Natale a Bergen: Arvas, Örth, Taake, Nattverd, Helheim, Goatkraft

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Un titolo cazzeggione per farvi capire che non voglio farvi la solita lezione sulla storia del black metal norvegese. Così la leggereste per la millesima volta, no? Anzi, non la leggereste neppure. A che serve ripetersi su quanto immenso sia stato l’influsso degli Immortal, dei Gorgoroth e di Burzum sulla musica metal? Chi diamine vuole sentirsi dire di nuovo la faccenda delle chiese bruciate? Leggetela altrove, io non voglio tornarci e oltretutto non sarei in grado di aggiungere nulla di nuovo. Sono invece più che sicuro che c’è molto meno professorismo logorroico su come se la passa oggi la scena di Bergen. La Norvegia in generale non è più trendy come una volta. E qui entro in scena io, con una manciata di band, più o meno note, che danno un senso al black metal di quelle parti. Il primo che dice “ehi, non sono gruppi fondamentali, sono meglio gli altri” vince un poster gigante con la simpatica scritta “grazie al cazzo”.

Voglio iniziare con una storia neanche lontanamente da prima pagina del black metal. Agli albori degli anni Novanta tale Willie René Løkkebø Skåtun, all’epoca ventenne, venne cacciato dalla sua band, gli Aeternus, dopo aver suonato la chitarra nella demo Walk My Path. Il desiderio di rivincita era forte e decise di creare il suo progetto solista Örth. Dopo qualche tempo a Willie/V-Rex si unirono a lui Grim, allora batterista dei Gorgoroth, e il bassista Ares, suo ex compagno negli Aeternus. Fu così che nacque Nocturno Inferno, registrato nel 1996 e pubblicato in una manciata di copie, veramente introvabili e destinate solo ad amici stretti. In un paio d’anni tutto precipitò: V-Rex pugnalò un tizio davanti a un locale di Bergen e si meritò un annetto di vacanze ospite delle prigioni norvegesi, e peggio andò a Grim, che si suicidò dopo aver suonato nei primi tre capolavori dei Borknagar e in Under The Sign Of Hell dei Gorgoroth. Solo nel 2007 il nostro protagonista decise di ricominciare a fare sul serio e lì nacquero gli Arvas che conosciamo un po’ tutti. Dal 2009 ad oggi sono usciti quattro dischi. il primo grezzo e low cost, Blessed from Below… Ad Sathanas Noctum, poi il migliore Into the Realm of the Occult per ATMF, etichetta che avrebbe accompagnato la band fino a Black Satanic Mysticism del 2015, quando il fido Willie lascia il microfono a tale Hexzaldre. Di recente V-Rex non solo ha fatto uscire il fresco e ancora più a fuoco Black Path (Mighty Music) con un nuovo cantante, ma ha anche dato alle stampe quel Nocturno Inferno nato e morto vent’anni fa e oltre. Gli Arvas mi piacciono, nonostante alcuni momenti mi sembrino veramente ottusi e monotoni, molto più che i loro testi, ma il disco degli Örth, pubblicato come il dimonio comanda da Satanic Art Media, è veramente bellissimo.


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Sui Taake avrei voluto essere telegrafico, visto che per me rappresentano il top, un’entità che ancora oggi, dopo vent’anni di carriera, riesce a incidere degli album impeccabili. Purtroppo (o per fortuna) non tutti la pensano così e quindi ci ritroviamo festival in cui -evidentemente per ordine di ritenuta importanza- loro stanno dietro la meteorina Myrkur e i Carpathian Forest diverse posizioni più in alto. E insomma Kong Vinter (Dark Essence Records) è l’ultimo nato in casa Taake, settimo full length in totale e secondo nella carriera di Hoest in cui egli fa tutto da solo, senza alcun ospite, dopo l’omonimo del 2008, da molti odiato e da me amato. Lo stile è simile a quello del penultimo Stridens Hus, ossia un po’ meno tirato e lancinante rispetto agli capitoli, in cui il gelo e la solitudine regnano sovrani, anche grazie a una produzione che taglia gran parte dei bassi. Il tributo al re incontrastato dello scenario, l’inverno, è compiuto nel migliore dei modi. Dopo tutti questi anni è comprensibile avere qualche momento di deja vu, d’altronde il compositore è sempre quello. E proprio per questo ogni recensione-trattato che si trova in rete è sempre più superfluo e ripetitivo. Meglio tirare corto. La struttura dei brani non è semplice né ripetitiva, vive di continui mutamenti che nel loro collaudato andamento rimandano sempre e solo a Hoest e alla sua creatività. I Taake assomigliano ai Taake: più passa il tempo e più sono convinto che se non vi piacciono loro, non vi piace una grande fetta del black metal.


