Intervista ai Circle of Witches (heavy, Italia)

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Concludo il ciclo di interviste ai gruppi dello scorso Agglutination che mi sono piaciuti di più: Rome in Monochrome, Ad Noctem Funeriis, Witchunter e ora Circle of Witches. Si tratta di un gruppo che mi ha stupito in positivo: non me li aspettavo così carichi e suggestivi. Spero non facciate anche voi il mio stesso stupido errore di giudicarli per semplici impressioni o preconcetti. Mario, cantante e chitarrista, frontman magmatico, si è dimostrato oltretutto molto gentile, sia di persona che nelle risposte che state per leggere. [F]

Come mai vi chiamate così se siete tutti maschi? A parte gli scherzi, a pelle, la prima volta che ho sentito il vostro nome, ho pensato a una cover band dei Mercyful Fate o giù di lì! Ce l’han chiesto spesso. Beh, i Queen, i QOTSA o i Sister of Mercy non erano certo female band… Quando pensai al nostro nome presi ispirazione dell’idea di “strega” come figura al centro di numerosi concetti come il sapere arcano legato alla Natura, l’occulto, ma anche un elemento di ribellione contro la cultura dominante. E non è un caso se ci siano tantissimi gruppi che omaggiano così l’antica saggezza delle “donne del bosco”. Riguardo all’essere scambiati per una cover band, solitamente si pensa che noi suoniamo pezzi dei Grave Digger, poiché “Circle of Witches” è una loro canzone. Mi daresti dell’ignorante se ti dicessi che fino a qualche tempo fa non li conoscevo?

Avete iniziato a incidere nel 2005 con un live bootleg intitolato Waiting for the Sabbath. Dove e come avete registrato? Che pezzi c’erano lì dentro? Roba che sarebbe poi confluita nel vostro primo album? Complimenti per aver riesumato questa bellissima memoria. Abbiamo iniziato come gruppo stoner ed eravamo interessati unicamente a suonare ovunque e a qualunque condizione, purché si mangiasse e bevesse molto. A un certo punto dovevamo però produrre un po’ di materiale da far ascoltare e, così, registrammo questo un EP in presa diretta in una vecchia sala prove che farebbe impallidire i gruppi della Inner Circle norvegese. C’erano cinque canzoni che, sì, poi vennero inserite nel primo full album Holyman’s Girlfriend.

Non c’è traccia online di Holyman’s Girlfriend, a parte un pezzo riregistrato in Rock The Evil. Come mai? Vi vergognate perché i pezzi non sono all’altezza di quello che siete oggi? No, non ci vergogniamo affatto. C’era altra gente, altra epoca, cantante diverso… Le sonorità sono distanti da quelle attuali, decisamente più stoner. Mi piace però ricordare quello che sperimentammo con le chitarre, una accordata come una sette corde, l’altra in maniera normale. Ignorando completamente i principi dell’armonia, incastravamo le chitarre e il basso, ottenendo una interessante gamma sonora. Dal vivo, purtroppo, questa “finezza” andava regolarmente persa nel caos di fonici improvvisati e dei nostri volumi altissimi. E’ però un album che continuo ad ascoltare ogni tanto, infatti in Rock The Evil abbiamo ripescato e riarrangiato Holyman’s Girlfriend e Snakes Old Man. Oltre alle canzoni, c’era poi un festino di intermezzi demenziali che appartengono a un’epoca in cui non ce ne fregavamo del contratto discografico o della presentabilità ai festival.

V’hanno mai fatto storie per il pezzo Transvestite Beach Bar? Mai. Non abbiamo mai avuto problemi per i pezzi che suonavamo anche perché suonando in Italia nessuno capiva i testi. Più che altro storcevano il naso per come li suonavamo e per l’abbigliamento sul palco. Io, ad esempio, suonavo a torso nudo con un boa di struzzo e srotolavo un gonnellone a metà concerto. Ora, quando lo faceva Marc Bolan era un gran figo, io ovviamente no. Ma era divertente vedere lo sbigottimento fra le persone che avevamo davanti. Una volta, quando ero anche rappresentante degli studenti all’università, partecipammo ad una rassegna rock in ateneo e, davanti al rettore, mi presentai così. Il “magnifico”, in evidente imbarazzo, mi prese in giro platealmente nel successivo consiglio di facoltà. Fu troppo esilarante!

Di cosa era carente Rock The Evil, ascoltato alla luce del vostro nuovo album? In studio sicuramente gli assoli non sono riusciti al massimo, tant’è che poi abbiamo preso un solista dopo qualche anno, abbandonando il power trio. Ho sempre avuto delle pessime dita, della “salsicce” secondo alcuni. Il mio modo di suonare, un “butcher style”, si concentra sulle ritmiche e qualche assolo sulle pentatoniche. Alla lunga però, effettivamente, la cosa ti limita dal punto di vista compositivo. Ma su questa mia lacuna abbiamo consolidato quella che era la caratteristica sonora dei Circle of Witches, il basso usato come una seconda chitarra, assoli compresi.

