Splittini bellini #1: Lihhamon / I I, Paramnesia / Ultha, Barshasketh / Outre, Cultes des Ghoules / Sepulchral Zeal, Jute Gyte / Spectral Lore

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Sto rivalutando tantissimo questo formato, sapete? No, non il lupo. Lo split. E prende piede in me una triste considerazione: gli split più pubblicizzati, più diffusi e più acclamati di solito sono i più inutili. Ricordate quella roba imbarazzante tra Bulldozer e Death SS? Ecco, capite cosa intendo. Me ne sono già passati tra le mani alcuni, in autunno fu il tempo di BLSPHM e Sutekh Hexen, poi della combo cilena Wrathprayer e Force of Darkness. Bei ricordi! Ho deciso di raccogliere in un unico post gli altri splittini che mi hanno colpito molto e ovviamente sono fortemente consigliati.

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Dei Lihhamon ho già parlato in un’altra occasione e quelle parole devono intendersi integralmente trascritte, d’altronde sarei stato stupito del contrario. Se si fossero messi a fare ballate synth pop avrei detto altro. Sulla loro storia c’è poco da dire, sono giovani e con la guerra dentro. Sugli I I (Infernal Invocation per gli amici) c’è un preambolo più lungo da fare. Hanno un pedigree che mi ha steso: è gente che fa parte di Antlers, Cntmpt, No Empathy (che fine avete fatto, maledetti?) e i ritornanti Evil Warriors. Uno split allora si profila in partenza come qualcosa di imperdibile. Sfiora la perfezione. Gli I I attestano di essere cresciuti in modo spropositato da Omnivorous Void, stampano in testa almeno una hit (Indoctrination of Death’s Command) e perdono un po’ di tempo con la strumentale Vidargängr. Non ho mai sentito un gruppo black/death con una produzione così in HD. I Lihhamon hanno stravolto meno rispetto al mortale Doctrine, ma c’è comunque qualcosa di diverso nei brani perché se la durata maggiore può far pensare ad alcuni episodi del loro esordio, lo svolgimento e la produzione sono diversi, maturi e autosufficienti. Nel loro dosaggio c’è più black metal, in sostanza. Non ci sono molti altri rilievi da fare, Miasmal Coronation (Van Records) è semplicemente letale e vale molto più della somma aritmetica dei due gruppi che l’hanno creato.


a0614874227_16Come tra gli esseri umani avviene il famoso colpo di fulmine, come tra le bestie ci si sceglie a seconda della carica ormonale, allo stesso modo tra Ultha e Paramnesia deve esserci stato qualcosa di simile. Per essere raffinato la chiamerei affinità elettiva. Vi è mai capitato di vedere una coppia, una bellissima coppia, e pensare a come sarebbe stato un eventuale figlio? Ecco, io l’ho pensato in questo caso, conoscendo i due dischi della band tedesca e le varie uscite (di cui un full length) dei francesi. Tra parentesi, i Paramnesia hanno pubblicato sin ora sei canzoni in totale, tutte numerate progressivamente e dalla durata di circa venti minuti l’una. Dall’album omonimo sono diventati più artici e penetranti, per cui è interessante capire come si sono approcciati in quest’occasione. Anche gli Ultha non sono rimasti con le mani in mano e Converging Sins, ancora fresco, ne è la prova. Le due formazioni lanciano una moltitudine di spunti, senza essere intricati, ma solo strutturati. I Paramnesia si ispirano al non plus ultra del black americano: Weakling, Wolves In The Throne Room e Yellow Eyes, intesi con qualche tendenza “post”. Gli Ultha sono meno impetuosi, più seriosi e classici… insomma europei. Nel limite in cui può definirsi classico un pezzo di diciotto minuti. I dettagli emergono con la giusta pazienza in The Seventh Sorrow, non c’è impeto come in VI. Questo non è uno split, è una sfida per la mente, come spesso accade per la roba rilasciata da Les Acteurs De L’Ombre Productions.


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Di solito gli split non sono così corposi, di solito in un quarto d’ora si esauriscono tutti i brani e la pubblicazione avviene in un formato più elitario. Ecco il vinile, che personalmente non apprezzo. Se sono protagonisti gli Outre e i Barshasketh però un pensierino ce lo faccio. I primi sono uno dei tanti vanti della scena polacca, dalla discografia non fittissima, ma impeccabile. Gli altri sono un progetto di Andrew Campbell (Krigeist), neozelandese trapiantato in Scozia, ora assieme a Nagh, cantante degli Hautakammio ed ex dei magnifici Kalmankantaja, qui alla batteria, e al chitarrista degli Haar, GM. Gli ultimi full length di Outre e Barshasketh risalgono al non vicinissimo 2015 e fissavano nuovi altissimi standard. L’uscita di cui vi scrivo -per Third Eye Temple- è ispirata a Sein und zeit (Essere e tempo), opera del filosofo tedesco Martin Heidegger. E visto il complicato contenuto musicale dei due gruppi in questione non poteva esserci scelta migliore. Stilisticamente il gruppo scozzese, alle prese col lato Being, risulta ancor più maturo, affilato e imprevedibile, mentre gli Outre attuali, a cui è stato affidato il lato Time, sono più accessibili e diretti, con meno dissonanze e suoni più espliciti rispetto a quanto ascoltato in Ghost Chant. La cover degli Armagedda faccio finta di non averla mai ascoltata, come del resto gli stessi Armagedda: insensati e inspiegabili ambedue, soprattutto in un’occasione così.


