Bong Thrower – Quando l’Argonauta mangia pesante (Nibiru, Obese, Sator, Three Eyes Left)

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Uno dei tanti vantaggi che ho nel gestire uno spazietto come questo rispetto a una webzine più seria consiste nello scrivere di quello che mi pare. Blog Thrower era partito in estate come espressione scritta dei miei gusti musicali e nulla mi impedisce di avere delle svirgolate dal solito carnevale di mummie trucidate, presentandovi qualcosa di meno sferragliante, certo, ma immensamente più pesante.

Per uscire dal mio periodo di rifiuto di tutto ciò che era pur lontanamente doom, stoner o sludge, ho dovuto ricorrere alle maniere forti. Come spesso succede, bisogna tornare al disco o alla band che ti aveva fatto innamorare del genere. Per questo, aiutato dal fato, ho chiamato in causa i gruppi del momento che per una questione di affezione o nostalgia mi hanno reso più stonato nel corso degli anni passati. Dicevo del fato perché tutti hanno casualmente nuovi album in uscita, che vi consiglio sin da qui, con l’avvertimento che non ne parlerò da chissà quale pulpito con presunzione di completezza o competenza, ma da metallaro impenitente che da molto (troppo?) non faceva un giro sulla pagina di Argonauta Records, e quindi per ora faccio largo solo alle uscite più pesanti.


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Nibiru – Qaal Babalon

I Nibiru sono tra i gruppi più “internazionali” che abbiamo in Italia dopo Ufomammut e Lento, almeno in questa macroarea musicale. Hanno fatto dell’estremismo e della prolificità la loro ragione di vita, e questo è un gran bene. Però sono sfigato eh. Decido di riavvicinarmi alla musica narcotica con uno dei suoi esponenti di punta… e i Nibiru che fanno? Il loro disco più sfacciatamente metal (intendo Neurosis e doom pachidermico). Poco male, perché la personalità dimostrata anche stavolta è degna dei grandi. Oggi si scopre un lato molto più duro di questa band che avevamo solo intravisto in Padmalotus, coronato dalla statuaria e imponente figura di Ardath. Non un semplice sciamano che celebra il rito esoterico, ma un frontman dalla vocalità incredibile, che è finalmente in primo piano nel mix ed è determinante per la riuscita finale del disco. Tra l’altro pare che ci sia molto più italiano nei testi rispetto al passato. I primi cinque minuti di Oroch sono intrisi nel noise fino alla punta delle orecchie (appuntite) e sin da lì si capisce che i Nibiru avrebbero evocato immagini più forti e decise, pur rimanendo fedeli alle proprie dilatate convinzioni. Impossibile dire in anticipo che ci dovesse essere solo un unico brano finale di psichedelia pesante, come se gli Swans fossero suonati da tirannosauri. Forse le idee in Oxex potevano essere diluite lungo tutto l’album e ne avrebbero giovato i restanti pezzi. Ma attenzione, questo è ciò che mi viene da dire dal confronto con i predecessori. Preso per quel che è, Qaal Babalon è appena uscito e già fa spavento: è il doom che vorrei, nel mulino che vorrei. Anche se meno vertiginosa di quanto siamo abituati a vedere, l’ascesa continua.


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Obese – Anamnesis

Come non si può venerare un gruppo che si chiama Obese? È un nome che incarna l’idea stessa che ho dello stoner/doom. [Intermezzo psicanalitico] Forse è stato proprio perché troppi gruppi si allontanavano dalla nozione di obesità per fare gli elegantoni che avevo lasciato il doom. D’altronde non tutti sono i Krux o i While Heaven Wept. [Seduta terminata] Dov’eravamo rimasti? Ah sì. Ai ciccioni. Kali Yuga lo era infatti, ma veramente tanto. Rite of Fire, innanzitutto. È come ruminare un pezzo di carne cruda. Come ho fatto a metter da parte una roba simile negli ultimi tempi? Non è tanto doom, piuttosto ha quel feeling rock’n’roll che ha reso grandissimi i Fu Manchu e i Clutch. Si mangiano in un sol boccone i guappi di cartone Red Fang. Il nuovo Anamnesis è più fricchettone e psichedelico, meno immediato rispetto all’impatto travolgente del suo predecessore. Come percorso ricorda in piccolo quello fatto dai Truckfighters nell’ultimo V. Il nuovo cantante non ha il vocione di chi lo ha preceduto e infatti tutti gli Obese si sono regolati di conseguenza, giocando di più sulle sfumature. O meglio, spingendo su toni non per forza esagitati e vitaminizzati, addirittura cupi in certi punti (Human Abstract). Ad esempio Anthropoid, una sorta di chewing gum alla Queens Of The Stone Age, ma più amaro. Pensiamo poi a come sale e scende Mother Nurture, sembra che possa esplodere nel metallo schizzato dei Dillinger Escape Plan da un momento all’altro. In generale è tutto meno obeso di quanto ci si poteva aspettare e il risultato ci ha detto non è propriamente un male. Si viaggia con meno sussulti e frenate brusche, è un percorso più sinuoso (Behexed) e un pezzo come Ymir si meriterebbe centinaia di migliaia di visualizzazioni per come è iconica.


