Le dimensioni non contano # 2: Anguis Dei, Vhorthax, Malakhim, Obscene, Gort

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Anno nuovo, dischetti nuovi. Ne escono tanti, me ne vengono segnalati tanti, ed è difficile scegliere quali fanno al caso mio, al caso nostro. Tanto prima o poi diventerà questo il formato del futuro: lavori di uno o due pezzi, pubblicati digitalmente e poi fisicamente in edizione molto limitata (per noi feticisti). Nessuno compra più un cd di dieci canzoni, figuriamoci uno molto meno capiente. Non c’è più quel significato dietro l’oggetto cd/cassetta, il vinile poi è un caso a parte perché costa di più produrlo, non so se di molto o di poco rispetto agli altri mezzi. La soddisfazione credo però sia di molto maggiore. Vabbè, elucubrazioni a parte, andiamo per la nostra strada. Comprate, comprate, comprate.

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Non so se per voi è una novità, ma per me lo è e mi ha abbastanza destabilizzato: c’è un black circle anche in Giappone. La cosa un po’ buffa è che ne fanno parte principalmente gruppi col nome che inizia per A. Si chiama infatti AAAA collective (o Ordo AAAA). Ed è molto più strano dell’Aldebran Circle portoghese o dell’orami venerato Nidrosian circle. Dei suoni come quelli di Seolfkwyllen degli Ahpdegma non si sentono molto facilmente, né una pazzia compositiva tale. Non che gli Avsolutized… (i puntini fanno parte del nome) siano da meno eh. Magari conoscete i i più prolifici Arkha Sva, molto bravi, anche se non sono stupefacenti come i due citati prima. Tutti i gruppi fin’ora citati hanno lo stesso cantante, che si fa chiamare a seconda dei casi Fr. U.:È.:Œ.: oppure Ur Èmdr Oervn, presente anche negli Anguis Dei. Loro sono molto più recenti e hanno fatto due EP negli ultimi due anni. Con sommo stupore ho scoperto cheil  batterista è italiano ed ha suonato nei due ottimi album dei Natassievila, nonché negli Adversam. Ma torniamo in Giappone. Ad Portas Serpentium (Svart Records) è più classico e prende più di qualcosa da un ennesimo gruppo collegato che ho dimenticato di nominare, i Juno Bloodlust, che con gli Anguis Dei condividono non solo due membri, ma il (sotto)genere suonato: il black sinfonico. È tutto come ci si aspetta, tirato e estremo, senza punti morti. Ovviamente tanto prominenti sono le tastiere, in un ipotetico punto di incontro tra Cradle of Filth e Dimmu Borgir. Il maledetto cantante è anche stavolta un disinvolto mattatore.


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Avviciniamoci adagio. È tempo di fare una capatina in Russia, luogo già noto grazie alla mitica Satanath Records oppure grazie a gruppi quasi sempre di spessore. Tipo i Serpentrance, il cui cantante sta anche nei Sickrites e in questo nuovo progettino fatto su misura per me. I Vhorthax hanno diversi punti di contatto con The Besieged Sanctum, ma non la abissale, irrecuperabile e umida cavernosità. Per questo all’ascolto i quattro brani effettivi si dimostrano intensi e malmostosi, con una pulizia dei suoni che mette in evidenza ogni strumento e ne evidenzia il peso specifico. È death metal deforme, quello di Nether Darkness (Iron Bonehead Productions), a partire dalla copertina che riprende qualcosa di Hating Life dei Grave, penetra nel profondo, con alcune sezioni black e altre vicine al doom, che mi hanno ricordato qualcosa delle aberranti vicende degli astri nascenti Spectral Voice. Ogni volta che esce un disco così, quasi dimentico che per tanti/troppi ascoltatori il massimo che questo genere può offrire sono i Belphegor.


