Intervista ai Nerobove (metal, Italia)

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Di solito tra le parentesi del titolo scrivo il tipo di metal che il gruppo intervistato suona, ma coi Nerobove ho voluto lasciare tutto sul vago perché una definizione sintetica non esiste per loro. Hanno pubblicato da poco il loro primo album con questo moniker e devo dire che sono migliorati molto da quando si chiamavano in un altro modo… Ammetto che con loro ha influito la nostalgia di averli conosciuti in un’altra vita e constatare che sono più in forma che mai mi ha fatto davvero molto piacere. Risponde a tutte le mie curiosità Francesco Paladino, batterista. [F]

Ragazzi, vi ritrovo dopo alcuni anni con un nome nuovo: da See You Leather a Nerobove. Quando vi siete accorti che quel gioco di parole era inadatto a rappresentarvi? Effettivamente già dalla copertina di Back To Aleph emergeva un certo contrasto, secondo me. Il contrasto era tangibile e, in effetti, già allora ci eravamo accorti del fatto che il nome fosse inadatto (leggi: stupidissimo). Il punto è che l’abbiamo scelto quando ci siamo formati, avevamo quindici anni ed era la classica band adolescenziale in cui non sei né carne né pesce. Poi abbiamo iniziato a scrivere le nostre cose, ci siamo indirizzati verso questa musica ma abbiamo lasciato il vecchio nome, un po’ per pigrizia e un po’ per l’assenza di una valida alternativa. Al momento di pubblicare il debut album si era fatta definitivamente ora di cambiare, e non nascondo che ci abbiamo messo un po’ per decidere perché è un passo importante, specialmente quando la band è già formata da tempo.

Nonostante il nome diverso, la formazione è rimasta invariata. È cambiato qualcosa in voi oppure dobbiamo liquidare il tutto come una semplice questione formale? Sì e no. Voglio dire: la questione è puramente formale, non è cambiato praticamente nulla, ma ci siamo accorti che grazie a questo passo importante e alla pubblicazione del disco è come se ci fossimo dati un calcio in culo da soli, acquisendo una coscienza di noi stessi come band più approfondita, appropriandoci di una identità che prima non avevamo, e che ora, se non completa, è sicuramente in formazione.

Siete ancora fieri dei brani di Back To Aleph o a vostro avviso sono il passato, li avete in parte ripudiati e cambiando nome avete voluto prendere le distanze? Presumo che vi siate evoluti in modo non tormentato visto che non avete sradicato ogni residuo dei See You Leather dal web, come fanno alcuni gruppi. Io, personalmente, pur essendo parecchio critico, sono molto contento di quel lavoro, anche perché Back To Aleph è stata la nostra prima esperienza in studio e ho dei ricordi bellissimi legati a quelle registrazioni. I brani sono molto diversi e sono stati scritti in un lasso di tempo ampio (vizio che ci siamo portati dietro anche nell’album, d’altronde), quindi qualcuno lo continueremo sicuramente a suonare, qualcun altro lo accantoneremo perché fin troppo datato. In fin dei conti, dato che come dicevo è una questione puramente formale, non avremmo motivo di ripudiare quanto fatto prima, né di eliminare le tracce della vita precedente perché abbiamo avuto delle belle esperienze e suonato molto. Di correggere il tiro su alcuni aspetti, dai live alla composizione, sicuramente sì, ma quello è fisiologico.

In una vostra intervista per il vecchio sito Unpure (pace all’anima sua), dicevate “Nulla di quello che suoniamo è pianificato a tavolino. O meglio: è vero che su ogni brano lavoriamo moltissimo, ma non per imprimere una certa direzione, quella viene da sé”. È così anche per i Nerobove? Assolutamente sì. Abbiamo sempre composto i nostri brani insieme, jammando su dei riff di chitarra a volte pensati a casa e a volte del tutto estemporanei. E’ un metodo che fa “perdere” un sacco di tempo ma non ci troveremmo bene in nessun altro modo. In genere le idee le porta Salvo (chitarra/voce) e noi lo seguiamo, una volta suonati i brani per un po’ di tempo cerchiamo di modellarli affinché ci piacciano al 100% (in genere sono io a rompere le palle in questa fase). Però non abbiamo mai scartato un’idea in base a dei canoni di genere, se ci va di piazzare un riff stoner in un brano estremo e ci sta bene, perché non farlo? Al massimo smussiamo le parti che cozzano tra loro, e cerchiamo di evitare i passaggi banali e già sentiti, per quanto possibile. Però ci concediamo una libertà totale quando scriviamo, e non potrei chiedere di meglio, è molto stimolante.