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Per ogni storia già scritta ce ne sono altrettante appena alla prima pagina. Oddio come sono romantico, mi sento male! E la prima pagina dei Nattverd è nera, come se una seppia fosse annegata in un barile di catrame assieme a tutta la sua famiglia di seppioline e seppiolini. Non è un caso che la loro etichetta si chiama proprio Darker Than Black Records! Vi vet gud er en løgner significa qualcosa come “sappiamo che dio è un bugiardo” ed è un debutto davvero prezioso, con un’ottima atmosfera, molto più azzeccata e reale di quella dei Dødfall, ad esempio. I brani sono ficcanti e quasi mai ripetitivi, opprimenti e ossequiosi della tradizione senza risultare ottusi o timidi. Ci sono parti tirate, altre più lente, qualche passaggio un po’ macchinoso, melodie molto interessanti e diffuse. Come altri millemila dischi, certo, non è nulla di nuovo, eppure durante i tanti ascolti nemmeno una volta ho stoppato la musica, è tutto molto solido e adatto a rappresentare un’uscita quadrata e sostanziosa. È come quando vai all’autogrill e per non rischiare la diarrea ordini la pasta al pomodoro assieme a tuo figlio.


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Ensiferum, Bathory, Borknagar, Finntroll, Enslaved, addirittura Amon Amarth. Ditemi come è possibile etichettarli tutti come viking metal, io non ce la faccio. Per me sono gruppi diversissimi l’uno dall’altro e ogni volta che leggo quella definizione mi viene il mal di stomaco. Credo che il problema di base sia che io considero il cosiddetto viking come una propaggine del black metal, altri come un folk metal un po’ più serio. Nel mega insieme di prima rientrano spesso anche gli Helheim, molto meno noti rispetto a tutti i gruppi appena citati, eppure immensamente validi. Pur essendo attivi dagli inizi degli anni Novanta, pur avendo creato un disco storico come Jormundgand nel 1995, per me hanno davvero svoltato con Kaoskult. Hanno lasciato da parte alcune stravaganze nella scrittura dei pezzi e nelle registrazioni, diventando una sicurezza assoluta. Quattro dischi negli ultimi dieci anni, uno più bello dell’altro, e se landawarijaR è uscito già da un anno non mi importa, perché ha raggiunto livelli qualitativi impressionanti ed è un lavoro favoloso, da ascoltare fino alla fine dei tempi. Qui da noi è diventato noto soprattutto perché nella title track è stata ripresa la melodia di Impressioni di Settembre. Sì, proprio la PFM. Solo un gruppo che è prog dentro non risulta ridicolo con un tributo del genere. Mi direte che gli Helheim stanno insistendo su quello che facevano gli Enslaved tra Blodhemn e Vertebrae. Io vi do ragione solo in parte perché landawarijaR è molto personale, profondo e pienamente rappresentativo di sonorità molto suggestive. Voci pulite e arpeggi sono stupendi, intensi e si fondono con le parti più estreme, comunque mai esasperate e sempre venate di quel retrogusto prog che caratterizza lo stile della band. Mi sembrava ingiusto non consigliarvelo perché come al solito è passato troppo in sordina qui da noi. landwarijaR: ovvero come stracciare gli Enslaved e rimanere umili.


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Facciamo un bel salto. Dalla classe degli Helheim alla pestilenziale prima uscita seria dei Goatkraft. Quella k mi fa pensare a come ho affrontato il tema del falso d’autore con Begerith/Beherit, ma qui per fortuna si casca in piedi sempre. I Goatcraft slovacchi sono delle bestie, quelli neoclassici sono un gran bell’ascolto collaterale, ma questi tamarri con caprona arrapata in copertina (a firma Mark Riddick) vanno oltre. La loro prima demo era intitolata War Metal e conteneva un inedito e una cover dei Blasphemy. Angel Slaughter (Iron Bonehead Productions) espande e fa crescere la violenza ignorante di questi quattro musicisti, i cui nomi d’arte sono stati scelti apposta per formare la parola GOAT se letti di fila. Provare per credere. E insomma non è che sia un ascolto molto difficile, è tutto lanciatissimo e non permettetevi di dire “non sento bene il rullante” che se no vi decapitano. Devo ammettere che mi aspettavo un po’ di più da certi riff che definire semplici è poco, non aiutati certo da una produzione in cui non sono molto udibili le frequenze alte. Pazienza, sarà per la prossima, nel frattempo il disco è al massimo una sorta di amaro per rifarsi la bocca dopo questa scorpacciata. Tanto avete capito come suonano questi Goatkraft, no? C’è pure un rifacimento dei Black Witchery stavolta! (non riesco a condividere il player, cliccate qui, perbacco! https://goatkraft.bandcamp.com/album/angel-slaughter)

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