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Diamo il benvenuto a un musicista che hanno fatto la storia. O quantomeno la storia del black metal svedese. Nei Malakhim suona tra gli altri Andreas Nilsson, chitarrista dei Naglfar e -per i più appassionati di estremo scandinavo- membro degli Ancient Wisdom all’epoca del loro primo, stupendo album del 1996 che riascoltiamo immediatamente. Alla luce di ciò, non ha senso chiamare i tre pezzi che hanno pubblicato Demo I. Che devono dimostrare? Sono delle bestie esperte e la loro cassettina è andata sold out in pochissimo tempo. Sta per uscire una ristampa in vari formati per Iron Bonehead Productions e non c’era casa migliore per questa band già da ora immensamente attrattiva, dalla scrittura brillante e dalla cattiveria immane. Non inaudita perché tutto sommato del black affilato made in Sweden si sa tutto, ma comunque la qualità è veramente molto alta e già non vedo l’ora che esca altra roba a nome Malakhim. Se vi piace questo stile potentissimo e pieno di collaudati riff esaltanti, non potete perdervi i recenti exploit di Persecutory, Perdition Winds, Grafvitnir e Domgård.


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Stando a Metal Archives ci sono quattro Obscene nel mondo metallico. A noi interessano quelli di Indianapolis, che arrivano all’esordio per Horror Pain Gore Death Productions con un appetitoso, succoso e pienotto dischetto di quattro brani. La copertina non voglio vederla, anzi vorrei non averla mai vista, ma purtroppo la memoria visiva si concentra sulle aberrazioni e quella sorta di disegno lo è a pieno titolo. Sermon To The Snake è puro death metal europeo a 360 gradi: prendete un tocchetto di Bolt Thrower e Asphyx, impastate coi Grave e gli Unleashed e ci siamo. Tutto molto diretto, semplice e simpatico. Non c’è manco un growl chissà quanto minaccioso. Per i miei gusti meglio quando chiudono i pugni e stringono i denti (Blood Moon Rats) che altrove (Torture Tranquillity). È solo una demo, ma si capisce già molto degli Obscene: vita e soprattutto morte. Per i miracoli ci sarà tempo e modo.


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Come dessert vi servo una sfogliatella di black metal partenopeo che mi è parsa particolarmente gustosa e fragrante. Ammetto di essere arrivato prima a Vita Odiosa, e quindi tra i vari progetti di Wolf la fetta più grossa di empatia e di affezione andava sempre lì. Non è comunque una scusante questa: non sapevo che i Gort nel 2016 avessero dato un seguito all’ottimo Sixth Day’s Cancer e quindi non posso esprimermi su Pestiferous Worms Miasma. Non sapete quanto mi turba la consapevolezza che la mia esistenza superficiale mi abbia imposto un salto di nove anni, fino al recentissimo A Morte Ad Mortem, che per me vuole dire affrontare 2/4 di formazione rinnovata (bassista e cantante). Proprio perché li avevo persi di vista, non mi aspettavo che i Gort fossero così in forma. Nonostante la durata media dei brani sia molto elevata per il genere, i riff evitabili e le ripetizioni eccessive sono limitate, come qualcosa nella seconda metà di Black Glorification. C’è una atmosfera pesantemente mortifera, appropriatamente pestilenziale. La produzione è raw solo nelle chitarre, non c’è nulla di cacofonico. La fantastica prova al microfono del nuovo arrivato Illness rende tutto ancora più tetro e decadente, in ossequio al disfacimento e dal mefitico senso di morte che pervade i pezzi. Rispetto al passato sento una sottile vena epica che mi piace molto, poi -ripeto- non so cos’è successo nel full length di due anni fa, magari c’era anche lì. Chi apprezza questo tipo di black metal molto basico e attaccato irriducibilmente alle radici norvegesi non può perdere un altro lavoro che in questo periodo sta infestando parecchi impianti audio: Sulphurous Temple dei Sortilegia. A Morte Ad Mortem è la conferma che i Gort non vogliono eclissarsi più e non trascurano neanche l’aspetto live, dato il recente festival Cult of Parthenope organizzato in prima persona dallo stesso Wolf, e che ha visto la sua band accanto a nomi di punta della scena italiana (Darkend e Voltumna) e internazionale (Ad Hominem).

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