Seventh Genocide – Toward Akina (Third I Rex), 2017

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Per un motivo o per l’altro non ero mai riuscito ad ascoltare i Seventh Genocide, da diversi anni in apertura di alcuni concerti belli, belli lassù a Roma. Mi ricordo un Romaobscura non recentissimo ad esempio, o la recente data dei Celeste, assieme a Naga e Hate&Merda.

Non so perché mi puzzavano sempre di melodic death e probabilmente c’è qualche altro gruppo romano con cui facevo confusione e me li ha tenuti lontani. Lo so che bastava una ricerchina su Google, è che sono sfaticato. Alla fine ho capito che non mi erano proprio ignoti perché delle melodie fantastiche degli Angew mi ricordo sì, il loro Panthalass era uscito nel 2014. E in pratica queste due band hanno tre componenti in comune. Visto che il primo disco dei Seventh Genocide è uscito nel 2015, mi viene da dire che questi sono la continuazione degli Agnew. La meraviglia non era scalfita infatti in Breeze of Memories, solo che c’era del black metal con qualche urlaccio a spezzare l’elegia. Un po’ come i Ghost Bath, ma senza sputtanamento. Insomma, per farla breve i Seventh Genocide non hanno pubblicato -e spero mai lo faranno- nulla come Starmourner, né allora né adesso con Toward Akina. Anzi, se in Breeze of Memories i segmenti black erano quasi avvicinati con la forza alle chitarre acustiche, mancando in po’ di naturalezza, oggi la band ha trovato un amalgama complessivamente migliore, rendendo il proprio sound più oscuro, dalle tonalità un po’ meno “ottimistiche”. È il classico caso di sviluppo/impennata di qualità tra prima e seconda uscita, che rende i Seventh Genocide già capaci di tenere botta per una durata considerevole. Il pezzo forte è Astral Bliss, completissimo e maestoso, in cui alla fine hanno forse un minimo senso i paragoni molto poco calzanti coi Pink Floyd. Senza di questo Toward Akina sarebbe più povero, invece senza Last Fall Before The Impact -puro post rock decadente- non cambierebbe nulla, anzi sarebbe più snello e i brani restanti ne sarebbero esaltati. Alla fine della fiera è uno dei lavori più “accessibili” di cui ho scritto in questi primi mesi di blog, ma d’altronde è questo il mio attuale rapporto con la roba più melodica. 1 su 50 mi basta. Poi devo tornare nella melma più malsana e irrazionale, altrimenti non avrei come header un gioviale cinghialotto. Questi ragazzi romani, già preparatissimi, possono ancora migliorare la loro mistura. Oliare gli ingranaggi, ossia i passaggi tra le varie atmosfere. Per me dovrebbero essere più decisivi e variegati nei momenti più cattivi, perché per ora sembra che si divertano di più quando riescono a commuovere, ossia quasi sempre: provate ad ascoltare Transparent, collante tra le due metà del disco. Già da ora metto per iscritto il mio auspicio principale: evitare la katatonizzazione di alcuni loro illustri affini come gli Harakiri For The Sky. Per il resto i Seventh Genocide mi paiono un gruppo capace di fare quello che vuole, viste le capacità espresse. Si tratta “solo” di diventare dei fuoriclasse.
[F]

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