Intervista ai Gort (black metal, Italia)

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Come oramai ben sapete, adoro i gruppi che dicono le cose come stanno. Ovviamente per loro. Adoro che i peli siano ovunque ma non sulla lingua. Nel black metal italiano questo non è scontato e trovare gente con cui discutere. Non blaterare o celebrare senza motivo: è pur sempre un confronto motivato. I Gort hanno pubblicato da pochi mesi un nuovo disco, ne ho parlato qui e mi erano venute in mente diverse domandine di cui bramavo risposte. [F]

A Morte Ad Mortem: dalla morte alla morte. Sapevo che prima o poi moriremo tutti, ma non mi è chiaro il passaggio precedente: la morte è anche l’origine di tutto? Einherjar Ingvar (batterista): Più che la morte intesa come stato esistenziale, tutto nasce dal nulla e tutto finisce nel nulla; in latino si usava l’adagio ex nihilo, nihil per indicare questo stato delle cose. L’esistenza dell’uomo non è altro che un ciclo infinito di vita che assurge ad altra vita, come rappresentato graficamente dal famigerato uroboro, solo che per noi è la morte il punto di partenza, non la vita.

Il disco è indicato come EP, ma dura quasi mezz’ora. Non è abbastanza per considerarlo un full length vero e proprio? Non l’avete mica abbuffato di intro, outro e cover, come fanno molti quando non sanno come arrivare a un minutaggio dignitoso! Wolf (chitarrista e fondatore): È vero, il nuovo lavoro dura quasi mezz’ora e in passato diversi gruppi hanno pubblicato LP di durata simile (i primi che mi vengono in mente sono i Gorgoroth), ma A Morte Ad Mortem contiene solo tre brani inediti visto che Last Flight of the Crow era già stato pubblicata in passato. Credo siano pochi tre brani per far considerare questo lavoro come un disco a tutti gli effetti.

A Morte Ad Mortem è uscito a un anno di distanza da Pestiferous Worms Miasma, con una copertina pregiata del ben noto Roberto Toderico che insiste appunto sul concetto della peste. I brani quindi solo legati tra di loro? Provengono dallo stesso serbatoio di idee o dalle stesse sessioni creative? Almeno tre pezzi di Pestiferous…, in ogni caso, erano pronti da alcuni anni, no? Einherjar Ingvar: Avendo accennato l’argomento in Pestiferous Worms Miasma il passo verso questo tipo di tematiche era inevitabile. Inizialmente eravamo più legati al concetto di morte in quanto soluzione finale al genere umano, ma con il passare del tempo abbiamo maturato molto il livello di scrittura lirica cominciando a trattare l’argomento in modo più ricercato e, oserei dire, filosofico. I tre brani inediti sono infatti legati dalla tematica della peste, seppur autonomi fra di loro: Black Glorification sono gli ultimi pensieri di un appestato mentre viene bendato prima della tumulazione in una fossa comune (pratica comune nel medioevo); Nigra Imperatrix è invece la voce della peste stessa in quanto entità metafisica che porta il castigo divino sull’uomo (non per nulla era uno dei quattro cavalieri dell’apocalisse); Sealer of Pestilence, brano che conclude la trilogia, descrive le vicende di quel periodo dal punto di vista di un medico della peste, impotente e rassegnato dagli eventi inarrestabili che gli si pongono dinanzi. Un concept “uno e trino” potremmo dire, e la cosa non è casuale. La stesura dei brani dell’EP è perlopiù ad opera mia e di Wolf, i due membri rimasti della formazione originale, ma c’è da dire che di pronto avevamo solo le musiche di Black Glorification, a differenza di Pestiferous Worms Miasma che era già completo e pubblicabile nel lontano 2011. Avendo creato uno stile del tutto nostro con questo LP, era nostra intenzione proseguire su quelle coordinate, permettendo così ai nuovi membri di inserirsi correttamente nella mentalità compositiva del gruppo.

Wolf: Riguardo l’artwork di Roberto Toderico dobbiamo dire che è riuscito a dare la perfetta rappresentazione visiva di quello che avevano intenzione di descrivere con la musica. Conoscendolo personalmente da quasi vent’anni è stato facile lavorare fianco a fianco, lui è stato bravissimo nell’accontentare ogni nostra richiesta e modifica che di volta in volta proponevamo.

