Intervista ai Crisis Benoit

Le belle scoperte avvengono per caso oppure c’è qualcuno lassù che mi ha fatto fatalmente innamorare del gruppo di cui state per leggere? Un giorno mi sono ritrovato davanti a questo nome, che caratterizza due tizi con maschera da wrestler, parte un ascolto ed è subito amore. I Crisis Benoit, pugliesi emigrati a Bologna, sono ben più profondi e pensanti di quel che sembrano dopo una veloce scrollata della loro pagina Facebook. Come spesso accade, l’intervista è stata una preziosa occasione per ribadire come il blog esiste solo grazie a questi artisti fantastici. [F]

Per un soggetto cresciuto negli anni Zero un nome come il vostro suscita sentimenti forti. Eppure siamo nel 2018. Quanta nostalgia c’è nel chiamarsi Crisis Benoit? La nostalgia è un desiderio forte di riavvicinarsi nel tempo e nello spazio a qualcosa di lontano, già vissuto. Potremmo risponderti dicendo che c’è tanta nostalgia soprattutto per la fama mondiale che il wrestling aveva raggiunto prima della scomparsa di Eddie Guerrero e del massacro Benoit. Nei primi anni duemila (almeno fino al 2005/2006) il wrestling in Italia aveva raggiunto le proporzioni di vero e proprio fenomeno di massa, E se questo dal punto di vista del consumismo poteva significare che la WWE poteva accedere a fasce di mercato ampie, gli incontri venivano trasmessi in televisione, in edicola pullulavano magazines dedicati a RAW e Smackdown, e i bambini sognavano le action figures di Rey Misterio, John Cena, Big Show (come nei primi 90s fu per Hulk Hogan, Andrè the Giant, Ultimate Warrior and so on..), da un altro punto di vista si aprivano opportunità anche per le federazioni nostrane di wrestling. Per farla breve noi siamo stati ad uno spettacolo di Smackdown nel 2006 e recentemente ad uno di RAW e i numeri di pubblico e il coinvolgimento sono stati completamente diversi. Sebbene il livello atletico e tecnico attuale sia decisamente superiore a quello di 15 anni fa, il wrestling qui in Italia, ma anche Europa, adesso è semplicemente una passione non dico di nicchia, ma per appassionati. Però non è proprio la nostalgia a prevalere nella scelta del nostro moniker, quanto la passione per questa disciplina meravigliosa.

Ora che ci penso, il modo brutale con cui il wrestler che vi ha ispirato ha lasciato questo mondo (doppio omicidio e suicidio) è davvero molto adatto a incarnare lo spirito di una musica estrema come la vostra. C’entra qualcosa oppure -come solitamente si dice- preferite ricordarlo nei suoi momenti migliori sul ring? Le ultime azioni compiute da Benoit sono deplorevoli. E non intendiamo il suicidio, che è una scelta legittima ed individuale sul quale pensiamo ogni giudizio vada sospeso, bensì i due omicidi. Che si sia trattato di un raptus d’ira “roid rage” dovuto all’abuso di anabolizzanti e alle quantità industriali di antidolorifici o meno, resta il fatto che Nancy Toffoloni e Daniel Benoit sono stati privati della vita senza possibilità di scelta. Noi non siamo giudici e non ci interessa far sentenze ma che si sia trattato di un gesto orrendo senza attenuanti beh questo nessuno lo metterà in dubbio. Poi c’è il wrestler Benoit. Ed è innegabile che fosse un atleta come pochi, con un livello tecnico così alto da essere ritenuto uno dei wrestlers più tecnici della storia di questa disciplina. The Pegasus Kid, Wild Pegasus, The Canadian Crippler: in ogni federazione, in ogni momento della sua carriera Benoit ha sempre dimostrato di essere un wrestler eccezionale. Uno dei migliori atleti formatisi nel Dungeon della Stampede Wrestling, la mitica federazione fondata da Stu Hart. Il nome è un gioco di parole e sta ad indicare appunto la grande crisi che ha interessato il mondo del wrestling dopo l’omicidio-suicidio di Benoit. Ed è una critica al wrestling business, capace di attuare una sorta di damnatio memoriae dell’atleta, ma incapace di ragionare e porre rimedio seriamente all’abuso di sostanze steroidee, painkillers e quant’altro che –a quanto pare- continuano a circolare ancora oggi, ad alti livelli.