Monuments To Our Failure è il vostro secondo esordio. Una seconda possibilità non ce l’hanno tutti. Avete aggiustato tutti i difetti che avevate come See You Leather? Vi siete rilassati, siete stati più coesi nelle registrazioni? In realtà in fase di registrazione abbiamo fatto più stronzate! Monuments… è molto più complesso dell’EP, molte parti ci hanno dato del filo da torcere in studio, o perché tecnicamente difficili o perché ci accorgevamo di alcune incongruenze. Abbiamo sistemato, tagliato, cancellato molta roba – non artificialmente, ci tengo a dirlo, ma suonando e risuonando – e infatti abbiamo impiegato molto tempo per registrarlo. Nonostante ciò, o forse proprio per il lavoro che c’è dietro, siamo molto soddisfatti dal risultato.

La Pharsalia di Lucano, La Bête Humaine di Zola, la poesia di Stevie Smith, Billie Holiday… ma chi sono questi Nerobove? Vogliono disorientarci anche con i più disparati riferimenti culturali? Il fallimento è il filo conduttore? Ce lo chiediamo anche noi, chi siamo. Il problema, se così lo vogliamo definire, è che siamo persone molto diverse, con interessi diversi, che si riflettono nella musica come nei riferimenti culturali. In realtà non abbiamo alcuna pretesa di fare “cultura”, figuriamoci, semmai di tributare quelle che sono le nostre influenze extra-musicali. Io sono sempre stato parecchio affascinato dalla letteratura, avendola anche studiata all’università (La Bête Humaine e Not Waving But Drowning nascono grazie a letture svolte in questo contesto), come ho sempre apprezzato parecchio le band che usassero poesie o riferimenti “altri” (non necessariamente letterari) all’interno dei brani. In questo senso sono stato fulminato dai Malnàtt ai tempi del liceo e ho pensato che sarebbe stato fighissimo provare a fare qualcosa di simile. A volte è anche un espediente, è più facile appoggiarsi a qualcosa per scrivere un testo piuttosto che idearlo di sana pianta, almeno per me. Comunque, i riferimenti di Monuments…, per quanto disparati, sono uniti da un filo conduttore, che però non è strettamente quello del fallimento. Il tema ricorrente è il rapporto conflittuale con il passato, con l’ereditarietà, con i modelli. La Bête Humaine racconta di un uomo costretto a uccidere da una tara ereditaria, tramandata dai suoi trisavoli dissoluti e ubriaconi, quindi senza che avesse una reale colpa. Stevie Smith, autrice di Not Waving But Drowning, è una delle massime esponenti di una poesia femminile che ha più volte lamentato l’assenza di punti di riferimento del passato. Sentiamo molto vicina quest’assenza, sia umana che culturale, e nello specifico musicale. Se hai vent’anni non è facile farsi prendere sul serio dai “grandi” della scena, che poi spesso sono dei morti (come quelli che risvegliamo in Nekyomanteia) perché è gente che non ha niente da dire.

Visto che siete giovani e speranzosi, avete riflettuto su eventi nefasti, sui fallimenti che vi taglierebbero le gambe definitivamente? Come no! Guarda, io ho deciso di fare il musicista nella vita, il fallimento è il mio compagno di stanza. Ma anche quello di portare avanti una band come la nostra, in una regione come la nostra, in una nazione come la nostra, è un fallimento annunciato. Solo che soffriamo di una passione indicibile per questa cosa e non riusciamo a farne altrimenti. Non ci stiamo piangendo addosso, anzi, facciamo e faremo di tutto per sovvertire la cosa, ma ci piace essere realisti e sappiamo che le possibilità in giro sono poche. Così come sono poche quelle lavorative, quelle della “vita normale”, che anche lì non è che sia tutto rose e fiori. In questo senso ritrovarsi costantemente a fare rumore in sala prove è una panacea.

