Archspire – Relentless Mutation (Season Of Mist), 2017

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Con soli due album (90% onanismo, 10% death metal) tra il 1999 e il 2004, i Necrophagist non potevano immaginare di aver creato un mostro. Anzi, mille mostri. Li trovate spesso su Unique Leader e vanno come un treno lanciato verso una pletora di chitarristi che suonano alla velocità della luce. Sbraaaeeeng! E ancora continuano. Piripiripiripiri!

Decrepit Birth, The Faceless, Spawn of Possession, lo scorso anno The Zenith Passage. Uno spreco di energie e di tempo. Per fortuna c’erano i Deeds of Flesh, che però sono anche brutal e non dovrebbero essere accostati a certe abnormità, poi sono usciti fuori i miei preferiti Beyond Creation e più o meno nello stesso periodo gli Archspire. Il loro primo album All Shall Align era bello godereccio, mentre The Lucid Collective era un concentrato di velocità quasi sempre insensata, una versione dei Brain Drill con qualche progressione di accordi in più. Il mio interesse per loro era sceso sotto i piedi, quando non ero ancora un affezionato spulciatore del catalogo Iron Bonehead o Hells Headbangers. Quindi prendete pure tutto questo sproloquio come un grosso “gli Archspire mi piaciucchiavano ma a piccole dosi” insomma. In tutto ciò Relentless Mutation si inserisce come una sorta di spareggio o di lotteria dei calci di rigore per decidere se posso continuare a seguire questi ragazzi canadesi o tornare ad annegare nel black metal dell’Europa orientale. In pratica è successo questo: mentre toccava a loro tirare dal dischetto, il portiere della mia squadra si è calato le braghe e ha iniziato a compiere atti osceni davanti a tutto lo stadio, mentre l’album esplodeva negli altoparlanti. Il verdetto è ultra-positivo, non mi sarei mai aspettato una crescita così impressionante. La velocità dei passaggi tecnici è diminuita in quantità e al contempo aumentata in qualità, ora è finalizzata e incanalata verso brani dalla scrittura estremamente solida. Si distinguono per la varietà delle influenze perché dai breakdown iper-energetici in Human Murmuration e Calamus Will Animate si passa alla pesantezza inedita di Remote Tumour Seeker, che è dannatamente immediata e memorizzabile a dispetto della mole di roba al suo interno. È un discorso che si può fare con tutte le canzoni, pensiamo alla title track che inizia con gli accordi di Snuff degli Slipknot. Il marchio di fabbrica del cantato dalla metrica imprendibile è ancora un tratto caratteristico, ma è diventato molto più vario. In generale è stato raggiunto un livello di ordine ed equilibrio nella complessità che altri gruppi si sognano. Anche quando si spinge un po’ troppo (per i miei gusti) sulla tecnica, arriva quella melodia che riporta tutto sui giusti binari (The Mimic Well). I due apici però sono Involuntary Doppelganger e A Dark Horizontal, troppo complete e monumentali per aggiungere altro al tasto play che una volta terminate queste parole sarete costretti a schiacciare. Strumenti fumanti, pubblico in visibilio.
[F]

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