Sgombriamo il campo dalla prima grande questione. Il wrestling è uno sport, uno spettacolo, un gioco o “è l’unica cosa che conta” [semicit. gobba]? Il wrestling è tante cose, ma di sicuro non è un gioco. E’ uno sport a tutti gli effetti: i wrestlers sono veri e propri atleti che dedicano l’intera esistenza a praticare questa disciplina, a soffrire, farsi male, ripetere le tecniche sino alla nausea. Ma è anche uno spettacolo quello che viene offerto al pubblico. Non solo è uno sport che richiede sangue sudore e lacrime. Ma è altresì uno spettacolo. Quindi l’atleta deve anche avere doti d’intrattenitore di pubblico e possedere grande carisma. Basta assistere ad un allenamento di questi atleti per eliminare qualsiasi dubbio residuo riguardo al fatto che possa essere un gioco.

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Io ho seguito il wrestling in modo sicuramente superficiale, erano gli anni della WWE su Italia 1, e ho dovuto subire il commento di Ciccio Valenti e Cristian Recalcati. I più ricchi, dalle mie parti, avevano RAW sul satellite. Per il resto è stato un grande e immenso buio perché non c’era segnale per reti locali, nel mio antro nel cuore della Basilicata. Che pensate, voi esperti, di quell’era del wrestling mainstream? È come dire di amare il metal perché si conosce a memoria Nothing Else Matters? Se ti dovessimo rispondere impersonando la gimmick di fanatici del wrestling ti dovremmo dire si, il paragone è corretto. In realtà gli atleti che fanno parte dei roster delle federazioni di wrestling mainstream sono nella maggior parte dei casi degli ottimi wrestlers. Talvolta sottodimensionati, perché le story lines spesso sono costruite secondo criteri (secondo noi molto poco ispirati, per non usare la nota espressione “alla cazzo”) che tengono conto delle vendite del merchandise, e delle azioni in borsa, più che sul vero valore atletico-performante degli atleti. Quindi ben vengano, come raccontavamo prima, anche gli anni d’oro 2000 della WWE

ECW powerviolence: a quali gruppi a tema wrestiling vi ispirate? Io conoscevo solo loro. Non ci ispiriamo a gruppi a tema wrestling, anche se ti consigliamo Eat The Turnbuckle e The Ultimate Warriors, e da poco ho scoperto che anche i jappi Abigail condividono con noi la passione per l’hardcore wrestling. A livello di ispirazioni musicali siamo partiti da una base comune powerviolence (No Comment, Infest) e grindcore (Terrorizer, Napalm Death, Repulsion), più l’ossessione per il riffing lento old school del death metal più gore e marcio (Shitfun degli Autopsy su tutti), poi col tempo, con i concerti, tour, prova dopo prova e passando da un quartetto con due cantanti a un solido duo (batteria e voce + chitarra) le influenze si sono imbastardite. E quindi ci abbiamo infilato del thrash brasiliano (Sarcofago, primissimissimi Sepultura, Holocausto), del black metal primordiale (Darkthrone, ma anche HellHammer, Beherit), e in generale un mood più gloomy. Fermo restando che si tratta di musica dannatamente rumorosa e violenta, senza girarci troppo attorno.

La vostra prima testimonianza su questa terra si chiama Just a Raw Demo. I brani sono usciti nel 2017: solo cinque minuti, ma da riprodurre all’infinito. È ancora oggi in free download. All’epoca qualcuno vi ha chiesto di poter contribuire economicamente alla causa dei Crisis Benoit? C’è stata da subito attenzione su di voi? Quella Demo è stata registrata, da un nostro amico, nella nostra sala prove. Suoni molto sporchi e duri. Erano i primi mesi di esistenza dei Crisis Benoit e siamo davvero felici di aver prodotto quella demo perchè riascoltandola ci balzano all’orecchio tutti i progressi che abbiamo fatto fino ad ora. E questo è sempre uno stimolo a fare sempre meglio. All’epoca della demo, nessuno ci contattò per produrla fisicamente né noi andammo alla ricerca di qualcosa o qualcuno. Però sin da subito siamo stati contattati da molti posti per suonare. Sarà il wrestling, saranno le maschere 🙂

Quanto è stato importante per un gruppo come voi andare oltre la fase demo? Perché secondo voi molti vostri colleghi non tentano proprio di comporre e registrare il loro Violence Era? E’ stato fondamentale. Sin da subito abbiamo posto moltissima enfasi sul momento compositivo. E continuiamo a farlo. Basti pensare che due mesi e mezzo dopo l’uscita di Violence Era, siamo tornati in studio per registrare il nuovo album appena uscito Icon of Violence. E abbiamo già del materiale, si spera di andare in studio a febbraio. Ai nostri colleghi posso solo dire di non mollare mai, neanche nei momenti più bui. Bisogna sempre portare avanti ciò in cui si crede. Sempre. E credere in ciò che si porta avanti.

