assolutamente no, mi considero piuttosto fallimentare e timoroso. Non saprei cosa una persona esterna a me può percepire osservando quanto faccio con la mia etichetta, ma assicuro di essere tutt’altro che perfezionista o disciplinare. Viste le dimensioni molto ridotte di Masked Dead la massa di lavoro si concentra in periodi brevi, questo mi permette di riuscire a gestire tutto quanto da solo; tuttavia per diverso tempo ho cercato una seconda figura in grado di darmi una mano a crescere, mi piacerebbe molto, ma nessuno si è rivelato interessato.

Credi che chi si approccia alle “tue” uscite debba usare altrettanta attenzione, pari almeno a quella che metti nell’allestirle? Porre attenzione e concentrazione durante l’ascolto trovo sia una cosa fondamentale. Per alcune delle mie uscite (OrosKhaos e The Voices su tutte) è necessario entrare nella propria sensibilità interiore per comprenderne la bellezza. Senza questa volontà volta alla lettura interiorizzante della musica trovo sia difficile entrare in un immaginario adatto. Ma questo non vale per ogni disco da me pubblicato, molti risultano usufruibili e piacevoli anche senza un’attenzione profonda.

Di conseguenza è peggio un parere sgrammaticato o uno superficiale? Sulle recensioni vere e proprie torneremo dopo. Personalmente, preferisco di gran lunga l’essenza alla sola estetica. L’approccio sincero è da me prediletto.

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Il 2018 di Masked Dead Records

Hai da recriminarti qualcosa nella gestione dei rapporti umani con alcuni musicisti che hanno lavorato con te? Per fortuna no, sempre stato puntuale e di parola. Anzi, con diversi ho addirittura stretto un rapporto amicale! Ho sempre fatto tutto sulla fiducia, con tutti quanti; questo ha permesso l’instaurazione di una collaborazione più personale e meno sistematica.

Prima ho usato un verbo che richiama il lavoro. Tu la vedi così, la tua etichetta, oppure sei orientato a considerarla un hobby? La considero come una cosa a metà fra un lavoro ed un hobby: un impegno.  È un progetto che voglio portare avanti con uno scopo e che nel contempo cerco di tenere lontano dal sentirlo come un dovere. Meno pesi si hanno addosso più è piacevole ciò che si fa.

Le uscite Masked Dead sono quasi tutte a prezzo libero per la versione digitale. Marco di Toten Schwan Records ha affermato: “L’esperienza mi dice che un album, se valido, viene comunque acquistato, indipendentemente dal fatto che venga scaricato gratuitamente. Chi fruisce musica attraverso i supporti fisici se ne frega degli mp3, ti compra il disco, senza se e senza ma. Senza contare la questione etica che considero importantissima. A volte vedo dei download digitali a sei/sette euro e rabbrividisco. Se fai pagare una cifra del genere per un “non prodotto” come gli mp3 a quanto lo metti un album?”. Ti ritrovi nelle sue parole? Ci sono tanti fattori che influenzano l’acquisto di un disco. Trovo molto raro che il fruitore medio di download pirata sia poi interessato ad acquistare il disco fisicamente; non è la possibilità del free download che favorisce l’acquisto. Molto spesso mi capita di vedere persone acquistare dischi per il solo fascino del prodotto o per l’immaginario della band, non solo per la musica stessa. Detto questo, personalmente non concepisco tutto questo fascino per il digitale e la conseguente vendita di file mp3. L’offerta libera è il giusto compromesso: i più che ne usufruiscono spendono i soliti 1 o 2 euro, cifra accettabile dal valore simbolico.

The Voices è uno dei progetti più singolari che hai pubblicato. Musica a cappella composta e “cantata” dal solo Paolo Ferrante. Lo segui sin dagli albori? Come mai hai sentito di dover abbracciare una scelta così estrema? Paolo lo seguo sin dal secondo demo dei Secretpath, risalente al 2011 (al tempo avevo 14 anni). Da lì è stato amore a primo ascolto per la sua voce, tecnica e stile. The Voices è un suo altro progetto: ricordo che pubblicò una bozza di un brano così, casualmente; l’ho ascoltata e l’ho subito esortato a farci un album. Immagino sia stato anche il mio interesse a spingerlo ad osare. Personalmente, trovo sia l’artista più brillante col quale fino ad ora ho lavorato (nonostante lui ancora non abbia capito il valore di ciò che fa). Non è dovere quello che ho sentito nei confronti di The Voices, piuttosto una profonda stima ed entusiasmo; se un progetto mi piace molto e mi entra dentro cerco di aiutarlo: in questo caso, pubblicarlo con la mia etichetta è stato il modo che ho trovato più consono.

