I sette dischi black metal più sottovalutati dell’inverno 2017: Sortilegia, Ignis Haereticum, Grafvitnir, Sar Isatum, Deathcult, Perdition Winds, Eternal Helcaraxe

Arrivano stimoli e impulsi da ogni parte del mondo. Tutti diretti a questo blog. Se non facessi altro nella vita (sai che palle…) pubblicherei tre post al giorno, sorrisoni e pacche sulle spalle. Umanamente però è impossibile far uscire qualche riga sulle uscite rispettando le scadenze. In questo spazietto ho raccolto alcuni spunti sui miei personali sette peccati capitali, ossia quei dischi che hanno trovato poca eco mediatica, soprattutto a livello italiano, che probabilmente vi sono passati davanti senza che ve ne siate accorti. Stava capitando anche a me, che ho tempeste di mail promozionali. In modo fine direi che è un’ideale di giustizia quello che mi guida. Volendo parlare come mangio, terra terra, è un modo per recuperare uscite minori solo sulla carta.

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Per molti la conduzione familiare di un progetto musicale è quella di Richie Blackmore e Candice Night, per altri più cattivelli quella di Alex Krull e Liv Kristine degli Atrocity. Per me ovviamente non è così. Anastasia Ikonnikova è una ragazza russa che tra il 2010 e il 2013 ci ha fatto sognare con due dischi bellissimi coi Sylvus, lì era solo chitarrista. Nel frattempo iniziava a ribollire qualcosa nel calderone dei Sortilegia, creati con Cameron Warwick, ora suo marito. Dopo un paio di demo arriva il primo full nel 2015, molto raw, e adesso è tempo di Sulphurous Temple. Un titolo molto alla Vàn Records, a cui il duo rende omaggio con ottime canzoni, ma tutto sommato scarsa convinzione, se consideriamo che The Veil è un intermezzo inutile e Ecstasies of the Sabbath è tratta da un precedente EP. Resta meno di mezz’ora di musica nuova. Il tratto caratteristico dei Sortilegia consiste in composizioni sono sempre molto lunghe rispetto agli standard del genere, e in più stavolta hanno un suono di chitarra opaco e ben impiantato nel mix. Inutile fare il gioco delle somiglianze, non è l’originalità che conta, ma i pezzi, che ci sono e riprendono il black metal più ossuto che c’è in circolazione. I dettagli che mi riempiono il cuore sono la voce infestata di Anastasia e il suono del rullante, che rasenta la perfezione per i miei gusti. Sulphurous Temple è un disco giusto, vince di misura. Beati coloro che hanno potuto assistere al loro tour assieme a Simara, Almyrkvi e I I.


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Che gli Ignis Haereticum fossero dei predestinati si sentiva già nello split del 2011 coi Barrabas. Poco più di una demo che lasciava presagire che il duo colombiano fosse capace di grandi cose. Autocognition of Light (Goathorned Productions) è un ulteriore passo in avanti nel percorso iniziato con l’ottimo Luciferian Gnosis, che aveva come unico difetto un suono di batteria troppo secco e leggermente meccanico. Stavolta è tutto ancora più imponente, importante e dissonante. Quest’ultima è la parola chiave, da declinare come la scuola francese di Deathspell Omega e Aosoth ci insegna da tanto tempo. È un disco molto maturo, mai cacofonico, sempre tagliente e disturbante. Anzi, conturbante. Certe atmosfere mi ricordano gli ottimi Schammasch per la totale padronanza del territorio e delle tempistiche dei tanti riff tutti storti e aguzzi. Certo alla misantropia più terribile di DSKNT non ci arrivano, solo rispetto a quello sono accessibili. È una secchiata di lava in piena faccia, come non amare gli Ignis Haereticum? Pura estasi mistica. Mi sento troppo piccolo rispetto alla creatività di certi artisti.


