I canguri sono delle persone gentilissime: Depravity, Portal, Impetuous Ritual, Grave Upheaval

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Una delle ultime cose a cui avrei pensato, dopo la mancata qualificazione dell’Italia ai Mondiali di calcio, era la collaborazione tra un veterano marcio e irriducibile come Louis Rando (The Furor, Bloodlust, Impiety, Mhorgl e altri che non ricordo) e il cantante dei tecnicissimi e corazzati The Ritual Aura, che mi risultano totalmente inascoltabili. Le certezze sono fatte per essere frantumate e quindi ecco i Depravity, omonimi dei vecchissimi finlandesi.

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Se l’EP di un paio d’anni fa lasciava ancora qualche piccola perplessità, specie nei suoni un po’ plasticosi, Evil Upheaval li spazza via senza indugio. È un dono divino per chiunque sia rimasto male per come è venuto fuori il disco K dei Morbid Angel. Manco ricordo come si chiama, pensate quanto l’ho tenuto in considerazione. Le nove tracce sono dei panzer guidati da una legione di demoni con erezione perpetua, con una produzione grossa che chiude il cerchio e ci dice definitivamente che se abbiamo amato gli Hour of Penance qui c’è abbondante carne da addentare. Con piccole variazioni di intricatezza che richiamano i Suffocation oppure di epicità come nei migliori dischi dei Behemoth. Dopo i Gutslit, ecco un’altra scoperta caldissima della Transcending Obscurity!


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In realtà i Depravity sono un ascolto rilassante, li ho usati per distendermi in vista del tour de force di cui state per leggere. Ve lo dico subito: mi sento estremamente inadeguato a scrivervi dei Portal. Non credo esista qualcuno al mondo che si senta a proprio agio nel farlo. Sono scomodissimi, il trono di spade del metal estremo. Per cui non siate troppo crudeli quando vi dirò che i primi tre dischi (Seepia, Outre’ e Swarth) mi fanno venire le coliche. Ecco, l’ho detto. Non riesco proprio ad ascoltarli. Sono un grattacielo di catrame che ti crolla in faccia. Al contrario devo ammettere che con l’ottimo Vexovoid la situazione è cambiata (in meglio, per quanto mi riguarda), e il nuovo ION (Profound Lore Records) continua a rendermi felicissimo. Suoni diversi, “puliti” e intellegibili: ora il songwriting della band fuoriesce esplicito, impetuoso e miracoloso, è potenzialmente più fruibile che mai e comunque ribadisce il suo potere ipnotico sulle folle. Se fossi stato un fan dei primi Portal, probabilmente questo ION mi avrebbe deluso. Leggo in più punti di hype che vince sull’ispirazione, figuratevi. Ma poiché non sono mai impazzito per loro, vi dico che questa loro nuova incarnazione meno cavernosa e più dissonante/tagliente mi garba parecchio. A prescindere dal gusto personale vorrei solo sottolineare che adesso questi misteriosi australiani sono diversi dai gruppi nati sulla loro scia, quindi facciamo attenzione a etichettare chicchessia “come i Portal”. Non c’è bisogno di avvertirvi, dopo quasi vent’anni di carriera per i suoi autori, che ION non può essere ascoltato su due piedi, solo perché si ha mezz’ora libera, vero?


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La sezione ritmica dei Portal costituisce 2/3 di un altro gruppo, forse meno seminale della band madre, ma molto più presente nei miei malandati timpani. Sto parlando degli Impetuous Ritual. A volte li confondo con gli Impious Baptism, anche se non c’entrano una mazza tra di loro. Ebbene, hanno pubblicato tre dischi in carriera. Poche chiacchiere, tanta concretezza, anche più dei Portal. È questo uno dei tratti che più me li fanno apprezzare. Non hanno destrutturato, sono rimasti fedeli a una concezione del metal sicuramente meno avanguardistica, ma di una profondità spaventosa. C’è almeno un brano in ogni album che si crogiola in un doom/death nerissimo e destabilizzante. In Blight upon Martyred Sentience, così come in Relentless Execution of Ceremonial Excrescence, è la apertura a fare gli onori di casa con un abisso senza fondo. Strumentale, ma qui gli strumenti urlano da soli. Vedete la copertina? Come potete pensare che ci possa essere melodia o qualche spiraglio di ossigeno all’interno della musica degli Impetuous Ritual? Non bisogna concentrarsi su riff, architetture, consequenzialità delle parti strumentali, no. Il fascino per l’orrido e il macabro, a questi livelli, ha un che di irrazionale.


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Non bisogna distogliere l’attenzione dal batterista. Assieme a BR dei Temple Nightside (consigliatissimi) è artefice del più recente dei progetti che vi ho illustrato brevemente in quest’occasione. Nei Grave Upheaval i musicisti non hanno nome, i dischi sono senza titolo, così come i pezzi. Hanno imparato appena a usare i numeri cardinali romani solo adesso, nel secondo untitled, questo bisogna ammetterlo. La disumanità al centro di tutto. Non c’è altra chiave di lettura per un’utilizzo così impressionante delle basse frequenze. È tutto immensamente ribassato, non si può parlare di testi, ritmo o canzoni. Nel nuovo album la produzione è più definita, si capisce molto di più. È sempre tutto ultra-catacombale, nel punto più buio del baratro, ma non è più ai limiti del noise, i riff si sentono e sono delle debordanti dichiarazioni di malvagità. Direi che adesso l’accessibilità è più accentuata, ma non fraintendetemi: è sempre qualcosa che non ha una vera e propria forma e si dimena nel sepolcro per uscire dagli schemi disegnati anni fa dai Portal. I sibili, i sospiri, le vocali cantate qua e là rendono tutto più sinistro e terrorizzante. A volte l’atonalità si rivela un autogol, o meglio un calcio nelle palle a causa della somiglianza tra vari passaggi e della poca dinamicità. Più estremo che mai, l’innominato numero due assume contorni più chiari, ma resta sempre un disco che rende tantissimo in poche, limitate occasioni di predisposizione mentale, mentre rimane un pezzo di cemento per la maggior parte del tempo.

[F]

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