Hai idea di cosa possa essere successo a Metal Tank Records, la vostra etichetta di Rock The Evil? No, sono scomparsi dopo aver prodotto altri due album successivamente al nostro. Sono stati sicuramente poco attenti nella promozione perché hanno investito in noi (leggi, non ci han chiesto soldi), hanno stampato diverse copie dell’album ma non so quante ne abbiano effettivamente vendute. Ad ogni modo, sono semplicemente scomparsi nel nulla. Peccato.

Cos’hanno in comune Giordano Bruno, Spartaco, i Circle of Witches e Anton Lavey? Nel 2018 chi altri rientrerebbe in questo insieme? Sono rivoluzionari, si sono sollevati contro il potere, contro la cultura, contro la religione. Noi tributiamo loro il merito di aver speso la loro vita per affermare le loro idee. Molto in piccolo e senza troppo disagio, i CoW lo fanno nella musica, in un contesto in cui tutto rema contro. I rivoluzionari di oggi sono tutti quelli che scappano dal rapporto di mercificazione nelle cose che fanno, sono i volontari e quelli che si spendono per il sociale. Il cancro di questo tempo è l’individualità cieca e massificata, ognuno pensa al proprio ego, al proprio orticello e, nel miraggio che ti dà il sistema economico, di coltivare la tua diversità, si perseguono comportamenti omologati e squallidamente competitivi. Tutti convinti di essere diversi ma tutti drammaticamente uguali. Chi riesce a sollevarsi da questo meccanismo, oggi, è un eroe rivoluzionario.

Avete una sezione FAQ molto dettagliata sul vostro sito. Ti girano i coglioni quando un tizio ti intervista e ti fa esattamente quelle domande, senza sapere che i Circle of Witches hanno già risposto in partenza? No, non mi aspetto che ci si prepari così a fondo per fare un’intervista ad un gruppo sconosciuto. Anzi, ti rendo merito del lavoro che hai fatto, andando a pescare reliquie di cui nemmeno alcuni degli attuali membri della band sono a conoscenza. Non siamo subissati così tanto di interviste da arrivare ad annoiarci nel rispondere a domande già fatte. E poi, almeno tu non ci hai chiesto se siamo satanisti…

Ok i Candlemass, Doro, UDO e la Strana Officina, ma che ci facevate sullo stesso palco dei Decapitated, dei Melechesh e dei Dark Tranquillity? Adoro i concerti in cui si va da un genere all’altro! E’ la stessa cosa che ho pensato quando abbiamo accettato di andare al Metal Frenzy. Eravamo in pratica l’unico gruppo non estremo della giornata. Gli altri, fra black e brutal death, hanno martellato per ore il pubblico, ma l’hanno anche sfinito. Anche io, come spettatore o musicista, sono molto più a mio agio nei festival dove puoi ascoltare più generi. Certo, se sei un di quei metallari monotematici beh… Insomma, non ci arrivi a concepirlo. Presentarci come unico gruppo heavy metal e stoner, senza avere gli stilemi soliti del gruppo heavy con voce e assoli esasperati, brani tutti uguali dal primo all’ultimo e cose del genere, ci ha fatto guadagnare l’apprezzamento dei presenti, Melechesh compreso. Quel giorno vendemmo una ventina di cd e tornammo a casa carichi di contatti.

Come è stata la separazione da Joe Caputo, membro della band dagli inizi? Improvvisa, inspiegabile, indolore. Ha lasciato la band con uno sbrigativo messaggio Whatsapp, evidentemente non ci ha ritenuti degni di spiegazioni… Dopo tre ore avevo trovato già il sostituto (Daniele Pastore, ex Heimdall), poco più di un mese di prove e abbiamo partecipato ad un festival coi Candlemass. Tutti sono importanti ma nessuno, veramente nessuno, è necessario. Posso solo fare tante ipotesi sul suo comportamento che, chiaramente, tengo per me. L’ho visto cambiare moltissimo, soprattutto nell’ultimo anno, e mi auguro che abbia finalmente trovato la sua dimensione esistenziale e musicale, ne ha bisogno. Devo dire però che l’atmosfera si è rasserenata molto dopo questa “dipartita”.

