Cartoline dall’Eyjafjallajökull: il metallo islandese da non perdere (annata 2017)

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Guardiamoci negli occhi. Nelle palle degli occhi. Sgradevole a causa del mio leggero strabismo, nevvero? Vi aspettate di leggere dei Sólstafir? Alt. Qualcosa di folkloristico tipo gli Skálmöld? Ri-alt. Non ci siamo proprio. Ma potrei perdonarvi perché potrebbe essere la vostra prima visita nella mia umile dimora virtuale. Togliete le scarpe, rutto libero e via, tutti a bruciarci il culo sull’inesauribile geyser che tiene in vita l’Islanda: il metal. Vi indico solo i gruppi che hanno pubblicato nuova musica negli ultimi mesi, altrimenti corro il rischio di fare la fine di una recensione qualsiasi di Rock & Metal In My Blood e di tediarvi sull’effetto che gli Zhrine hanno su di me. Spero che il poco materiale scritto che ho trovato su di loro sia giustificato dalla qualità della musica, talmente alta che è inutile parlarne, perché altrimenti vorrebbe dire che i webzinari italiani stanno ignorando qualcosa di grandioso. Perdonatemi, come al solito, per i termini poco appropriati o generici: succede sempre quando si ha a che fare con delle opere massime del metal moderno.

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Nel mondo che vorrei gli stadi sarebbero riempiti dagli Svartidauði [traduzione: morte nera]. D’altronde loro già c’erano quando ho iniziato ad ascoltare metal, sono a tutti gli effetti i grandi antichi di questa rassegna. Sono oramai i più celebri rappresentanti della scena isolana e mi va più che bene. La loro anzianità ultradecennale non contrasta con l’esistenza di un solo, unico e inimitabile full length. Sto parlando di Flesh Cathedral del 2012: la sua eco risuona ancora in tanti, tantissimi dischi che puntualmente finiscono nelle top 10 di fine anno. Solo dopo averlo ascoltato si comprende come si era poveri prima di farlo. Gli Svartidauði hanno capito come sarà il futuro: costellato di dischi brevi, cosa in cui si sono specializzati. In cinque anni sono usciti tre bellissimi EP da due pezzi l’uno, l’ultimo dei quali è senza titolo ed è pubblicato da Vàn Records dopo una estesa partnership con Terratur Possessions. È black metal stortissimo, polimorfo, letale, che mette in difficoltà chiunque nel giro di pochi secondi. La ricerca nel cantato arriva a livelli inauditi, è evidente che non sono solo urla. Musicalmente nulla è lasciato al caso, è come assistere a un’onda nera che si infrange sulla scogliera, e gli Svartidauði riescono a catturarne l’esatto momento dell’impatto. Depleted Pathways è tumultuosa e imprendibile, mentre Exultation è lisergica, si scioglie col passare dei minuti verso una conclusione rumoristica. La cosa più follemente lampante è la naturalezza con cui si riescono a creare canzoni così complesse senza risultare degli ammassi insensati.


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Þórir Garðarsson, chitarrista degli Svartidauði, fa parte anche dei Sinmara. Partiti come Chao nello scorso decennio, ora hanno un logo strano, che mi ricorda gli scarabocchi della copertina dei Tetragrammacide. L’esordio risale al 2014 e soffre un po’ il confronto con Flesh Cathedral, ma chi non rimarrebbe stracciato? Bisogna ammettere che Aphotic Womb non usa lo stesso fosco linguaggio iper-strutturato, è leggermente più diretto sia nei suoni che negli arrangiamenti. Qualcuno online fa paragoni coi Watain pre-Lawless Darkness, e per me è comunque qualcosa di appassionante, impegnativo, solo meno cervellotico, meno difficile da assimilare. La voce molto acida, di gola, non è l’aspetto più felice, a mio avviso. L’upgrade definitivo è avvenuto quest’anno: prima il cavernoso brano Ivory Stone nello split coi Misþyrming (a loro ci arriveremo più tardi), poi il magnifico Within The Weaves Of Infinity, entrambi per Terratur Possessions. C’è più amalgama, maestosità e pulizia strumentale: è tutto più coeso e avvincente, si annega in un fiume di riff. I Sinmara sono già pronti a soddisfare orde di blackster inferociti e/o infastiditi dalla eterodossia degli Svartidauði . Lo so, pensavo fosse impossibile non innamorarsi di loro, ma qualcuno ne è immune. Il mondo è bello perché vario, no?


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Bjarni Einarsson e Garðar S. Jónsson, oltre a essere due pedine essenziali per i Sinmara, costituiscono gli Almyrkvi. Anche se l’anagrafe ci riferisce di una formazione più recente con un primo disco solo dello scorso anno, i suoi componenti hanno suonato anche Finngálkn, Wormlust e soprattutto Slidhr (recuperate Deluge immediatamente). Pupil of the Searing Maelstrom è cosmico, ipnotico e molto atmosferico, con qualche magistrale momento di vuoto spaziale à la Darkspace (come nella title track). Il nuovo album invece è molto diverso, perde in secchezza ed essenzialità e diventa più pesante, denso, con dei suoni molto più corposi. Umbra è lento, strisciante e monolitico, come nessuno probabilmente si aspettava. A parte gli Almyrkvi stessi, ovviamente. La voce sommersa dalle ingombranti chitarre è lontana dal black metal, il disco stesso non è paragonabile a nessun altro di quelli che vi ho presentato oggi, a causa di riff e ritmiche ascoltate più di frequente in ambito (post) death metal. Ci vuole un bel po’ di tempo per assimilare ogni particolare di questo disco. Dopo alcune settimane di ascolti, confesso che mentirei se vi dicessi che è il mio preferito di questo post, e un po’ c’entra il paragone con il grande Pupil… Ma come potrete ben immaginare, la qualità è comunque ben oltre la media al di fuori della nostra isola di riferimento.