Per le registrazioni siete andati da un luminare dei suoni metal, che ha curato la produzione di alcuni dei miei dischi preferiti degli ultimi tempi, ossia Carlo Altobelli dei Toxic Basement Studios. Da lì sono usciti gli Hellish God, gli Ekpyrosis, gli :Inferno9:(intervistati poco tempo fa) ma anche (e soprattutto, nel nostro caso) gli ultimi lavori dei Cripple Bastards. Come vi siete trovati? Carlo è una persona squisita ed un professionista strabiliante. Mette anima e corpo nel suo lavoro. Pone tantissima enfasi sui dettagli e questo è uno dei suoi punti di forza. Strumentazione d’alto livello, capacità tecniche elevatissime: il tutto rende i Toxic Basement Studios uno dei luoghi migliori in cui andare a registrare. Consigliatissimi. Tutto questo per dire ci siamo trovati benissimo da Carlo. E’ sempre un piacere tornare da lui e andare a mangiare la pizza insieme nel nostro luogo dell’anima: Lucky Pizza per poter parlare di complottismo e alieni con il pizzaiolo guru.

Slaughterhouse Records è una specialista delle uscite brevi e penetranti. Come è avvenuto l’approccio con quella label? E’ stato Carlo a proporci la release. Per caso ha origliato i nostri discorsi sul divano del Toxic Basement (eravamo lì a registrare con un’altra band), mentre divertiti ascoltavamo la nostra demo e discutevamo dei nuovi titoli da dare alle songs e si è subito detto entusiasta del progetto perché anche lui è un patito di wrestling, e di arti marziali. E’ stato tutto molto amichevole e spontaneo. Il resto lo sai già.

Registrazioni molto professionali, un’etichetta seria… tutto ciò è una risposta esplicita a chi potrebbe ritenervi degli incapaci, magari dopo aver giudicato troppo frettolosamente le tematiche trattate? Purtroppo o per fortuna, non abbiamo mai incontrato qualcuno che ci abbia ritenuto degli incapaci. Abbiamo sempre dato il massimo e continueremo a farlo. Non appena abbiamo l’opportunità, ci rintaniamo in saletta per provare e comporre nuovi pezzi. Siamo sempre in giro a suonare, supportiamo tutti i gruppi che suonano con noi, cerchiamo di tessere contatti e rapporti con tutti. Certo, musicalmente possiamo piacere o non piacere. E’ una questione di gusti. Ma se davvero esiste gente che, giudicando di poco conto le tematiche trattate, giudica noi incapaci, l’unica cosa che possiamo dire è: “Non ragioniam di lor, ma guarda e passa”, come scrisse il Sommo.

Chiariamo la provenienza. Bandcamp dice che siete di Bologna, su qualche manifesto emerge la vostra origine terronica poiché è indicata Mola di Bari. Come la mettete? Per voi è più facile suonare in Emilia o al Sud? “Mantua me genuit, Calabri rapuere, tenet nunc Parthenope “. Per dirla con Viriglio, Mola di Bari ci ha dato i Natali. Non possiamo ancora dire dove moriremo e saremo seppelliti, quindi prima di “rapuere” e dopo “tenet nunc” mette un po’ ciò che volete: vedremo chi avrà vinto la scommessa. In ogni caso, da anni viviamo a Bologna. Certamente per noi è molto più semplice suonare qui al nord, semplicemente per una questione logistica relativa agli spostamenti, ed economica. Nel nord la maggior parte dei posti in cui si suona si trova a 2/3 ore da Bologna. Per andare a suonare al Sud, impiegheremmo dalle 4 alle 7/8 ore. Vien da sé che sia difficile effettuare molte sortite al Sud. Ci dispiace molto perchè al Sud esistono molte realtà davvero splendide in cui suoneremmo con immenso piacere. E ogni volta che ci è data la possibilità di suonarci è sempre una grande festa. Per fortuna Bologna è ubicata in una posizione geografica che ci consente di spostarci all’Estero senza troppi intoppi.