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Una grande differenza però la troviamo dietro al microfono. Come sono i Gort senza Lord Lemory? Lati positivi e lati negativi? Wolf: Si, la differenza è grande, ma non è stata l’unica. Anche al basso c’è stato un cambio di line-up (l’ennesimo) dal momento che non c’è più Vinz, ma Eurystheus. Sicuramente la perdita di Lord Lemory è stata un brutto colpo, fondò insieme a me i Gort nel 2002 mantenendo sempre un ruolo di spicco nel gruppo sia dentro che fuori le prove, ma Illness ha avuto l’intelligenza di non imitarlo creandosi uno stile tutto suo.

Einherjar Ingvar: Diciamo che Illness ha avuto oltre all’intelligenza, anche la scaltrezza di non incappare nelle nostre ire quando gli abbiamo vietato, in modo tassativo, di imitare Lord Lemory sui brani nuovi! Sui vecchi credo poco si potesse fare, le linee vocali quelle erano, ma penso siano state d’aiuto a Illness per crearsi uno stile canoro del tutto suo che non ripudiasse la storia del gruppo. Dal vivo parliamo di due bestie da palcoscenico, seppur con caratteristiche diverse. Lord Lemory aveva un attitudine punk molesta, di quelle alcoliche e casiniste, Illness è più misantropico e violento, capace di arrivare anche ad atti di autolesionismo come nell’ultimo Cult of Parthenope. Il suo essere estremo in modo “old school” non può che essere un bene per l’economia live del gruppo.

Illness, stando a Metal Archives, ha meno di trent’anni. Quando sono nati i Gort era alle scuole medie, o giù di lì. Come me, del resto. Mi puoi spiegare com’era il mondo del metallo nei primi anni duemila? Come venivano fuori i gruppi metal e come si comportavano i neonati Gort? Wolf: Così mi fai sembrare ancora più vecchio di quanto sia, ma a ogni modo, si, Illness è giovane; quando ho iniziato ad ascoltare black nel ’93 era appena nato. Il mondo del metallo, in quegli anni, era parecchio diverso, in Italia, nonostante la presenza di ottimi gruppi, c’era un’esterofilia imperante. In molti c’era la convinzione che un disco italiano facesse schifo a prescindere. D’altro canto, però, c’era molta più passione dal momento che già solo riuscire a trovare un disco era difficile, quindi ogni album veniva ascoltato per bene per assimilarlo fino in fondo. C’erano inoltre le fanzine e lo scambio di dischi con gli amici. Oggi sono pochi i dischi che realmente rimangono impressi, con decine di uscire giornaliere. Senza contare che Internet ha reso accessibile e fruibile da tutti un genere che doveva rimanere per pochi. Aggiungici che alcuni gruppi hanno trasformato il black in una specie di circo, dove l’unica cosa che hanno di buono sono le megaproduzioni (Dimmu Borgir e Carach Angren) o le case discografiche alle spalle (Myrkur). Capirai quindi che la situazione attuale è pessima.

Einherjar Ingvar: Ho iniziato ad ascoltare metal nel ’92 con gli Exciter per passare al black nel ’95 con Battles in the North degli Immortal. Di sicuro gli ultimi anni del millennio furono i più entusiasmanti per me, colmi di una magia che l’era digitale non ha saputo riprodurre nemmeno a pagare. Ogni gruppo scoperto te lo spolpavi fino all’osso e la circolazione dei dischi era molto più limitata. I gruppi uscivano grazie all’assenza di internet, che ha reso le masse rincoglionite e saccenti, tenendo così la scena underground sempre in fermento. A livello discografico le cose non erano migliori in quanto in Italia si cercava più di imitare i gruppi esteri con infelici risultati (la maggior parte dei gruppi italiani di quel periodo hanno poi chiuso i battenti dopo poco tempo). Dal canto nostro ce ne siamo sempre sbattuti per il cazzo di tutto e tutti, abbiamo iniziato a suonare per passione e continuiamo a farlo con lo stesso spirito a distanza di 15 anni. Forse per questo siamo odiati da molti, ma in fondo anche questa è una forma di pubblicità.