Ad agosto siete stati all’Agglutination: ci tornereste? È stata un’esperienza utile per la vita dei Circle of Witches? E’ stata un’esperienza piena di soddisfazioni e utile per rinsaldare la nuova line up. Siamo molto grati a Gerardo e agli altri per aver creduto in noi perché era un momento non facile a causa dei continui cambi di formazione, ma abbiamo portato a casa un buon risultato. Prima di tutto l’onore di partecipare al festival più longevo d’Italia, condividere il palco con tante band storiche, fra cui i maestri dell’horror Death SS, poi è sempre appagante suonare in un contesto professionale e ben organizzato come è l’Agglutination. Sì che ci torneremmo, anche il prossimo anno certo, magari in una posizione più alta in scaletta.

Avete suonato a Potenza un paio d’anni fa assieme agli Heimdall. Come è andata? C’è speranza per il metallo lucano a parte l’Agglutination? Nonostante la comune provenienza, non avevamo mai suonato con gli Heimdall e siamo stati contenti di poterlo fare finalmente. Tanti e tanti anni fa, quando le Streghe ancora non esistevano, seguivo spesso i concerti degli Heimdall, i tour con band più blasonate, il loro percorso discografico e, nonostante non sia un amante del genere, pensavo che mi sarebbe piaciuto calcare lo stesso palco. Dopo un po’ di anni (una ventina in pratica) ci sono riuscito. E’ in quella occasione che poi ho avuto modo di vedere in azione il loro bassista che poi ho rubato. (risate) C’è speranza per il metal lucano!? C’è una scena un po’ sopita rispetto agli anni passati, a parte qualche band di primo piano come gli Ecnephias o i Maze Deception. L’Agglutination è l’enorme punta di un iceberg che ha radici profonde. Stava facendosi spazio il Basilicata Metal Festival ma dopo due edizioni penso si sia preso una pausa, Potenza e Matera propongono diverse serate ma, così come per il lavoro, per le band la regione è più una terra di espatrio che luogo dove prosperare. Purtroppo non è una condizione riservata solo alla Lucania.

Su Facebook avete il like dei miei amici che ascoltano death metal, così come di quelli più classici. Come te lo spieghi? Sono intelligenti ahaha! Ascoltare più generi, soprattutto band sconosciute, può darti sempre uno spunto nuovo. Quello che vedo spesso, invece, è foderare i paraocchi e limitarsi ad un solo filone. Sempre parlando del profilo social, personalmente seguo gruppi espressione di ogni sottogenere del metal, con predilezione per heavy, doom e thrash, ma adoro Bowie, Neil Young, Johnny Cash, il goth di Joy Division, the Cure, Siouxie and the Banshees, oppure il grunge, con coi sono musicalmente nato, il pop o l’rnb di cui ne apprezzo alcune vocalità. La musica è un linguaggio multiforme, complesso, emotivo. Chi è sempre focalizzato su una sola emozione perde tutte le altre e si impoverisce.

A inizio luglio avete ufficializzato la firma di un contratto con Cult of Parthenope, che vi organizzerà un tour europeo. Come mai? Vi siete stancati della sola Italia? Preciso che non è un “contratto” ma un “flirt”. Siamo amici con Giulian, il mastermind di Scuorn, e visto che lo stimo come persona e musicista, mi sono voluto affidare a lui per una parte del prossimo tour europeo. E’ stato difficile essere piazzati fra i suoi contatti visto che si occupa per lo più di metal estremo, ma ha dato il massimo e il risultato credo sia stato proficuo. In passato avevamo stretto accordi con “blasonati” management che ci hanno solo spillato soldi e aspettative, senza essere in grado di realizzare quello che avevano promesso. Negli anni ho visto cambiare moltissimo la scena, prima telefonavi a un locale, gli spedivi un demo e bene o male potevi suonare, c’era un contatto diretto con i gestori dei locali. Ora, visto che probabilmente siamo troppi a voler demolire i palchi a suon di distorsioni, si è rinforzato il filtro dei direttori artistici e delle agenzie. Spesso sono solo parole altisonanti per succhiarti risorse, a volte trovi persone che veramente si impegnano. L’Italia ci ha stancati molto presto. La prima volta che abbiamo portato il nostro show all’estero è stato un mini tour/vacanza in Inghilterra nel 2012. Anche il più piccolo locale dove ci siamo esibiti aveva il fonico residente, una sala a parte per i concerti, backline completo da mettere a disposizione delle band e, ovviamente, un pubblico disposto a pagare un biglietto anche per band sconosciute. In Russia e nell’est Europa è ancora più esaltante perché lì ci sono ancora i metalhead sfegatati, stampano le tue foto prese da internet, te le fanno autografare, ti offrono da bere, pretendono di farsi fotografare con te e le loro donne… Poi, torniamo in Italia, e siamo i poveracci di sempre.