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Cinque dischi da 2012 ad oggi. Farli uscire tutti bene non è affatto da tutti. Non vi nascondo che ogni volta temevo potesse uscir fuori quello al sapor di cacca. Per fortuna i Grafvitnir non hanno altro da fare in questo periodo della loro vita se non del black metal, che con Necrosophia e Obeisance To A Witch Moon ha avuto una decisa impennata qualitativa. Le copertine no, sono rimaste molto brutte. Per loro fortuna stavolta si sono fatti accompagnare da un fantastico artista che ho conosciuto da poco, Daniele Valeriani, ed ecco che Keys To The Mysteries Beyond (Carnal Records) è finalmente un prodotto completo in ogni aspetto. Chi se l’aspettava che al quinto lavoro avremmo avuto una produzione così sottile, infida, strisciante, oltre che come sempre freddissima e affilata? Il cantato inoltre è più raschiato e spiritato del solito, tanto per ribadire che la band NON è il tipico copia&incolla di Dark Funeral e Dissection, per quanto senza di loro non starei qua a parlare dei Grafvitnir. Bastano dei suoni diversi e una certa eco alla voce per porre in essere un rinnovamento che -data la prolificità citata in apertura- per il gruppo svedese è una mezza rivoluzione. È tutto molto più vicino alla sensibilità degli anni che stiamo vivendo. E sono i migliori Grafvitnir che abbiamo mai ascoltato, chiunque essi siano poiché non ci è dato sapere nulla su di loro.


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Come ho fatto a imbattermi nei Sar Isatum? Non c’è nulla di misterioso nel legame tra un pc pieno di musica metal nell’entroterra lucano e un’oscuro gruppo del Colorado, semmai mi chiedo ancora come mi ha trovato Jon Asher, il PR che mi ha mandato il press kit. Conosco questi ragazzi di Denver da prima che avessero una pagina su Metal Archives, prima di sapere che erano della partita anche membri di Extremely Rotten e Bloodstrike, quando avevo sentito solo un brano e avevo già scommesso su di loro. La copertina si sarebbe potuta anche intitolare “Evocazione del gigantesco testicolo infuocato”, ma il senso non cambia: i Sar Isatum sono una grande sorpresa, uscita fuori dal nulla. Shurpu mette le ali al black metal di metà anni Novanta, quello con dei primi due capolavori degli Emperor, dotandolo di una produzione pulita e molto potente. Le tendenze sinfoniche non sono invadenti, al massimo si fanno sentire come in Celestial Diaspora, mentre per vitaminizzare la miscela ci sono certi riff crudeli, oramai classici, degni dei migliori Dark Funeral. È decisivo il piglio leggermente più tecnico rispetto alla media dei gruppi del genere. Vi farei pure la manfrina sul fatto che è ignobile che un gruppo così bravo sia senza contratto discografico, ma potete ascoltare voi stessi persino su Spotify, quindi non è che comunque i Sar Isatum siano rimasti così underground. Tecnicamente i migliori esperti direbbero: tanta roba.


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Ora con un titolo del genere potrei mai parlarvi dei celeberrimi Taake? Certo che no, anche se ve lo meritereste perché penso sia una delle migliori cose uscite dalla Norvegia. Non so però quanti di voi sono informati su una carriera parallela di quel mite ometto di Hoest, che prevedibilmente non è impegnato nella vendita di opuscoli porta a porta che vi spiegano come salvare la vostra anima, bensì nel suo adorato black metal. I Deathcult lo vedono accanto ai fratelli Skagg e Thurzur, ossia i due musicisti sedotti e abbandonati da Gaahl dopo un buon album intitolato Erotic Funeral. E dire che si chiamavano Gaahlskagg, una sorta di anticipazione degli squallidi profili di coppia su Facebook… Stanti le premesse, un disco mediocre come Cult of The Dragon, uscito dieci anni fa, non era tollerabile. Per questo il nuovo Cult of the Goat (Soulseller Records) è un trionfo su tutti i fronti. E lo fa con la contaminazione, sfacciata e prepotente. Ci sono alcuni passaggi post punk, particolarmente in Climax of the unclean e The Oath, ma sono gli inattesi e ancor più stranianti dieci minuti di Devilgoat che mieteranno vittime tra gli scettici. Non è un disco clone dei Taake, c’è meno tensione verso la tempesta nei Deathcult, e anche se il classico freddo e rinsecchito black made in Bergen domina la scena, è tutto molto diretto e appetibile alle masse. Nulla di criptico o dissonante come gli Ignis Haereticum, nè di appariscente come i fuochi d’artificio dei Sar Isatum, è la crostata della mamma, come si faceva una volta. Oggi il gruppo vive ancora nell’underground, nonostante un vip come Hoest, con meno di mille fan su Facebook e meno di mille visualizzazioni sul videoclip di Ascension Rite, ma con un’ispirazione alle stelle che non mi sarei mai aspettato: Cult of Goat sancisce la superiorità del caprone sul dragone, ça va sans dire.