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Ti piace il nuovo disco dei Malvento? Non saranno andati troppo oltre? E gli Aborym invece? Faranno metal al Magma Underground Festival o sarà il momento in cui andremo (spero di esserci) tutti a cena? Wolf: Ho ascoltato il nuovo Malvento e l’ho trovato interessante, parlando in maniera oggettiva. La musica però non è solo oggettiva, la musica, soprattutto un certo tipo, deve essere coinvolgente e a me Pneuma non ha trasmesso questa emozione. Mi dispiace, perché avevo apprezzato il controverso Oscuro Esperimento Contro Natura ma alla fine sono opinioni personali. Non so se gli Aborym faranno metal al Magma, ma spero di sì, perché gli ultimi due dischi li trovo veramente noiosi. Va bene la sperimentazione, ma qui c’è stata una completa rivoluzione, col conseguente abbandono del black. Il che va pure bene, se uno si è rotto le palle, però cambiassero nome!

Nel lontano 2013 Gort, Orcrist, Khephra e Morning Soul hanno pubblicato Sigillum Solis – An Italian Black Metal Alliance. Pochi mesi fa è uscito l’Italian Black Metal Assault di Catechon, Infernal Angels e Ad Noctem Funeriis. L’hai ascoltato? Chi vince questo derby? Perché sia voi che loro avete sentito il bisogno di sottolineare e puntare molto sulla provenienza? L’Italia e il black metal: è un binomio che funziona? Wolf: No, non ho ascoltato lo split da te citato. Ma essendo personalmente coinvolto nell’altro, non sarei neanche stato obiettivo nel giudicare. Non so se ci sia stato un bisogno di puntare sulla provenienza. Semplicemente, credo che si sia voluto sottolineare il fatto che tutti i gruppi coinvolti nei due split sono italiani. Per quanto riguarda la seconda parte della domanda, si. Italia e black metal è un binomio che funziona perfettamente. Almeno, a livello musicale. Abbiamo avuto gruppi fantastici (Mortuary Drape, Necromass, Opera IX) ed altri ne abbiamo oggi. Quello che oggi manca è la coesione tra le band, quella coesione che in altri paesi permette di parlare di scena. In Italia sembra che tutti siano invidiosi di tutti, tutti sparlano di tutti (inutile fare i soliti nomi, sai a chi mi riferisco) e se qualcuno riesce ad avere un minimo di riscontro, ecco che partono gli insulti e lo sfottò su Facebook. Io stesso sono stato ribattezzato Quasimodo da un personaggio di cui non farò il nome perché non ne vale la pena. Da uno “famoso” lancianese, tramite un profilo falso, sono stato chiamato in vari modi (il personaggio in questione, evidentemente, ha dimenticato di avermi chiesto di produrgli un suo progetto). Io mi sono limitato ad ignorarli e a concentrarmi sui Gort. Lo stesso accade con gli Afraid of Destiny o con i singoli membri di qualche gruppo. Finché le cose resteranno così, potremmo anche pubblicare i dischi più belli del mondo, ma non saremo mai una scena!

Einherjar Ingvar: Chi vince il confronto? Ovviamente noi, che domande! (ride) Scherzi a parte, non ho sentito lo split in questione, ma la scena italiana è messa veramente male da tempi immemore. In alcuni periodi alcune zone hanno il loro momento di gloria per poi sparire nell’anonimato delle mode del momento. Purtroppo è così, manca gente seria e mentalità.

Apriamo ufficialmente il capitolo Napoli. Vista la tua “anzianità di servizio”, sicuramente c’eri quando sono passati gruppettini come i Dismember, i Vomitory, i Master, gli Impaled Nazarene, i Vader, persino i Dissection… a te piacciono i concerti, innanzitutto? Perché in città si è fermato tutto e non si può avere una programmazione di eventi degna almeno di una cittadina più modesta come Parma? Rispondimi da utente/fan, al Cult of Parthenope ci arrivo con la domada successiva. C’ero eccome. Quelli, dal punto di vista live, furono anni grandiosi. Poi, a causa di uno stronzo (che fuggì coi soldi dei Dismember, se non ricordo male), per anni Napoli è stata dimenticata dai live, a favore della Puglia… la situazione locali è sempre stata drammatica. Ma, peggio dell’assenza di locali, è l’assenza di una scena, attualmente. Nei primi anni 2000 i metallari napoletani avevano un punto di ritrovo, oggi non più. I locali preferiscono puntare sulle cover/tribute bands, relegando gli inediti ai giorni infrasettimanali, per poi lamentarsi della poca affluenza. Aggiungici che spesso la gente va al concerto solo perché suona l’amico e non per un reale interesse, con la conseguenza che se suona un gruppo sconosciuto o, se conosciuto, che non frequenta l’ambiente più di tanto, i locali spesso sono quasi vuoti. Aggiungici gestori di locali che ti vogliono far pagare il cibo nonostante tu debba suonare; organizzatori che non rispettano gli accordi presi e che non fanno alcun tipo di promozione e il quadro del perché qui si faccia così poco ti sarà chiaro. Personalmente, adoro andare ai concerti, soprattutto quelli underground. Non so quante volte sono andato a vedermi (quasi sempre da solo) concerti nei posti più sperduti del nord. E finché potrò, continuerò a farlo!