Sempre sui fallimenti: il metal ha fallito? Se sì, quali sono le prove più eclatanti? No, non credo che il metal abbia fallito. Non vorrei fare un discorso da defender perché sono lontanissimo da quella forma mentis, anzi credo che la sopravvivenza del metal sia dovuta soprattutto alla sua capacità di non essere mai di moda, ma di inglobare esso stesso le mode, le culture, i suoni e farli propri. Leggevo tempo fa un articolo secondo il quale il metal fosse la nuova world music, nel senso di musica globale, che parlasse a tutti e che fosse comprensibile da culture tra loro diversissime, e in effetti è un genere veramente mondiale, come pochi altri. Lo studioso Ronald Byrnside ha teorizzato il processo vitale di ogni genere musicale, articolato in “formazione”, “cristallizzazione” e “declino”. Quest’ultimo avviene quando il genere diviene così prevedibile da causare la perdita di interesse nel pubblico e nei musicisti. Ecco, direi proprio che il metal a quest’ultima fase non ci è arrivato: se da un lato il mercato è pieno di uscite uguali e monotone, dall’altro esce un nuovo album di Zeal & Ardor e capisci che c’è ancora tanto da dire; se da un lato pare che il mondo perda la testa per fenomeni come Ghost o Babymetal, dall’altro c’è tutto un sottobosco di fan che seguono meticolosamente l’underground. Al declino il metal ha sostituito l’ibridazione, e checché se ne dica questo fatto ne è linfa vitale.

Avete testi di un certo livello perché i metallari sono da acculturare o perché avete un pubblico già avvezzo a queste tematiche? Non abbiamo un pubblico, quindi il problema si risolve da sé, ahah! No, non vogliamo ergerci su alcuna cattedra né dobbiamo occuparci dell’educazione di qualcuno. Anzi, in realtà i testi sono per noi un aspetto secondario, solo che non ci va di lasciarlo al caso, e quindi ci impegniamo per scrivere qualcosa di lievemente ricercato, che dia un’impronta più interessante a tutta la produzione. Io stesso difficilmente vado a cercarmi i testi della musica che ascolto, quando lo faccio e mi colpiscono ciò rappresenta sicuramente un quid in più (mi è accaduto con i Mgla, ad esempio), ma se i testi sono stupidi li lascio stare senza patemi, basta che sia la musica a prendermi. Penso più o meno la stessa cosa mettendomi dall’altra parte: se qualcuno ha la voglia e il tempo di leggere i nostri testi e li apprezza ne sono felicissimo, ma se l’ascoltatore si limita alla musica va più che bene. Il problema è quando non ascoltano nemmeno quella.

Ecco, non temete che l’ascoltatore superficiale (molto diffuso) possa liquidarvi in pochi secondi perché non riesce ad afferrare la vostra essenza? D’altronde vi definite death/thrash con influenze doom, black e prog! Sarei un falso a dirti che non è qualcosa di cui abbiamo timore, anzi, è stato uno degli argomenti più ricorrenti tra di noi. Perché sì, è bello fare musica per sé stessi e via dicendo, ma c’è un pubblico e a loro devi arrivare. Però è un rischio a cui andiamo incontro, davvero non abbiamo voglia di fare un disco del tutto death o del tutto thrash, così come non suoniamo di certo black né prog in senso stretto. Come dicevo prima, siamo persone diverse e ascoltiamo musica molto diversa, il risultato di ciò che componiamo è un semplice sunto di ciò che ci passa per la testa e non ci sentiamo di limitarci perché c’è il rischio che qualcuno non lo capisca. A farci più paura, alla fine, è la noia e il piattume. Pensandola altrimenti, la varietà dei nostri brani potrebbe anche essere un’arma a nostro favore, dato che potremmo interessare a uno spettro più ampio di pubblico. Questa è finora stata un’opinione comune tra chi ci ha ascoltato, quindi i nostri timori iniziali si sono in parte affievoliti.

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Sempre per la vostra estrema trasversalità, nonostante abbiate messo su un po’ di massa muscolare, rimanete sempre molto particolari. Come vi regolate col cantato, è migliorato secondo voi rispetto ai See You Leather, sia in espressività che in varietà? Sì, crediamo che sia migliorato, anche se c’è ancora molto su cui lavorare. Ammettiamo senza problemi che né Salvo né Luca sono due cantanti “di razza” ma si sono prestati al ruolo, e si sono impegnati molto per affinare la propria tecnica e soprattutto la propria espressività. Credo che avere due voci ci possa aprire a una gamma più ampia di possibilità, e infatti cercheremo di approfondire ulteriormente il discorso in futuro. Quella di Luca è più canonicamente thrash ma risente anche dei Rage Against The Machine e di altre band più moderne, mentre quella di Salvo è un tentativo di growl tramutatosi in qualcosa di più viscerale, sgraziato e urlato, che se ben inquadrato potrà darci delle soddisfazioni.