Qualche parola sui concerti. Il 1 settembre siete stati al Bari Hardcore Fest assieme ai miei pupilli, i Verano’s Dogs. Vi è piaciuto quel contesto? In generale cosa pretendete per un’esibizione dal vivo e cosa pretendono i vostri spettatori da voi? Suonare al Bari hc è stato un piacere unico ed un onore immenso. Abbiamo partecipato alle scorse edizioni del fest come spettatori, dato che in quel periodo dell’anno ci troviamo spesso in Puglia [per andare a Polignano, al bar Peppino, a gustare, assieme al nostro fratello El Rural, il delizioso gelato alla patata (chiunque non conosca il bar Peppino e/o il gelato alla patata è pregato di informarsi, pena 10 sediate sulla schiena)]. Il Bari hc è una realtà ormai molto nota (a ragione!) e organizzata: ottimi gruppi, fantastico pubblico, organizzatori instancabili. Per una band, suonare a Bari, è sempre un piacere, poiché il pubblico fa casino dal primo brano del primo gruppo all’ultimo brano dell’ultima band. Se a tutto questo si somma il fatto di aver suonato nella stessa sera con Verano’s Dogs e Atestabassa, potete farvi un’idea di quanto questo festival sia nei nostri cuoricini. Che dire. E’ stata un’esperienza che rimane dentro e che speriamo presto di poter ripetere!

Invece che mi dite del Go! Fest del 29 settembre, a Roma? Anche lì un paio di gruppi già passati su queste pagine, come i Neid e i Dr. Gore. Che differenza passa con l’esperienza di Bari? Il Go! Fest è stato uno dei concerti più belli a cui abbiamo suonato finora! Suonare a Roma, per noi, ha sempre un sapore particolare, in quanto abbiamo tantissimi amici/amiche che vivono li. Ogni concerto si trasforma in una festa per riabbraciarsi tutti. Il Go! Fest è uno dei festival più sbalorditivi in Europa. Gruppi stratosferici, di livello altissimo, nomi importanti, organizzazione perfetta, pubblico caloroso e motivante. Potrei star qui ore ad elogiare questo festival e chi lo organizza. Suonarci è stata davvero un’emozione unica. Avevamo partecipato come spettatori ad edizioni passate del festival, poterci suonare è stata la realizzazione di un sogno. Rispetto a Bari cambia l’inclinazione musicale del festival, hardcore quella di Bari, decisamente più estrema quella di Roma. Ma sono entrambi festival stupendi. Piccola nota: a Roma, prima di cominciare a suonare, mentre eravamo seduti fuori a bere una granita, siamo stati avvicinati da un ragazzo spagnolo che ci ha detto di essere venuto dalla Spagna quando ha letto sul flyer del festival il nostro nome. Niente da aggiungere, se non che adesso siamo grandi amici con Juan e che la musica estrema o hardcore è davvero un mezzo di aggregazione fantastico.

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Avete suonato all’estero, una decina di date lo scorso aprile in giro per l’Europa centrale. È vero che l’Italia è arretrata dal punto di vista dell’organizzazione di concerti come i vostri oppure è un luogo comune da sfatare? Stiamo male o no, da questo punto di vista? Suonare in Europa è un’esperienza che lascia il segno. Unire la possibilità di suonare a quella di poter visitare posti di cui si è solo sentito parlare o che si è sempre sognato di visitare, è qualcosa di unico. Ed è per questo che torneremo sempre a suonare in Europa. Dal punto di vista organizzativo non ce la sentiamo di dire che “siamo indietro”. Non c’è una classifica. Il problema dell’Italia sta nella sua geografia fisica: essendo molto stretta e molto lunga e con montagne di mezzo tra le due coste, bisogna percorrere molti km per spostarsi. E qui nasce il problema economico. In italia si paga la singola tratta autostradale, ed anche ad un prezzo decisamente alto. Quindi gli spostamenti hanno costi importanti. In più il costo del carburante è tra i più alti in Europa. E’ chiaro che questo non giochi a vantaggio dell’organizzazione dei concerti, a maggior ragione per gruppi in tour che devono sostenere spese importanti. Detto questo, in italia esistono molteplici realtà che svolgono un eccellente lavoro di organizzazione concerti, molte (per fortuna) nell’ambito del diy dell’autorganizzazione dal basso. Purtroppo c’è da dire che questi non sono tempi d’oro per i generi estremi come grind, l’hardcore tirato, powerviolence o il death, purtroppo a favore di roba tipo oi, punk depotenziato e dai ritornelli facili e trap.