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Già che ci siamo, restiamo con un piede in Polonia. È in programma un articoletto a parte sulle uscite di questa nazione, ve lo anticipo. I Cultes Des Ghoules sono oramai dei big del black metal europeo, carriera ultradecennale e album che giustamente sono diventati… di culto. Prima del 2013 meglio le uscite brevi, di gran lunga, poi con Henbane e l’ultimo immenso, strabordante Coven, Or Evil Ways Instead of Love, il trend è cambiato. Ebbene, la band si è accoppiata momentaneamente con un giovane combo tedesco, i Sepulchral Zeal, altrettanto strani e sinistri. Dei nuovi astri nascenti? È presto per dirlo, anche se la loro demo del 2015 è uscita per Terratur Possession. Sicuramente qui in Italia, negli ambientini delle webzine, non se n’è parlato per niente di questo nuovo split. Figuriamoci sulla carta stampata. Sicuramente c’era da scrivere qualche inedita -oh oh oh- retrospettiva sugli Iron Maiden. E vabbè, beati voi che amate leggere sempre la stessa storia con le stesse identiche parole. Ageless Malediction non sarà Spectres over Transylvania o uno qualsiasi dei frammenti di Coven…, non può esserci lo stesso slancio narrativo in sette minuti. È un pezzo più tradizionale e corrosivo. Saturnine Templar invece lancia definitivamente i Sepulchral Zeal tra i gruppi più interessanti che ho avuto modo di ascoltare negli ultimi mesi e il loro death metal storto, cupo e rituale mi ha rubato il cuore. Il vinile è pubblicato da Malignant Voices, la cassetta per Of Crawling Shadows Records.


Helian

Se questa puntata di “Splittini bellini” è uscita così tardi, la colpa è della pubblicazione di cui vi parlerò a breve. Bastano già i nomi per mettere in crisi chiunque: Jute Gyte e Spectral Lore. Il primo è un progetto gestito dallo statunitense Adam Kalmbach che dal 2006 ha pubblicato circa trenta full length, spaziando dall’ambient al noise, dall’elettronica all’avantgarde black metal a seconda di come gli girava, in assoluta libertà. Ve li consiglio tutti, tanto sono in free download su Bandcamp, ma se volete partire da quelli metal, ve li indico subito. Nel primo periodo ci sono Verstigenheit, Impermeance, Isolation e Senescence; poi la triade fantastica con Discontinuities, Vast Chains e Rentissement; infine il ciclo più recente e disturbante composto da Ship of Theseus, Perdurance e Oviri. È questo il Jute Gyte che ci interessa per il momento. Su Ayloss e Spectral Lore ci sarebbe tanto da dire, ma essendo molto più conosciuto mi limito a segnalarvi come la sua carriera sia divisa in due. Da una parte il percorso culminato col meraviglioso III, dall’altra tutto quello che è venuto dopo, incredibilmente instabile, imprevedibile, senza troppi contatti col black metal (Voyager e Gnosis sono gli album da ascoltare). Insomma i protagonisti di questo split hanno fatto due percorsi diversi, opposti per certi versi, e si sono incontrati miracolosamente nel 2017. I due lati del disco (I, Voidhanger Records) sono ispirati al poema di Georg Trakl chiamato Helian che potete leggere qui. La copertina è un dipinto di Egon Schiele e la musica… beh, come dire? Trascende. Jute Gyte non è mai stato così rallentato e funereo, sempre nevrotico, tanto atonale e dissonante che sembra che siano due, tre, dieci canzoni sovrapposte. Spectral Lore invece non era così metallico da un bel po’ di anni, anche lui molto decadente e terreo. È proprio doom in molti punti ed è un profilo inedito. Tanti punti di contatto tra le due parti dello split, sempre tenendo ben evidenti i tratti caratteristici: l’esuberanza di Jute Gyte e la solennità di Spectral Lore. Io ve l’ho introdotto in quattro righe ma i quaranta minuti totali dell’uscita sono da psicanalisi. Non prendeteli sotto gamba.
[F]

3 pensieri su “Splittini bellini #1: Lihhamon / I I, Paramnesia / Ultha, Barshasketh / Outre, Cultes des Ghoules / Sepulchral Zeal, Jute Gyte / Spectral Lore

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