Belphegor – Totenritual (Nuclear Blast), 2017

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Ci ho provato, anzi riprovato. I Belphegor non sono mai stati il mio gruppo preferito, ma almeno fino a Walpurgis Rites – Hexenwahn erano stati sempre ottimi compagni di intrattenimento. Sapete come funziona: Satana & sadomasochismo, bestemmie & perversione. Nel 2014 ci fu la rottura.

Conjuring The Dead era un cratere senza idee e dalla produzione inadeguata. Grossa, con batteria e voce -molto stanca- di Helmuth in primo piano. Eppure ancora una volta il pubblico li aveva premiati. Nell’estate di quell’anno li vidi all’Agglutination, dopo gli Entombed A.D. e prima dei Carcass. Furono degli stoccafissi. Altrettanto imbambolata fu la loro musica, limitatissima anche dal punto di vista tecnico. Ancora una volta, nessuno sembrava accorgersene. Da allora il mio tiepido affetto si era trasformato in terribile odio. Che senso aveva supportare un gruppo così? A maggior ragione nel momento in cui uscivano fuori ogni giorni esseri bestiali dagli angoli più sperduti del pianeta, come il Sud America. A dispetto di tutto ciò, eccomi alle prese con Totenritual, contagiato dall’entusiasmo di un amico e dopo aver messo da parte gli attriti verso i Belphegor. A primo impatto devo ammettere che i suoni sono generalmente migliori di quelli di Conjuring…, ma il nuovo innesto (classe 1991, già in forze ai colleghi Panzerchrist) è di una freddezza sconvolgente. Uno di quei batteristi tutti doppia cassa, che mette in campo una prestazione blanda e scolastica, la cui differenza con una drum machine è davvero infinitesimale. Probabilmente è tutto volontario, si voleva solo dare un tocco più marziale all’album. Non c’è nulla di animalesco neanche nella prestazione di Helmuth, purtroppo sempre più debole e costretto a ricorrere a stratificazioni di linee vocali per dare un po’ di forza ai ritornelli. Sarà per questo, sicuramente. Le melodie mediorientali che fanno tanto Nile sono di una tristezza unica se ripetute allo sfinimento in alcune canzoni e senza una sezione ritmica veramente minacciosa, ma è lodevole la capacità di dare identità a circa metà del disco nonostante i riff spesso siano poco più che sufficienti, goffi tentativi di death metal quando ci sono dei tempi più cadenzati o di black metal svedese quando si accelera. Non c’è mai un momento in cui si può esclamare “ah come fila questo brano!”, c’è sempre qualcosa che va storto. Come in Baphomet, sorta di rip off molto semplificato dei Morbid Angel e dei Behemoth di dieci/quindici anni fa su cui si può anche soprassedere solo se si dimentica tutto il discorso “personalità” e se si decide di far durare la canzone almeno un minuto in meno. Per fortuna l’arpeggio che guida di Totenbeshworer non è stato usato in nessuna canzone, per cui possiamo parlare solo di un pallido intermezzo strumentale. Allo stesso modo deve prendersi la monotona title track, che riesce nel non invidiabile intento di essere tremendamente noiosa in circa due minuti. In generale molto meglio in canzoni semplici come le feroci The Devil’s Son e Swinefever che nella appesantita Apophis (con qualche punto di contatto con Baphomet, soprattutto nel ritornello scandito allo stesso modo). L’atmosfera è un’altra cosa: non basta fare riff lenti e ripeterli mille volte mentre si declamano parole in lingue antiche. Il bilancio non è nero come la copertina ad opera di Seth Siro Anton, ma non è neanche esaltante. Il test del portafogli: con cinque euro comprerei il disco nel reparto dell’usato? Sì, se proprio non si trova nulla di meglio, tipo Blood Magick Necromance o quelli prima.
[F]

2 pensieri su “Belphegor – Totenritual (Nuclear Blast), 2017

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