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Come avevo anticipato, da due anni sei nell’organizzazione del Cult of Partenope Black Metal Festival assieme a Giulian. Nel 2016 avete intercettato il tour dei Negura Bunget (col gruppo spalla degli Ossific), e ci avete suonato sia tu coi Mors Spei e i Terrorfront, sia Giulian con gli Scuorn. Lo scorso anno, a novembre, avete fatto calare gli Ad Hominem, i Darkend e i Voltumna, e ci hai suonato coi Gort. Se ti accusassero di aver creato il fest solo per far suonare i tuoi gruppi, come risponderesti? A parte questo, come è andata? Hanno tentato di boicottare tutto a causa delle idee politiche degli Ad Hominem? La scelta di spostarsi a Pozzuoli a cosa è stata dovuta? Sai che coloro che vengono da fuori e non sono automuniti possono avere problemi? Wolf: Il festival non è stato creato per far suonare i miei gruppi o quelli di Giuliano. Ma, essendo noi gli organizzatori ed avendo uscite pubblicate per l’occasione o che sarebbero uscite di lì a poco, ci è sembrato normale suonarci. Nella prossima edizione nessuno di noi suonerà eppure si farà lo stesso. A livello di pubblico, la risposta è stata positiva entrambi gli anni. La seconda edizione, però, a causa della fama degli Ad Hominem, ha visto un’affluenza leggermente minore (nel nuovo locale, poi, era impossibile fare il sold out, come l’anno prima). Si, qualche tentativo di boicottaggio, sia da personaggi esterni alla scena campana (tramite profili falsi) sia da personaggi napoletani (che, guarda caso, avevano un concerto la sera stessa… un caso?). Siamo stati costretti al cambio di locale perché il proprietario del locale dove avevamo intenzione di farlo (lo stesso della prima edizione) ha ricevuto una recensione negativa su Facebook, in cui si diceva di boicottare il locale perché organizzava festival nazisti. Peccato che l’unico gruppo dichiaratamente di destra erano i soli Ad Hominem. Noi Gort della politica nella musica ce ne fottiamo altamente. Io non sono di destra ma sono andato a concerti di Graveland e Nokturnal Mortum, che non sono propriamente di sinistra, per il semplice fatto che amo la loro musica. Se la gente si facesse meno pippe mentali si starebbe molto meglio!

Il pezzo The Noble Art Of Suicide (da Sixth Day’s Cancer del 2008) è molto esplicativo, il testo dice cose che lette senza musica potrebbero far pensare che i Gort siano un gruppo DSBM. Qualche tempo fa gli Afraid of Destiny ebbero a dirmi “Il DSBM da qualche anno a sta parte è diventato il genere più odiato nel Metal in Italia. Ancora di più del Metalcore, il genere che andava tanto di moda smerdare via internet e anche di persona.” (intervista completa qui). Cosa ne pensi? Einherjar Ingvar: Che la gente ha troppo tempo libero a disposizione e che in molti non dovrebbero nemmeno avere il diritto di parola. Si trovassero una ragazza o un lavoro, vedi come gli passa la voglia di scrivere stronzate!

Allora libertà di opinione cos’è per te? Se un tizio ti scrive su Facebook dicendo che il disco dei Gort gli fa cacare taralli al sangue, come gli rispondi? Einherjar Ingvar: Gli offrirei un po’ di Preparazione H, cacare taralli al sangue deve fare decisamente male! Onestamente, non me ne sbatte nemmeno per il cazzo di quello che pensa la gente, a me fanno cagare una marea di gruppi, ci sta che noi possiamo far schifo a qualcuno.

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2 pensieri su “Intervista ai Gort (black metal, Italia)

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