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Sator – Ordeal

C’è stato un periodo in cui mi ero innamorato dei Sator. Chi se ne fregava degli Electric Wizard, degli Eyehategod di altri nomi altisonanti, avevo loro. Li avevo scovati per caso sul web e li avevo subito contattati per la compilation di Hardsounds di quell’anno (è ancora in free download, fateci un pensiero). Era il 2015, e furono subito entusiasti di prestare un brano. All’epoca ero abbastanza fissato con questa roba, là dentro c’erano pure gli Organ e i miei pupilli Tuna de Tierra, anche questi ultimi freschi di nuovo album, che mi sto centellinando perché preziosissimo. Tornando ai Sator, il disco omonimo del gruppo genovese mi fa ancora gasare come non mai, non c’è un secondo sprecato o un minuto di troppo. La parte visiva con donna nuda, giungla e calamari era poi la ciliegia il peperoncino sulla torta. Possa cascarmi un mollusco gigante in testa se non è un segno di Cthulhu che il mio ritorno alla lentezza sia scandito dal secondo lavoro della band, accasatasi ad Argonauta dopo un passato presso Taxi Driver Records. Non sono un esperto del genere e non capisco un cappero marinato di effetti, tecniche e via dicendo. So solo che i Sator mi facevano e mi fanno stare bene, sono genuinamente violenti e ingombranti, e in più non copiano troppo gli EW o i Black Sabbath, come in effetti è inteso troppo spesso il doom oggi. Come i Nibiru sono meno allucinati del solito, anche i Sator hanno cambiato qualcosina, ripulendo un po’ la produzione e ritirando i tentacoli limacciosi dello sludge, privilegiando un approccio più pesante e diretto alla Crowbar. Questo almeno fino alla definitiva, lapidaria e disturbante Funeral Pyres, dove ogni ascoltatore anche con un briciolo di passione per il genere (tipo me fino a qualche mese fa) si mette l’anima a lutto. Sono consapevole che i Sator ancora devono tirar fuori l’album definitivo che li possa consacrare, ma nel frattempo Ordeal è già molto meglio delle uscite medie del genere.


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Three Eyes Left – The Cult of Astaroth

I Three Eyes Left, ad esempio, nei primi anni e nei primi dischi (fino al 2013, La Danse Macabre) erano proprio così: troppo innocui, simpatici replicanti di schemi già sviscerati senza alcun tocco personale. Da Asmodeus però hanno cominciato a fare molto sul serio. Tempi dilatati e molto più sulfurei, espressività, Satana come sponsor principale… cose che fanno bene alla salute e al morale. Ecco le ricette di un discone davvero inatteso e conturbante come la mater lacrimarum in Inferno. The Cult of Astaroth è il più classicamente doom metal della rassegna, il più legato alla tradizione, il solo che non perde mai di vista la santissima trinità Black Sabbath – Saint Vitus – Cathedral e di conseguenza il solo, unico e imprescindibile collante per tutto ciò, il vero lord of this world: il riff. L’abilità del gruppo bolognese sta proprio nel fare cose spettacolari usando mezzi e linguaggio dei gruppi appena citati, con l’aiuto di una produzione dalla professionalità pazzesca. Non saranno unici o inimitabili, ma alla fine della fiera io provo un po’ di noia solo per la ottusa e monotona The Satanist. La voce non è Ozzy-dipendente, azzarda pure qualcosa di simile a un growl e a uno scream in Funeral Of An Exorcist, mentre Chants Into The Grave ha un riff agrodolce che mi ricorda una parte del motivetto di School At Night dalla colonna sonora di Profondo Rosso. Si nota che sono ossessionato da Dario Argento in questo periodo? Insomma, non saranno atleticamente adiposi come gli Obese, certo non di un altro pianeta come i Nibiru, né selvaggi come i Sator, ma i Three Eyes Left si confermano dei maestri nella riverniciatura senza sbavature del doom istituzionale.

[F]

2 pensieri su “Bong Thrower – Quando l’Argonauta mangia pesante (Nibiru, Obese, Sator, Three Eyes Left)

  1. […] Torna l’appuntamento più atteso per il metallone fattone, ossia un piccolo cambio di programma nelle solite trasmissioni truculente. Un piccolo cambio di lettere, blog diventa bong e via… il crossover ardito è sempre gradito. Soprattutto se ci sono giochi di parole di mezzo. Se già state sputando veleno perché ho osato scrivere crossover in un post in cui non si parlerà di crossover… beh, state messi male, correte all’aria aperta e respirate a pieni polmoni. Vi voglio comunque bene. […]

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