Mi hanno mandato poco tempo fa dei video live di un gruppo che si preannuncia mostruoso, i Fordomth di Gabriele Catania (anche Gangrenectomy), ospite alla voce in Diluvio. Come è stato il suo apporto nei Nerobove? Il metal ancor più estremo di quello che suonate vi affascina, come affascina Salvatore che è anche nei Krigere Wolf? Gabriele è prima di tutto un amico, così come lo sono i Fordomth (ne sentiremo parlare parecchio!), è una persona grandiosa e un vocalist eccezionale, una vera punta di diamante della nostra scena. Sembrano le solite frasi fatte e le solite sviolinate, ma c’è un sincero rapporto di stima tra noi che prescinde da queste stupidaggini. Avevamo per le mani questo brano, Diluvio, più oscuro ma anche più tirato di altri, su cui non eravamo riusciti a costruire alcun tipo di parte vocale. Ci è sembrata un’occasione perfetta per coinvolgere Gabriele, che tra l’altro suonava nei Krigere Wolf insieme a Salvo. Lui si è subito detto disponibile, scrivendo anche un testo molto sentito e cimentandosi per la prima volta in un cantato pulito: il risultato ci ha spiazzato, il brano è stato letteralmente capovolto dalla sua prestazione. Mente ci trovavamo in studio ha anche registrato delle backing vocals in Gloomy Sunday e La Bete Humaine, in maniera del tutto estemporanea, dandoci modo di ampliare ulteriormente la tavolozza di voci utilizzate nel disco. Per quanto riguarda la seconda domanda, siamo tutti affascinati dal metal estremo, forse solo Luca ha la fortuna di non esserne invischiato. Salvo, oltre che negli ottimi Krigere Wolf, ha anche militato negli Humanity Eclipse (brutal death) e ha un background prevalentemente orientato su black e death (Bolzer, Mgla, Death, Gojira, per fare qualche esempio). Liliana ascolta parecchio death metal moderno nelle sue varie sfaccettature, ultimamente pescando anche dal grind e dall’hardcore. In ambito estremo io sono più orientato verso il black in tutte le sue forme, meno che quello di prima ondata che non mi ha mai preso, ma coltivo anche una passione per il metal a bassi bpm come sludge, stoner e post. Ecco perché poi quando componiamo non si capisce più un cazzo.

Tu suoni anche nei Buiomega. Avete mai pensato di fare qualcosa tutti insieme? Krigere Wolf, Nerobove e Buiomega: sarebbe un bel trittico misto! Credo che sia io che Salvo perderemmo qualche anno di vita a martellare per due set in una sera, ma perché no, sarebbe grandioso!

Metal Vault ha caricato l’intero Monuments To Our Failure su Youtube: è stato su vostro incarico o è avvenuto autonomamente? Cosa pensate di questo tipo di streaming? C’è riconoscenza da parte di chi vi ascolta? Abbiamo chiesto noi ai tipi di Metal Vault se fossero interessati nell’upload del disco. Volevamo caricare il full album su YouTube, dato che magari non tutti usano Bandcamp o Spotify, e abbiamo preferito farlo su un canale abbastanza conosciuto piuttosto che sul nostro. Trovo molto utile questo tipo di streaming, canali come Stoned Meadow Of Doom o Brutal Full Albums possono offrirti una grande esposizione, sono molto seguiti e molta gente ascolta gli album caricati sulla fiducia, solo perché si trovano su quel canale. Noi non abbiamo ancora moltissimi ascolti, d’altronde siamo del tutto sconosciuti, ma siamo sicuri che le views al video di Metal Vault siano arrivate tutte grazie al canale e non a noi, dato che non l’abbiamo ancora neanche condiviso.