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Ti piace il metal estremo? Non è che ti senti a a disagio a causa di gruppi più trucidi di voi su questo blog? Nel ’96 suonavo in una band che si chiama Banshee, suonavamo qualcosa definibile “atmspheric avantgarde black metal” e nei nostri brani potevi ascoltare dai Darkthrone ai Pink Floyd. All’epoca la mia giornata era scandita da Slayer, Emperor, Immortal, Venom, Moonspell, Cradle of Filth, Dissection, Mayhem… E diciamo che oggi la situazione è cambiata di poco, se non per il fatto che ascolto molto più heavy metal ’80. Fra i gruppi che apprezzo maggiormente oggi ci sono i Behemoth o i Batuska, ma poi c’è veramente ma veramente poco di nuovo che mi interessi. Mi sembrano un po’ tutti uguali, sovraprodotti, ipereditati, plastificati. Il metal è di per se “estremizzazione” di tensioni interiori, ci trovi tanti sentimenti che esplodono attraverso i brani che ci appassionano, la rabbia, la paura, la frustrazione, la depressione, il senso di smarrimento, ma anche l’esaltazione, il senso di forza e a volte anche la felicità. Tutto però con la manopola dell’ampli a 11.

Sotto allo streaming Youtube di Going to Church c’è un simpaticissimo commento di tizio che vi ribattezza “circle of shit” e dice “the vocalist seems a dog when singing”. Che ne pensi? Come ti poni davanti a una critica del genere? Sai, quando hai cacciato a calci in culo tante persone, tanti maestri di musica che però non riescono a suonare in un progetto duraturo, in cui si investono soldi e tempo beh… Può capitare di ricevere commenti del genere da parte di profili fasulli. Sono attento alle critiche, io per primo sono sempre il detrattore più severo della band, riguardo filmati, ascolto le registrazioni in sala, e cerco di correggere sempre i miei errori e discuto di quello che secondo me non va nell’esecuzione degli altri. Qualunque cosa tu faccia, in qualunque modo, avrai sempre critiche o commenti contrari. La capacità di giudizio e la sicurezza in te stesso (non la presunzione) ti servirà per capire quali sono gli attacchi pretestuosi o i consigli da seguire. E, in fondo, cosa c’è di male nel cantare come un cane!? Io sono un amante degli animali.

Tagliamo subito la testa al toro. Se un ex membro, magari uno di quelli con cui non hai più rapporti, domani si svegliasse dicendo di voler fondare i Circle of Witches Inc., reagiresti come Cronos? Posso dormire tranquillo, noi non siamo i Venom.

Che insegnamento vi/ci ha lasciato Lemmy? Vivere contro qualsiasi regola, alla lunga, dà soddisfazione, ma te la devi guadagnare giorno per giorno. Non basta fingere, mettere i jeans stracciati, bere e fare il dannato come se fosse un ruolo. Rinunci a lavoro vero, alla famiglia, alla salute pur di fare quello che ti piace. E’ il patto che stringi col diavolo del rock n roll, ti brucia tutto, non ti fa sentire mai arrivato ma, al contempo, ti da un’energia incredibile per andare avanti. Lemmy ci ha insegnato come stare su un palco, che il pubblico si rispetta ma gli si dà in pasto anche il mito, che puoi fare una vita di merda e avere il successo dietro al primo angolo giusto che trovi. Il sound e l’attitudine dei Motorhead sono stati determinanti per buona parte della nostra carriera, sono sicuramente una delle radici dell’albero dei Circle of Witches che adesso sta fiorendo in una maniera diversa. Quella notte in cui è morto Lemmy ho pianto, una cosa che non mi capita quando ad andarsene sono personaggi famosi che hanno vissuto al top. Eppure, quella notte di dicembre mi si è spezzato qualcosa, ho avuto un’incredibile sensazione di lutto che nemmeno io riuscivo a spiegarmi. Fra lacrime e insonnia, è nato The Oracle, un brano che non ha nulla a che vedere con Lemmy e soci ma mi è servito per elaborare quell’intensa tristezza che avevo dentro. Una volta finito di comporre tutto il nuovo album Natural Born Sinners abbiamo deciso di dedicarlo a lui, per quello che ci ha lasciato e ancora ci dà.

Domanda tipica di chiusura. Quali atteggiamenti o proposte vi fanno subito pensare che il gestore di un locale sia un mezzo delinquente? Quando invece i Circle of Witches si fiondano a suonare in un posto? Devo dire che non abbiamo mai avuto a che fare con “delinquenti” veri e propri. Siamo stati abbastanza fortunati dal lato dei gestori di locali. Il discorso cambia se parliamo degli “organizzatori”, quelli che promettono un cachet e poi se ne scappano con la cassa lasciandoci praticamente senza carburante, agenzie che si impegnano, con tanto di contratto, a promuovere la band e poi non hanno nemmeno il sito aggiornato, vedi tutti gli altri che suonano ovunque e tu non vai nemmeno in un mezzo scantinato… Sono questi i tizi dai quali scappiamo via.

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