Invictus Productions, un 2018 da incorniciare

Il mondo del metal estremo, nel 2018, è estremamente variegato e globale. In quest’ottica, molti fan di questi generi musicali fanno fatica ad orientarsi. Secondo me, un modo ottimale per riuscire a districarsi nelle miriadi di uscite che si susseguono in ogni anno è quello di trovare le proprie etichette “fidelizzate” personali. Ci sono infatti label che, per gusto personale e per qualità intrinseca, riesco personalmente ad apprezzare più di altre. Ce ne sono diverse, ma in particolar modo vorrei parlarvi del 2018 della Invictus Productions, interessantissima label irlandese che, secondo il parere di chi vi scrive, ha vissuto un anno ad alto livello.

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Tanto per cominciare, due parole introduttive sull’etichetta. Invictus è attiva dal 1999, pertanto parliamo di una label underground importante e già molto radicata nell’ambiente. Specializzata in black e death metal, ma come vedremo interessata anche al doom, Invictus è gestita da Darragh O’Laoghaire, peraltro vocalist dei Vircolac (interessante band death metal di Dublino). Negli anni, l’etichetta si è fatta notare per aver stampato alcuni dei miei progetti preferiti in ambito black/death metal, in particolare i canadesi Antediluvian per i quali nutro un misto di ammirazione ed ossessione. Ma questa è un’altra storia.

Demonomancy da urlo, ma occhio a Spite e Solstice

Immergiamoci, dunque, nel 2018 vissuto dalla Invictus, perché ritengo che alcune delle migliori release estreme di quest’anno siano state stampate proprio da questa etichetta. Febbraio, in particolare, ci ha regalato molte soddisfazioni, e una in particolare a noi italiani grazie alla stampa del secondo disco dei romani Demonomancy. Sì, perché Poisoned Atonement si avvicina molto al (mio) concetto di capolavoro. La band capitolina è sicuramente cambiata molto rispetto all’esordio, e per certi versi tutto ciò poteva sembrare rischioso. Se il debutto, infatti, poteva avvicinare i nostri a certa corrente “war metal” e in particolare ai Beherit (del resto il nome della band arriva proprio da una canzone del leggendario combo finlandese), d’altra parte questo successore di Throne of Demonic Proselytism può essere visto come un passaggio ancora più vicino al metal estremo degli anni Ottanta. Gli echi dei Celtic Frost, oltre che di certo metal estremo sudamericano, sono infatti dei capisaldi evidenti nel disco dei nostri, i quali sono stati capaci di riproporre con suoni adeguati – ma mai stucchevoli né “polished” – quella che potremmo definire la vecchia scuola del genere. Tra l’altro non capita spesso di avere a disposizione dei ritornelli “cantabili” nel mondo del metal estremo (vedasi ad esempio The Day of the Lord). In definitiva, più che di fronte a un disco black/death sembra quasi di trovarsi di fronte a una sorta di heavy metal scurissimo. Insomma, si tratta di un disco che ha davvero fatto breccia nel mio cuore, e in una mia ipotetica “top 10” di fine anno troverebbe sicuramente posto almeno tra i primi cinque.

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Demonomancy.

E dire che, una settimana prima dei Demonomancy, era uscito un altro disco molto interessante, come quello della one man band americana Spite. Forse passato un po’ in sordina, anche quest’album mostra la volontà di recuperare una certa matrice old school, con un riffing che mi ha ricordato abbastanza da vicino quello dei Grand Belial’s Key. Assolutamente da provare.

Mi ha un po’ stupito, inoltre, anche se fino a un certo punto, vedere i Solstice inglesi uscire su Invictus. Parliamo di una band magari non conosciuta da tutti, ma davvero storica nell’ambito del doom metal più epicheggiante: l’ideale se amate i Candlemass, insomma. Non so se si tratta del capitolo più riuscito della band inglese (personalmente preferisco Lamentations, del 1994), ma se vi piace il doom metal di derivazione heavy non potete rimanerne delusi.

L’alleanza con Vrasublatat

A questo punto, una parte più organica della trattazione la meritano tre uscite, che fanno parte di una collaborazione più ad ampio raggio tra Invictus Productions e Vrasublatat, piccola etichetta americana in cui troviamo tutte release che fanno capo a un pugno di musicisti che ruotano attorno alle stesse band (alcune di queste decisamente in espansione, come Ash Borer e Triumvir Foul). Ebbene, Invictus in questo 2018 ha avuto l’onore e l’onere di procedere alla co-produzione delle ultime release di Adzalaan, Serum Dreg e Dagger Lust. Siamo sempre nell’ambito del black/death metal: più “atmosferico” (ma scordatevi melodie eteree e patinate!) quello degli Adzalaan, più crudo e ferale quello di Serum Dreg e Dagger Lust. Per gusto personale, ho trovato molto interessante in particolare il lavoro dei Dagger Lust, che peraltro mi è sembrato subito “simpatico” già dal titolo: Siege Bondage Adverse to the Godhead. Un nome che è tutto un programma. Dicevo, il disco dei Dagger Lust si avvicina molto a un black/death metal grezzo e infuso di noise, non lontano dal war metal particolarmente rumoroso di band come i Tetragrammacide. Provare per credere!