I Nerobove sono di Catania. Un monumento della città è anche nella copertina del vostro album. Per questo vi chiedo: ci sono la Catania e la Sicilia anche nella musica e nei testi? Quali sono i gruppi siciliani che vi hanno più ispirato come mentalità? Catania e la Sicilia sono presenti nella nostra musica nella misura in cui sono incubatrici del fallimento di cui sopra. La Sicilia è una regione gestita e trattata malissimo dai suoi stessi abitanti, che poi magari ostentano una sicilianità inutile sui social utilizzando la retorica trita e ritrita sul bel clima, i bei paesaggi, l’ospitalità e altra roba in stile Casa Surace. Catania riassume in piccolo i problemi di un’intera regione: è sporca, buia, incivile, poco sicura. Io vivo molto male la situazione e non sono contento di abitare qui, anche se Catania è in realtà una città ricca di cultura e di vita, così come la Sicilia è un territorio tremendamente affascinante per storia, letteratura, folklore, archeologia, geologia. Pensare a come stiamo distruggendo la nostra terra mi dà rabbia, più o meno la stessa rabbia che di tanto in tanto trapela nella nostra musica. Il monumento rappresentato in copertina (curata da Gore Occulto) è la Chiesa di San Nicolò L’Arena di Catania, che abbiamo assunto come simbolo di tutti i nostri fallimenti: è l’edificio di culto più grande di tutta la Sicilia ma è sconsacrato, è un monumento che toglie il fiato ma è attorniato da incuria e sporcizia, la sua facciata è imponente ma non è mai stata completata, le colonne sono lasciate a metà. E poi fa parte dello stesso complesso architettonico di una delle sedi dell’Università di Catania, che di per sé è un gran bel fallimento. Sul piano musicale, anche se ci sono grossi problemi che riguardano la difficoltà degli spostamenti e la poca disponibilità di spazi e strutture adeguate ai live, non siamo messi male. Abbiamo tantissimi gruppi validi, preferisco non nominarne solo qualcuno per non far torto agli altri, ma basta fare qualche ricerchina sul web per capire che la scena sia abbastanza viva. Mi lascio andare solo a un commento personale: sono sempre stato ispirato dalla mentalità, dall’attitudine e dalla pervicacia dei None Of Us (in cui milita Giacomo Iannaci, nostro fonico e produttore), che suonano un genere diverso dal nostro, ma si sono sempre dimostrati una band che si sbatte da matti, sopra e sotto il palco: un caso di buon esempio, dei “monuments” senza “failure”.

In ogni caso, lì da voi organizzate diversi concerti underground che, da lucano, vi invidio tantissimo. Come Nerobove avete presentato il disco al Jettasangu, giunto al suo quarto appuntamento. Come è andata? Avete avuto tempo di suonare qualcosa dei See You Leather o quello è un capitolo chiuso anche in questo campo? Permettimi di dirti che mi suona davvero strano che qualcuno invidi i nostri concerti underground, noi ce ne siamo sempre lamentati! Allo stesso tempo, mi fa piacere che la nostra attività riesca a oltrepassare lo stretto. Io e Liliana facciamo parte di Tifone Crew, collettivo che organizza eventi DIY come Jettasangu Fest, insieme ad altri ragazzi della scena, membri di Torpore, Fordomth, Gangrenectomy, Turbobobcat, Tetra Punk, e ci stiamo dando da fare per risollevare un po’ la situazione, con molte difficoltà ma finora con enormi soddisfazioni. Non potevamo cogliere occasione migliore, come Nerobove, per organizzare il release party di Monuments to Our Failure, insieme agli storici Infernalia e ai giovanissimi Evil Share Hate. E’ stata una serata pazzesca che ha superato ogni aspettativa, mai visto un pubblico così in delirio a un nostro live: probabilmente la migliore esperienza sinora. Non abbiamo potuto suonare brani vecchi per motivi di tempo, perché abbiamo eseguito l’intero album che dal vivo supera i 50 minuti, ma ci sarebbe piaciuto. Probabilmente nelle prossime scalette inseriremo almeno un brano fra quelli di Back to Aleph.

In generale, dalla vostra esperienza, avete imparato come si organizza un live con più gruppi, magari da fuori? Come band non ci è mai capitato, ma adesso grazie all’esperienza di Tifone Crew ci stiamo dedicando anche a questo aspetto e ci piace moltissimo. Non è un’attività facile perché bisogna prevedere gli ostacoli e sapere come arginarli, bisogna affrontare delle spese, fare la giusta pubblicità, mettere a proprio agio le band e il pubblico, essere coerenti. Non tutte le band hanno i mezzi e le capacità per farlo – perché le band non sono tenute ad averle – ma unendo le forze e gli obbiettivi con altri elementi della scena stiamo ottenendo dei risultati.

Vi sta limitando un po’, dal punto di vista live, abitare in Sicilia? Siete costretti a rifiutare proposte di concerti per questioni di distanza? Proposte, purtroppo, non ce ne sono mai arrivate! Ma, in ogni caso, è un vero problema spostarsi per suonare da qui. Per fare dei concerti fuori è necessario organizzare un minitour di almeno tre date per sperare di rientrare con le spese di viaggio, comunque senza la minima certezza di riuscirci, oppure sei abbastanza fortunato da beccare la situazione “grossa” per la quale puoi permetterti di fare una botta e via, ma non è il nostro caso per ora. Oltretutto la maggior parte dei locali si trova al Nord, il che rende ancora più lunghe le trasferte.