Quando vi vedrò all’Obscene Extreme? Lì vi sentireste a vostro agio? Quando abbiamo deciso di formare i Crisis Benoit, avevamo come obiettivo quello di suonare all’Obscene. Ovviamente lo abbiamo ancora, ahhhaha. Sarebbe davvero un sogno, la realizzazione di un appunto presente sulla lista di “esperienze da vivere prima di morire”. L’importante è suonare in giro, in posti sempre diversi e conoscere gente o riabbracciare vecchi amici. Nel nome del “bestialismo” ahahaha

Alla luce delle risposte date come inquadrate il vostro essere grind/powerviolence? Vi sentite più vicini alla sensibilità metal o a quella del punk hc? A metà strada. Certamente, la nostra musica ha sonorità, songwriting, riffing, tipici di un certo tipo di metal. Ma l’attitudine e l’approccio è quella punk. Siamo dei figli bastardi, metallari e fieramente punk.

Se domani alzassi il telefono per chiamarvi a suonare al compleanno di mia nonna, cosa dovrei dire per convincervi? Non si può dire no ad una nonna! Mai.

Un fan vi ha fatto una esplicita richiesta. Lo farete aspettare ancora per tanto? Per noi, le opinioni dei fan sono fondamentali. Abbiamo provveduto ad esaudire la sua richiesta. Nel 2019, potrà vedere il suo desiderio realizzato. Tra laltro l’abbiamo già inserita in scaletta live si chiama: Extreme Exploding Electric!!!

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Come vi sentite a condividere la passione per il wrestling con Donald Trump? Non ce ne può fregare di meno delle passioni di quel parruccone.

Ragazzi, una banalità per voi e per me. Non posso esimermi dal chiedervi un parere sul film The Wrestler: ditemi tutto ciò che serve per convincere un interlocutore qualsiasi a vederlo! The wrestler è un film davvero ben fatto. Un cult! Quest’opera mostra quanti sacrifici, quanto sudore, quanta cura maniacale nelle tecniche ci vogliano per salire sul ring. Il pubblico si gode lo spettacolo, quei 10, 20, 30 minuti in cui gli atleti danno il tutto per tutto. Ma quello spettacolo è solo la punta di un iceberg immenso. Il film ha il merito di soffermarsi sui retroscena, su ciò che accade negli spogliatoi subito prima degli incontri. Non solo: la pellicola mostra anche la vita del protagonista lontana dai riflettori del ring, e ci fa capire, in maniera cruda e senza fronzoli, quanto il binomio vita-wrestling sia interscambiabile. Sì, perchè per il protagonista, conclusa la sua parentesi sul ring, comincia la vera lotta. Una lotta impari, contro un qualcosa troppo più forte e crudele, una lotta contro l’ignoranza, la dimenticanza, il male di vivere. The wrestler è l’epopea della solitudine umana. Da vedere assolutamente.

Che differenze ci sono tra il nuovissimo Icon of Violence e Violence era? Violence Era è frutto di una band di 4 membri, di cui due cantanti, ed ha un approccio più powerviolence, più monodirezionale. In Icon Of Violence le influenze musicali più disparate (sempre estreme, sia chiaro) cominciano ad affiorare, e le tematiche si concentrano spesso sul versante hardcore wrestling. Il prossimo lavoro proseguirà su questa direzione, nel solco dei precedenti lavori, musica violenta e per citare il compianto Aldo: No Compromise!