Ti senti lusingato quando qualcuno si prende la briga di scrivere migliaia di parole su un dischetto dei tuoi, a prescindere dal giudizio positivo o negativo? Per me è sicuramente una grande soddisfazione vedere che un disco da me proposto al pubblico riceve una tale attenzione; tuttavia, vista la domanda, mi sono permesso di porgerla anche a Paolo (The Voices):

A prescindere dal giudizio finale, una recensione del genere – che si prende la briga di sviscerare l’opera ed analizzarla pezzo per pezzo – la dice lunga sulla qualità del recensore: di sicuro è un giudizio che arriva all’esito di un’attenta analisi ed il recensore stesso è capace di farla. Il detto “bene o male, l’importante è che se ne parli“, per come la vedo io, si riferisce al giudizio che viene espresso, non al modo in cui questo viene fatto; mi spiego: una recensione così approfondita ed attenta ha un valore di per sé, perché intanto fa un’analisi in cui espone dei dati, se poi da questi ne dovesse arrivare un esito negativo ciò non esclude che, a parità di dati, qualcuno non possa dire “a me invece piace!”. Insomma c’è tutta una parte descrittiva e tecnica che è molto importante, recensioni come queste permettono agli artisti di notare cose che gli erano sempre sfuggite; a me è capitato, con recensioni simili, di notare alcune cose e correggere un po’ il tiro. Una recensione è bella quando approfondisce il lavoro ed è fatta da una persona che abbia una forte preparazione ed esperienza in sonorità simili a quelle che si trova ad esaminare. Anche questa intervista, con delle domande mirate fatte da qualcuno che è andato a spulciare nelle pubblicazioni di Masked Dead Records, è tempo ben speso: una banale lista di domande, uguale per tutti, non avrebbe reso giustizia alla peculiarità di questa etichetta.

Cosa provi quando invece si boccia senza appello qualcosa su cui tu hai investito tempo e denaro? Mi riferisco sempre a qualcuno che ha scritto su The Voices, in questo caso Metalwave. Se il pubblico di riferimento (con le sue webzine) è quello metal, quante possibilità ci sono che la musica a cappella venga apprezzata? Da ex recensore (prima per una mia webzine di anni fa, successivamente per la rivista cartacea di RockHard) posso dirti che il problema di una recensione non è l’esito, ma il come viene scritta. Sulla recensione in questione c’è da stendere un velo pietoso sotto quest’aspetto. Sicuramente, come ben dici, proporre la musica di The Voices ad una testata Metal è una cosa sicuramente azzardata, ma non incompatibile. Anche qui ho posto la domanda al diretto interessato:

Quella è stata una bocciatura senza appello e senza analisi, fatta per altro da un recensore che ascolta prevalentemente Old School Metal… un po’ come far degustare il vino ad un astemio! Le possibilità che questo tipo di musica, che vuole essere sperimentale ed avanguardistica, piacciono ad un appassionato di Metal sono poche; che piaccia ad un tradizionalista sono nulle, perché è un qualcosa che, dichiaratamente, si pone in contrasto con tutti i canoni! Se io mi trovassi a recensire un album Rap, oppure Hip-Hop, (o Trap, che ora va di moda), avrei le stesse difficoltà che si sono presentate a quel recensore; a quel punto avrei evitato di scriverla la recensione perché il fatto che io non capisca un’opera, potrebbe essere un limite mio e non dell’opera. Vi sono dei punti in cui, oggettivamente, quella recensione è incoerente: da un lato taccia il lavoro di “mancanza di originalità” (quando è evidente come al mondo non esista niente di anche lontanamente simile) e poi lo ritiene addirittura pretenzioso… senza considerare il volto demenziale ed autoironico che ho voluto dare a questa musica (si pensi anche solamente al fatto che in ogni album c’è almeno un pezzo in cui mi rivolgo all’ascoltatore e gli dico che sta ascoltando una musica di merda). L’obiettivo di questa musica non è “essere apprezzata”, altrimenti avrei fatto un altro tipo di musica (ed avrei investito tempo e denaro per fare un video con una procace ballerina seminuda), però è anche vero che non mi riconosco in un esclusivo “ars gratia artis“; diciamo che opero una mia via di mezzo: realizzo quello che sento (ars gratia artis) e poi cerco di diffonderlo, assieme al suo messaggio, per farlo arrivare a chi lo possa apprezzare (e quindi abbia dei disturbi tali che lo mettano in condizione di farlo).