Un po’ di gossip. Francesco, con Liliana fai coppia anche nella vita extra-Nerobove. Come riesci a conciliare questo doppio rapporto? Il resto della band si pone nei vostri confronti con naturalezza? C’è totale apertura e sincerità verso di voi? Sapevo che prima o poi sarebbe arrivata questa domanda! Guarda, è un po’ un luogo comune che due persone che stanno insieme nella vita non possano anche suonare insieme. Come ragionavamo qualche tempo fa con degli amici: basta solo non essere dei completi idioti. Io e Liliana in sala prove abbiamo lo stesso rapporto che c’è fra tutti i membri della band, anzi spesso siamo i primi a criticarci a vicenda, ma ciò che succede fuori dal contesto musicale, nel bene e nel male, deve rimanere fuori. Abbiamo la fortuna di stare insieme da nove anni, quindi la relazione è abbastanza consolidata da poter evitare gli scazzi che ci possono essere nei primi periodi, e poi noi quattro siamo tutti amici da una vita, quindi non c’è mai il minimo problema quando si tratta di dirci le cose in faccia.

Sei è nella redazione di Grind On The Road, una delle poche webzine che di tanto in tanto leggo ancora con piacere. Era il caso di essere recensiti su quel portale? Un recensore riesce a rimanere impassibile quando giudica un suo pari? Domanda scottante, ma è piacevole fare chiarezza anche su questo discorso. In realtà noi di Grind On The Road abitiamo ai quattro angoli d’Italia, per cui non tutti ci conosciamo di persona, anzi. Nello specifico, il redattore che si è occupato del nostro disco è tra quelli che non ho mai incontrato e con il quale ho avuto pochi contatti al di fuori della gestione del lavoro di redazione, quindi credo che ci sia stata la giusta professionalità e buona fede nel redigere la recensione. Capisco che si possa pensare a conflitti di interessi, ma è anche opportuno notare che tantissimi recensori sono (come è comprensibile che sia) musicisti impegnati attivamente in band, anche a grossi livelli. Ad esempio, Cristiano Borchi degli Stormlord era caporedattore di Rock Hard Italy, o, in altri contesti, il caporedattore di Rumore è Rossano Lo Mele, batterista dei Perturbazione. E’ impossibile pensare che l’essere umano tagli i contatti con un mondo o con l’altro, per affrontare la situazione basta avere a che fare con persone corrette e capaci. Siamo tutti vaccinati, non abbiamo motivo di leccarci il culo a vicenda. Inoltre all’interno di Grind On The Road vige una totale libertà di scrittura, non esistono veti, censure o limitazioni. Se la recensione fosse stata negativa – e in ogni caso qualche critica è stata presentata – non mi sarebbe passato neanche per l’anticamera del cervello di modificarla.

Voi siete Nerobove, ma in Italia abbiamo anche i Nerocapra. Li conoscete? Non so se loro esistono ancora, ma se stanno ancora in giro lancio ufficialmente un appello perché vedervi insieme in qualche concerto sarebbe impagabile! Sì, li conoscevo da prima di pensare al nostro nome e in effetti è stata la prima somiglianza venutami in mente! Tra l’altro il loro batterista ora suona negli Ottone Pesante, una band pazzesca. Non so se siano ancora attivi, ma sarebbe un evento assurdo, all’insegna di musica brutta e animali da fattoria!

È più probabile che tra sei anni avrete un altro paio di dischi all’attivo o che avrete di nuovo cambiato nome? Insomma come saranno i Nerobove da grandi? Di sicuro ci terremo questo nome, avendo faticato tanto per sceglierlo! Al momento posso affermare con sicurezza che non ci fermeremo neanche per un istante, cercheremo di pubblicare musica assiduamente e di afferrare tutte le opportunità possibili. Nonostante il cupo realismo circa l’ambiente che ci circonda non abbiamo mai perso la fiducia in noi stessi e nelle nostre possibilità, non tanto per un discorso relativo al talento, quanto alla voglia di farsi in quattro per produrre qualcosa di costruttivo nella vita. E’ impossibile predire cosa e come saremo fra sei, sette o dieci anni, ma ci metteremo tutti i mezzi possibili affinché saremo ancora qua a rispondere alle interviste di Blog Thrower.

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