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Sempre parlando di gruppi recenti che in realtà sono ben più navigati, riprendo i Misþyrming[traduzione: maltrattamenti]. Al loro interno c’è D.G. di Naðra,  Martröð e Skáphe (brividi) assieme a due membri dei Carpe Noctem (maledetti, non si fanno vivi da cinque anni). Söngvar elds og óreiðu ha solo due anni, ma se li porta con la consapevolezza di essere ormai un classico nel black più violento e esplosivo uscito fuori dall’Islanda. Io lo scaricai dal Bandcamp di Fallen Empire Records (è addirittura gratis, per l’amor del cielo!!!), disponibile anche in cd per Terratur Possessions e in cassetta per Vanagardr. È una boccata d’aria vulcanica e di chirarre più affilate e dissonanti rispetto all’oppressione del nuovo Almyrkvi. Quest’anno, come avrete già letto più in alto, è uscito uno splittino coi Sinmara, cui i Misþyrming contribuiscono col brano intitolato Hof. È dura convivere col magnifico Ivory Tower dei loro connazionali e allo stesso tempo mostrare di essere evoluti rispetto a Söngvar…. La canzone ha suoni più nitidi, meno pazzie chitarristiche e un’organizzazione meno estrema, evidentemente i Nostri hanno messo ordine alle loro idee e aggiunto enfasi al loro modo di comporre, in particolare alla batteria e al melodico riff portante. Sconvolgente come due anni fa è la capacità di caratterizzare ogni cosa, rendendo così personale il black metal.


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Diamoci una calmata per ora. Vi lancio l’ultimo e miglior disco dei Dynfari per prepararvi a un gruppo a loro collegato. Due dei loro bassisti (quello vecchio e quello attuale) sono delle colonne portanti degli Auðn. Vincono a mani basse il premio di “logo più leggibile di questa pagina del blog”. Un senso melodico di questo calibro non si disperde con cambiamenti di casacca, ecco. Il disco omonimo è di una struggente emotività naturalistica, epico e classico nell’incedere, molto solido e strutturato in modo professionale, attento e dettagliato. Dopo tre anni arriva Farvegir Fyrndar e la musica non cambia, al massimo sgrana un po’ la definizione nelle chitarre ritmiche e dal mio punto di vista è solo un bene perché con l’esordio si rasentava certa pulizia estrema alla Indie Recordings. Se fino a qualche tempo fa era questo il suono d’Islanda, oggi una marea di gruppi (in particolare quelli che escono per Naturmacht Productions) hanno diversi punti in comune con gli Auðn. E questo è l’unico motivo di piccolo biasimo che si può muovere perché le capacità di disegnare paesaggi mozzafiato è pienamente nelle corde di questa band. Le melodie fantastiche e diffuse, folk/non folk, sono una delle punte di diamante dell’uscita. E poi per aver vinta ogni resistenza basta assistere a come si riesce a far crescere Veröld Hulin, oppure come si gestiscono delle tempistiche difficili e più rarefatte in Ljósaslæður o infine alla statuaria bellezza di Haldreipi Hugans. In questi casi la noia per un gruppo normale sarebbe dietro l’angolo, mentre per i Nostri il rischio è lontanissimo. Non è contemplata anche in un contesto in cui non ci sono stravolgimenti o rivoluzioni. In un ideale incrocio tra suggestioni americane come i Wolves In The Throne Room e qualcosa di più europeo come i Primordial, ci sarebbero proprio gli Auðn, accanto ai vecchi Solstafir, pre-Otta. Molto più verosimilmente gli stadi li riempiranno loro invece che gli Svartidauði.


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Basta mainstream. Torno nelle cantine a respirare aria fetida, torno a masticare asfalto. In totale anonimato (ma dalle foto sembrano in due) il progetto Nornahetta [che dovrebbe significare “stregoneria”] ha pubblicato solo uscite brevi, tutte in free download dal proprio Bandcamp. Fatevi un regalo e mettetele a scaricare: ne vale la pena. Oddio, quale pena? Scaricate e godete! E se vi è piaciuto qualcosa comprate. Mi sento un po’ tornato indietro nel tempo allo speciale sul Portogallo, non a caso l’etichetta è proprio Signal Rex e i suoni profondamente disturbanti lo confermano. C’è da dire che dopo i due EP del 2012 c’è stato un leggero miglioramento della produzione, un po’ come per i Black Cilice, divenuto poi lampante con Entheogenic Effigy di due anni fa. Tutto ciò è contenuto -se volete- in The Psilocybin Tapes, raccolta onnocomprensiva e da custodire gelosamente. Il nuovo ciclo è iniziato con Synesthetic Pareidolia, con un uso un po’ diverso delle voci. Anche stavolta è corredato da una curiosissima copertina che sembra estratta da un libro di occultismo, ma a differenza del passato è un’unica traccia di sedici minuti. I suoni si sono ulteriormente evoluti e stavolta non è il caso di parlare di raw black metal, è tutto più maturo e conturbante, una spirale senza fine che rasenta la perfezione e descrive alla perfezione quello che io cerco dal black metal.

[F]

2 pensieri su “Cartoline dall’Eyjafjallajökull: il metallo islandese da non perdere (annata 2017)

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