Bong Thrower # 2: Kayleth, King Witch, Greyfell, Rainbow Bridge

Torna l’appuntamento più atteso per il metallone fattone, ossia un piccolo cambio di programma nelle solite trasmissioni truculente. Un piccolo cambio di lettere, blog diventa bong e via… il crossover ardito è sempre gradito. Soprattutto se ci sono giochi di parole di mezzo. Se già state sputando veleno perché ho osato scrivere crossover in un post in cui non si parlerà di crossover… beh, state messi male, correte all’aria aperta e respirate a pieni polmoni. Vi voglio comunque bene.

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I Kayleth non battono il ferro finché è caldo. Decidono loro come e quando fare dischi, e soprattutto se è il caso di farli. Mi ricordano il manifesto di Blog Thrower. Li ho pure visti dal vivo una sera di qualche anno fa e furono ottimi. Colossus (Argonauta Records) non solo alza l’asticella, la sposta verso territori meno fuzzosi e turbolenti. I ragazzi veneti sono cambiati negli anni, ora è più che mai sensibile la differenza tra le spallate dell’EP Rusty Gold e le atmosfere sempre più spaziali e rotonde di oggi (il singolone acchiappone Forgive), anche se le bellissime Ignorant Song e Solitude mi ricordano un po’ quei tempi. Prima che mi possiate dire “ehi si sono commercializzati, al rogo!”, sappiate che già all’epoca non era un mistero che i Kayleth avessero ben chiaro come scrivere una canzone e quali fossero i tempi giusti per non allungare troppo il brodo. Il tutto è amplificato dal grandissimo miglioramento di Enrico Gastaldo che utilizza la sua voce modulandola a piacimento, con elasticità e inedita libertà di movimento. Si canta di più, si urla (un po’) meno. Il disco è un po’ troppo lungo e qualche brano scivola via senza colpo ferire. Se dovessi togliere qualcosa la forbice escluderebbe So Distant e Mankind’s Glory, ognuna nel suo ambito non all’altezza delle altre dieci canzoni. Fa piacere invece sentire qualcosa di più acido tipo The Spectator e Oracle. Space Muffin resta lassù, il suo rumore cosmico di fondo non è stato eguagliato, ma Colossus è il giusto trampolino per un’evoluzione molto soddisfacente.


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Passo a qualcosa di più classico. I King Witch sono uno degli astri nascenti del genere “doom con voce femminile” e se non vanno a innestarsi in certi territori fumosi alla Windhand, tanto meglio per loro. Il dischetto del 2015 mostrava già una grande classe e una più che evidente personalità dell’intera band, non solo di Laura Donnelly, più in vista perché cantante. Con Lucid in particolare era impossibile non fermarsi e riflettere su quello che si era appena ascoltato. Under The Mountain ha delle parti più veloci e heavy, finalmente capisco certi paragoni con gli High On Fire. Se in Shoulders of Giants c’erano molto i Candlemass, oggi la direzione presa privilegia il riff più sodo e quindi Black Sabbath e addirittura Rainbow. Vanno più veloci, gli scozzesi, e quando tornano a ciondolare non è il loro momento migliore (Approaching The End). È triste per me constatare come sia sempre troppo effettata la voce, che perde spesso di genuinità. Per fortuna il resto della band resta sempre molto espressiva ed è palese come adesso siano molto più in palla, dinamitardi e divertenti nei pezzi come Possession e Black Dog Blues. Non sarà un disco da puro bong, ma che volete farci? Ho colto l’occasione per iniziare a parlarvi anche delle uscite Listenable Records.


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Poiché non frequento tantissimo questa scena, mi esalto quando un gruppo che credevo non potesse mai esplodere o combinare qualcosa di veramente notevole riesce a smentirmi e a migliorarsi in ogni aspetto. I Greyfell non sono manco tanto datati, il primo disco risale ad appena tre anni fa e da allora sembra passata un’eternità. Eppure Horsepower (Argonauta Records) è più pesante, più psichedelico, più ricolmo di dettagli, estremamente evoluto nella resa sonora. Più tutto. Vol. 1 era un po’ troppo uguale a se stesso, mentre le nuove canzoni sono una continua sorpresa, sgusciano come serpenti a sonagli e soprattutto sono velenosissime. Soprattutto quelle più doom e violente, No Love e Spirit Of The Bear, mi hanno fatto ricredere sulla band francese, ma la vera perla del disco è la conclusiva King of Xenophobia: oltre otto minuti in cui la droga entra in circolo e si è conquistati da visioni stralunate e orrorifiche, come i migliori Electric Wizard. Horsepower è indicato per combattere spossatezza, delirio e febbre da cavallo con le loro stesse armi.


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Bonus! Mi è arrivato questo bell’EP nella casella mail e sarei egoista a non presentarvelo. I Rainbow Bridge sono finalmente maturati. Il passato è passato, fare cover di Jimi Hendrix e incidere i suoi pezzi è qualcosa che esula dal mio modo di vedere il mondo della musica. Non li avrei mai ascoltati insomma se Dirty Sunday non li avesse fatti evolverre. Finalmente degli inediti, finalmente tirano fuori la loro essenza. Forse non erano pronti fino ad oggi, ma sarebbe stato un peccato queste cinque canzoni fossero rimaste solo una bozza, in favore di un’ennesima riproposizione di Foxy Lady. Tornando alle cose belle, i Rainbow Bridge sono il tocco di grazia che il dio Hendrix dispensa da lassù. Vi rimanderei alle mie parole su un altro gruppo affine, i Rancho Bizzarro, ma qui c’è più irruenza, immediatezza blues, è proprio una folata di calore che ti investe il volto. In prospettiva ho apprezzato più i brani in cui prevale una storia corale, e non i tripponi sulle ali dell’entusiasmo hendrixiano. In sostanza ho sentito meglio i Rainbow Bridge che fanno gruppo e non quelli che affidano tutto sulle magie chitarristiche di Giuseppe Piazzolla. Nel futuro mi aspetto più personalità (ossia meno Hendrix) e non chiuderei la porta a un cantante, di cui ogni tanto si sente il bisogno.

[F]

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