Pubblichi musica a cappella per un pubblico metal quindi come apertura mentale sei decisamente a posto. Che tipologia di progetto musicale non pubblicheresti mai e poi mai per Masked Dead? C’è una sorta di codice etico che ti imponi di rispettare? Il mio codice etico è solo uno: pubblicare ciò che davvero mi piace. Il mecenatismo deve essere artistico, non mercanzile. Ora come ora eviterei il Dungeon Synth semplicemente per pubblicarlo su cassetta per una nuova etichetta alla quale sto lavorando, la Nigra Opera Records (nome tributato al brano Nigra Opera dei Trom, band che ho ristampato della quale vado più fiero). Oltre a questo, lascerei da parte progetti elettronici molto sperimentali; preferisco mantenere Masked Dead Records su una linea Metal ed atmosferica/interiore.

Matteo, che ci fai nei Deviate Damaen? E soprattutto li vedremo mai su Masked Dead, per un’uscita breve magari? A parte la mia grande amicizia con Volgar, nei Deviate Damaen sono una new entry in funzione di secondo vocalist, più che altro (al momento) adibito alle voci estreme.  È un progetto dal valore enorme, tendenzialmente demonizzato poiché politicamente scorretto, dai messaggi forti ed ideologicamente schierato. Tuttavia per quella che è la mia visione trovo non sia una band politica ma ribelle, il cui fuoco arde di vita per noi e di distruzione per coloro a cui ci opponiamo. Il nuovo album In Sanctitate, Benignitatis Non Miseretur! verrà, per volere dell’intera band, distribuito da Masked Dead Records e Vomit Arcanus Productions (etichetta di uno dei nostri membri) in CD normale, 500 copie. Trasparirà come uscita ufficiale seppur nel concreto sia più un lavoro di distribuzione e promozione, specialmente perché non sono io a finanziare il progetto.

Roberto di Third I Rex ha una idea precisa della scena italiana: “I gruppi Italiani han tutte le carte in regola per spaccare a livello mondiale. Quando smetteremo di farci la guerra – come italiani – forse riusciremo a far qualcosa. Basterebbe iniziare con il supportare la propria scena locale, provinciale e regionale, per vedere un cambiamento”. Cosa ne pensi? Io penso che agli italiani manchi amor proprio su tante cose. Impossibile che questo non si rifletta anche sulla musica. Ciò che è “nostro”, di casa, è malvisto e svalorizzato per il solo fattore d’appartenenza. Non c’è fierezza, tanto meno amicizia. Tutti nel proprio, maliziosi. Non siamo un paese adatto alla cultura di realtà musicali di spessore. Personalmente sono sempre disponibile, amichevole e collaborativo, ma sicuramente non mi faccio il culo per portare avanti un pensiero infruttuoso, incoltivabile nel nostro ambiente.

Se ce l’hai fatta tu, a meno di vent’anni, a creare una piccola etichetta che stampa e vende tutti i suoi dischi, seppur in edizione strettamente limitata, può farcela chiunque? Eppure perché, secondo te, etichette ben più affermate ma in declino si ostinano a stampare centinaia di copie che poi dopo una settimana si trovano a 1 euro su Discogs? Assolutamente no: non è una cosa da tutti. Bisogna avere costanza e fiducia, bisogna credere in ciò che si fa ed avere una mente adatta allo sviluppo di un’etichetta discografica. In questo riconosco il mio valore e le mie capacità, che mi vengono confermate da tutte quelle persone che negli anni mi hanno costantemente supportato in ogni mio progetto, alle quali sono profondamente grato. Il fatto di fare edizioni super limitate ovviamente mi para il culo sulla quantità di copie vendute, ma è anche vero che in questo modo non vado oltre l’effettiva richiesta del pubblico. Come è tipico dei tempi nostri anche nella musica c’è una forte tendenza  alla sovra-produzione, con la conseguente svalutazione del prodotto. La trovo una cosa abbastanza inutile, non necessaria, specialmente se non hai una distribuzione sostanziosa. Non è la quantità di dischi stampati che aumenta la probabilità di successo.

Sta per finire l’era della musica in formato fisico? Secondo molti è così. Secondo te evidentemente no, visto quello che fai con Masked Dead. Se effettivamente il cd morirà, tu come reagirai, sia da ascoltatore che da piccola etichetta? Ciò che vedo è un punto molto basso, non tanto la fine di un’era. Vista la ciclicità della storia e della cultura non vedo una fine al supporto fisico; piuttosto un ridimensionamento. Il mio augurio è quello di una conseguente ripresa, ma non posso affermare nulla con certezza. Se davvero il CD morirà sarà per me in quanto ascoltatore un trauma (ho soprattutto cd, ma anche svariati vinili e qualche cassetta); come Masked Dead Records sarebbe invece la fine.