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Stesso discorso dei Taake/Deathcult. Vi posso mai scrivere dei Desolate Shrine quando oramai li conoscono anche i sassi? Giustamente direi, visto che hanno dimostrato per l’ennesima volta di essere di un altro pianeta. Nei Perdition Winds ci suona nientemeno che il loro batterista R.S., che condivide con i due chitarristi la militanza nei deathster old school Lie In Ruins. Nel 2016 è andato via lo storico cantante, che abbiamo sentito anche nel primo disco dei Sacrilegious Impalement e nei recenti Front. La sua impostazione era ibridata col death, e Aura of Suffering e lo split coi Drama sono di quei dischi che ti fanno godere dal primo all’ultimo secondo. Non a caso erano usciti su Satanath Records, una sicurezza. Il cambio di cantante da ascoltatore l’ho percepito bene, il modus operandi non è molto dissimile, spazia dallo scream al growl con molta efficacia. Malicious Seed è una delle migliori espressioni del disco, e in generale è un lavoro che mi prende di più quando escono fuori e si mischiano anche influenze di altri rami del metal estremo. È un po’ meno bello di Aura… solo perché ci sono due episodi trascurabili: l’interlocutoria e lenta Saturnial Void, utile solo a prender fiato, e Asphyxiation, una consistente e spenta strumentale di cui nessuno aveva bisogno. Mi piace molto la produzione scelta, molto espressiva e croccante al punto giusto, che non sacrifica i dettagli in favore della violenza, né la cattiveria in favore della precisione. In generale c’è tanta varietà, che culmina nell’altra traccia memorabile, Impious Frontier. L’intero Transcendent Emptiness, cinquanta minuti pieni, sul Bandcamp di Hellthrasher Productions, costa un misero euro. Sapete già cosa fare, spilorci!


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Black metal & J.R.R. Tolkien, un binomio sempre sostenuto da tantissimi gruppi. Dopo aver conosciuto Shine of Menelvagor, tocca ora a una formazione ben più esperta. Nel Silmarillon l’Helcaraxë è uno stretto di mare all’estremo nord di Arda (correggetemi se sbaglio), mentre per noi Eternal Helcaraxe vuol dire impeccabile metallo. Dopo i primi incerti passi tra demo ed EP, è nel 2012 che gli irlandesi mettono la quarta e pubblicano Against All Odds, un manifesto del black più epico che ci sia in circolazione, in cui però si era persa la carnalità di un pezzo ormai classico come Kin, Comrades and Country. Non fraintendetemi, gran bel disco, solo che non apprezzo quel tipo di produzione molto “in your face”. Ecco perché cinque anni dopo era necessario l’intervento purificatore di Naturmacht Productions. Via tutte le sovrastrutture: resta il black metal, restano canzoni struggenti e maestose. Sono crude, c’è poco da fare, comandano i sontuosi e inusuali riff e le inarrestabili tormente di batteria. La costruzione dei brani è ricercatissima, le melodie altrettanto, per questo non sono solo Emperor, Mayhem o Agalloch. C’è di più soprattutto nei brani centrali del disco, vincenti e avvincenti. The Healer and The Cross e Our Time in The Sun sono i pezzi più duri e comunque c’è una varietà incredibile nei vari passaggi di chitarra, un riff si trasforma subito in un altro e mai in maniera prevedibile. Non so cosa si intenda oggigiorno per pagan black metal, ma se volete definire così gli Eternal Helcaraxe (e non sono comunque d’accordo) bisogna purificare il campo da una miriade di gruppi folk metal con la voce cattiva che vengono spacciati per tali. L’ascolto della sola e unica Bannow, coi suoi nove minuti di immensità, potrà chiarire molti aspetti. E potrà conquistarvi definitivamente, come è successo a me. Mi viene da piangere per la felicità, come successo per Hyrgal e Dauþuz.

[F]

3 pensieri su “I sette dischi black metal più sottovalutati dell’inverno 2017: Sortilegia, Ignis Haereticum, Grafvitnir, Sar Isatum, Deathcult, Perdition Winds, Eternal Helcaraxe

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