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Vrasublatat, logo.

Irlandesi e inglesi all’attacco: Malthusian e Spearhead

Nelle altre release di quest’anno, la parte del leone, a mio parere, la fanno i Malthusian e gli Spearhead. Cominciamo dai primi, ai quali mi sento particolarmente legato.

Diciamo subito che dai Malthusian ci si aspetta da qualche anno il definitivo salto di qualità nell’olimpo della scena black/death internazionale. Preciso: scordatevi il black/death pulito e patinato di band quali Behemoth e Belphegor, i riferimenti principali sono roba come Portal, Mitochondrion, Aevangelist. Siamo insomma nel regno del black/death orrorifico, putrido, zozzo: e lo dico nel miglior senso possibile che ci sia.

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Malthusian.

I Malthusian ottennero già molte attenzioni con la loro prima demo, un concentrato di black, death e doom metal che li fece immediatamente affermare come una band da tenere d’occhio. Dopo l’EP successivo Below the Hengiform, gli irlandesi sono chiamati al primo lavoro effettivo su lunga distanza, con questo Across Deaths che ha avuto una gestazione particolare: il primo singolo è uscito infatti svariati mesi prima dell’album intero. Una scelta un po’ particolare che comunque non discuto (le dinamiche possono essere le più variabili e i motivi molteplici).

Peraltro è un disco che presenta dei nomi davvero di spicco del panorama black/death mondiale. Ad esempio, l’aspetto grafico è stato curato da Haasiophis, alias Timothy Grieco, ovvero il mastermind dei già citati Antediluvian: una sicurezza in questo ambito. Ma forse fa ancora più rumore il fatto che mixing e mastering siano stati affidati a Phil Kusabs, che suona nei Vassafor e nei Temple Nightside e che per questo tipo di metal estremo “putrido” è probabilmente uno dei nomi più autorevoli in circolazione (per quanto riguarda mixaggio, suoni, produzione).

Insomma, le aspettative c’erano ed erano alte. Sinceramente mi aspettavo che quest’album girasse di più, visto che ne ho sentito parlare relativamente poco in giro. Ciò però non rispecchia quella che è la reale qualità dell’album, che ricalca quello che mi sarei aspettato. Riff piuttosto contorti, oscuri e marci, con divagazioni dissonanti ed episodi lenti, al limitare del doom. Tutte le tracce meritano di essere citate come esempio, visto che lo ritengo un disco privo di filler, ma probabilmente quella che mi ha colpito di più è la più lunga: Primal Attunement. In tredici minuti di black/death/doom dissonante fortemente influenzato dalla scena australiana (Portal soprattutto), i Malthusian hanno dato sfogo a tutta la propria creatività, creando quello che secondo me è uno dei pezzi metal più belli di quest’anno. Magari ho gusti strani io, ma qui dentro c’è praticamente tutto quello che chiedo a un disco black/death metal di oggi.

Chiudiamo con gli Spearhead: questi inglesi hanno lanciato una vera e propria dichiarazione di guerra già a partire dal titolo, Pacifism Is Cowardice. Come gli appassionati potrebbero intuire, ci si avvicina in qualche modo a quello che è il cosiddetto war metal (sapete, Blasphemy, Black Witchery, Revenge e compagnia cantante). Sarebbe un errore però definire quest’album war metal nel senso più stretto del termine: c’è infatti anche molta nostalgia dei Bolt Thrower, richiami agli Angelcorpse, al black metal sudamericano di prima ondata. Io ci ho sentito anche gli Impiety e i Diocletian, per dire. Parliamo comunque di un disco molto veloce (gran parte delle tracce sono sotto i quattro minuti di durata), il cui merito è secondo me uno in particolare: quello di riuscire a conciliare l’anima “atmosferica” (ed estetica) del war metal, con l’ideale riff-centrico – se così si può dire – del metal estremo anni Novanta. Mettere d’accordo un fan dei Bolt Thrower con uno dei Revenge, insomma, potrebbe non essere poi così facile, ma gli Spearhead ne sono apparentemente il perfetto anello di congiunzione e ciò non potrebbe che essere un grande merito.

Detto questo, Invictus Productions ha pubblicato altro materiale di nota in questo 2018, di cui ho preferito non parlare per motivi di spazio, concentrandomi su quelle che ho ritenuto essere le release focali di quest’anno solare. Potete però dare un’occhiata a tutto ciò che hanno pubblicato tramite il loro sito su Bandcamp. [H]

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