Alcuni della scena hc considerano nazi tutto ciò che viene dal mondo del metallo, mentre voi non avete mai fatto mistero di amare il death metal. Come mai ci sono queste idee? C’è un fondo di verità? Se è per questo amiamo anche il war metal, il thrash metal, il black metal, il goregrind, etcetc… Considerare nazi un genere musicale è un comodo preconcetto, e come tutti i preconcetti non aiuta a far chiarezza, anzi sparge nebbia e confonde. Esistono band punk nazi, band hc straight edge nazi, band pop rock nazi, band oi nazi, e pensate… moltissimi “artisti” reggae/dancehall condiscono i loro brani di omofobia. Eppure, per la vulgata, sembra che i nazi ascoltino o suonino tutti metal. Sicuramente, in realtà sono di più quelli che ascoltano dance random o magari… Giusy Ferreri ahahaha. In realtà bisognerebbe fare un discorso più profondo, radicale e preciso e sarebbe molto lungo. In Italia abbiamo sofferto per oltre un decennio il predominio del power metal, e dei defenders of the faith, se da un lato questa cosa ha impedito, in passato, l’attecchimento di mode orribili quali il “new metal”, il “rap metal”, dall’altro ha limitato la diffusione tra i metallari nostrani di sottogeneri estremi e ha contribuito a creare una rigidità schematica di pensiero, che altrove (pensate in Germania o Repubblica Ceca) è quasi del tutto assente. Il thrash metal ad esempio è sempre stato un genere anti-estabilishment (Nuclear Assault, Anthrax, Sacred Reich, Kreator, etc…), influenzato dal punk e che ha sua volta ha influenzato spesso l’hardcore. Il death metal, in fondo null’altro che il figlioccio oltranzista del thrash, ha esasperato le tematiche in senso nichilista, puntando sul male di vivere, scagliandosi contro le regole socialmente imposte, criticando il perbenismo di facciata, e la religione qualunque essa sia. Ecco, poi c’è il black metal e il discorso forse è un po’ più delicato, ma di certo è un genere che ha avuto il pregio di mettere alla gogna la morale e ancor più del death metal, la religione. L’estetica eccessiva e grand guignolesca, il muro di note e rumore, dei generi metal estremi ha di certo creato nel senso comune il mito del metallaro come mostro satanista, bevitore di sangue e impiccatore di preti… magari!! Ahahahah In media il metallaro è un nerd, che si danna ore e ore sugli strumenti musicali per tirar fuori riff, patterns e suoni precisi, ben fatti… maniacale collezionista, critico accanito e fan dalla memoria infinita di ogni uscita discografica del settore. All’Obscene Extreme, o in altri festival mitteleuropei è possibile vedere metallari, cruster, punx, grindcorer sotto gli stessi palchi, nello stesso pogo, spesso accomunati da toppe, e fango sui vestiti. In Italia forse si dovrebbero organizzare più concerti negli spazi sociali, o fuori dalle dinamiche dei club con tessera, bodyguards etc… per dare uno scossone agli ascoltatori, alle band, e ai preconcetti di tutti.

Quanto dura un vostro live? Vi hanno mai chiesto di sloggiare prima di finire il vostro set? Un nostro set può durare dai 20 ai 35 minuti. Crediamo che sia un lasso di tempo sufficiente per brutalizzare le menti, gli arti e le orecchie senza stufare troppo. D’estate a Modena, in un parchetto, una donna sui 50 anni durante l’ultimo brano Deadman ha letteralmente strappato la maschera al batterista, accusandolo di “star uccidendo tutti i vecchi malati di cuore del quartiere con la sua voce e la batteria”. Recentemente la polizia – chiamata dai vicini – ha interrotto un nostro concerto ad Innsbruck. Il concerto sarebbe dovuto terminare a mezzanotte, erano le 23.50!! Avremmo potuto suonare altri 6/7 brani ahahahahaahah.

Non siamo noi stessi, anche senza maschera, delle pedine che tentano di spettacolarizzare tutto ciò che fanno? Tanto si sa: il fine ultimo è solo mettere gli altri al tappeto per rimanere i soli ad ergersi sui corpi esanimi degli sconfitti… ok, sto delirando, finiamola qua: per i Crisis Benoit il wrestling è metafora della vita oppure il wrestling È la vita? “[..] il mondo non è tutto rose e fiori, è davvero un postaccio misero e sporco e per quanto forte tu possa essere, se glielo permetti ti mette in ginocchio e ti lascia senza niente per sempre. Né io, né tu, nessuno può colpire duro come fa la vita, perciò andando avanti non è importante come colpisci, l’importante è come sai resistere ai colpi, come incassi e se finisci al tappeto hai la forza di rialzarti..[..]”. Penso che questa frase sia esplicativa di quanto la vita ed il wrestling siano così strettamente simili. Per la cronaca la frase è tratta da Rocky Balboa. Grazie mille per questa meravigliosa intervista. W il wrestling, sempre!

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