Cosa hai sacrificato nella tua vita per Masked Dead? Tempo, ma non avrei impiegato in altro modo, quindi forse il concetto di sacrificio non è quello che si addice al mio caso. Ho sempre sfruttato ogni opportunità che mi si è presentata, non ho rimorsi per fortuna, e sono contento di continuare su questa strada.

Hai mai pensato di mandare affanculo tutto e tutti? C’è mai stato un momento in cui sei stato sul punto di dire “pubblicateveli voi sti cazzo di dischi”? Mi ritrovo spesso scoraggiato, deluso e scarico, ma fino ad ora non è mai capitato che volessi mollare. Bene o male riesco sempre a vendere la maggior parte delle produzioni, le persone apprezzano quanto pubblico ed io stesso provo soddisfazione per ciò che faccio. Sta tutto nel riuscire a gestirmi nei punti più bassi (che, ripeto, sono molto frequenti); per il momento tengo botta e mi nutro dei riscontri positivi che ho.

Uno fa tanto per crearsi un nome e un marchio di fabbrica, poi da un momento all’altro arriva MASD Records. Sulle prime ho pensato a una abbreviazione di Masked Dead oppure a una “evoluzione” della tua label. A parte ciò, più in generale, cosa pensi della concorrenza in ambito di micro-etichette? Conosco MASD Records, ci restai così anche io quando la vidi. Concorrenza, personalmente, non penso di averne: sia per il formato, sia per la tipologia di musica che tratto. Fra label piccole, quale può essere la mia, trovo sia importante collaborare al fine di raggiungere qualcosa di potenzialmente più grande; un po’ come ho fatto con l’ultimo EP dei Voland insieme agli amici della Xenoglossy Productions.

Ti stai allargando con gusto verso l’ambient e la dungeon synth. Il metal avrà uno spazio sempre minore su Masked Dead? Per dirti, nessuna delle uscite di quest’anno è paragonabile alla metallosità di Trivax (peccato fosse solo un singolo) o Asura. Anche nel metal hai privilegiato una maggior ricercatezza (vedi Voland, Noesis e Felis Catus)? Come già menzionato, viste le recenti pubblicazioni lontane dal Metal, vorrei tornare su binari più legati al genere, seppur mantenendo un sound ricercato. Voland, Noesis e Felis Catus sono esempi perfetti di ciò di cui sono in cerca. L’uscita recente del nuovo EP dei Secretpath Dominatio Tempestatis e di Frammenti di Amataster credo abbiano riequilibrato un po’ la situazione; cosa che inoltre avverrà anche con la pubblicazione del 12” Teschi | Ossa | Morte, split a quattro (Malauriu, Infèren, à Repit e Vultur) in collaborazione con diverse etichette.

Prima ti ho chiesto perché avevi fondato Masked Dead. Giochiamo al “what if”. Se tu non avessi mai creato l’etichetta, oggi saresti pronto a rifare tutto da zero? Più che volentieri, con più coscienza magari! Masked Dead Records è tutt’ora un’esperienza formante per quello che è il mio approccio diretto alla musica; partire da zero e correggere certi errori passati sarebbe sicuramente bello.

Ancora. Senza l’etichetta, come saresti oggi? Immagino sarei impegnato in qualche altro progetto di diversa natura; non so, forse starei ancora scrivendo recensioni. Ho fatto diverse esperienze in molti campi ed in diversi aspetti, al momento però non mi sento attratto da nulla se non da ciò che già faccio. Oltretutto, recentemente sono anche entrato come collaboratore nel team della Kolony Records (etichetta bresciana che ha lanciato gente come Be’Lakor e Persefone); indi per cui, forse, al momento non sono in grado di vedermi razionalmente senza etichetta.

Ti sei tatuato un verso degli In Tormentata Quiete sul braccio. Con quali parole di uno dei progetti Masked Dead potresti fare lo stesso? Le uniche band, fra quelle con cui ho collaborato, che mi tatuerei solo due: Trom ed OrosKhaos. Nei Trom non ritrovo nulla di specifico che potrei rendere indelebile sul mio corpo. Per gli OrosKhaos invece la storia è diversa: sono un progetto profondamente mistico e spirituale al quale mi sento molto legato. Credo che il loro “That one great death. That one great descent.” possa meritare, un giorno, un po’ di spazio del mio corpo.

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