Cradle Of Filth – Cryptoriana, The Seductiveness of Decay (Nuclear Blast) – 2017

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Ultimamente ho riascoltato tutti gli album dei Cradle of Filth fino a Midian dopo averli lasciati a prendere polvere per almeno un anno ed è stata una illuminazione. Erano tutti lì nella mia testa e ritrovarli, goderli di nuovo a pieno è stato rigenerante. Ecco perché sono degli incomparabili classici senza tempo.

Giusto per darvi modo di capire dove andrò a parare col nuovo disco, sappiate che per me il punto più basso della lunghissima carriera di questi vampirozzi è stato l’inconsistente, impalpabile, inodore e insapore Damnation And A Day, mentre ho apprezzato molto anche gli snobbati Nymphetamine e Thornography. Dopo di questi, l’apparato sinfonico tornava e rimaneva protagonista e si sarebbe vista solo ordinaria amministrazione del proprio vantaggio sui concorrenti, della serie: ripresentarsi ogni due anni senza strafare, con un servizio ad uso e consumo dei fan, un Midian perpetrato nei secoli dei secoli. I Cradle of Filth stanno al symphonic black come gli Iron Maiden stanno all’heavy metal, e allo stesso modo ne hanno totalmente stravolto le caratteristiche, i primi con riffoni thrashettoni e goticume in grandissima quantità rispetto al resto, gli altri con le loro stramaledette suite con velleità prog di un quarto d’ora. Con ciò non voglio dire che negli ultimi dieci anni abbiano fatto dischi brutti, anzi: le uniche pubblicazioni aberranti sono il disco orchestrale e la versione “originale” di Dusk And Her Embrace. Accanto a Dani, il membro con più anzianità di servizio è il batterista Martin Skaroupka, entrato nella band da una decina d’anni. Questo dato dovrebbe essere l’unica risposta a quelli che fanno paragoni impossibili con le pietre miliari degli anni Novanta. Come prevedibile, in Cryptoriana – The Seductiveness Of Decay non c’è trippa per blackster, ma solo per chi vuole tuffarsi in un’atmosfera da film dell’orrore volontariamente retrò e pure un po’ grottesca, con mezzi e scenografia tra i più avanzati che ci sono in circolazione… anche se dalla copertina, in cui è lodevole solo la citazione, non si direbbe. E per questo l’effetto è agrodolce, come cercare di trasportare una pellicola come Blair Witch Project ai giorni nostri. Oppure come essere rinchiusi in una escape room a tema horror fatta già altre dieci volte, riuscendo ogni volta ad uscirne. Fare il gioco delle differenze è sempre più difficile, dalla condizione vocale di Dani che continua ad essere sempre molto buona si sente che le canzoni potrebbero essere prese da uno qualsiasi degli album da Darkly Darkly Venus Aversa in poi, con un’attenzione speciale per chitarre, che sentiamo davvero in tutte le salse nello sfoderare tutte le melodie tipiche e che riporta alla mente qualcosa di Nymphetamine, ma senza un pezzo simbolo come Gilded Cunt. È molto pieno e corposo, come da tradizione. Solo che il contenuto lo conoscevamo da diversi anni. Nuovi fan non ne farà, se non quelli di ritorno, che avevano lasciato i CoF quando era di moda farlo (anni 2004/2005) e fino ad ora si sono categoricamente rifiutati di poter godere dei loro pregiati servigi. Chiudo con uno zuccherino per i nostalgici: 2018 significa vent’anni da un certo dischetto… appena torneranno dal solito tour coi Moonspell, un giretto celebrativo nei festival estivi potrebbe essere di estremo gradimento.
[F]

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