¡Viva la muerte! – Morbid Flesh, Krossfyre, Aposento

17425075_1485049908193248_4170770643160191151_n

Sentirete dire da più parti che il 2017 è stato l’anno del death metal, con le uscite di Dying Fetus, Origin, Immolation, Obituary, Cannibal Corpse (arriva in autunno), Broken Hope, Suffocation, Incantation. Tutto giusto, tutto perfetto. E poi? Perché c’è un poi, c’è un prosieguo, ci sono interessantissime storie un po’ defilate che eclissano molti dei big appena citati.

Tanto per dire, Italia e Spagna ci stanno regalando le più grosse soddisfazioni nel death metal. Qui da noi sono venuti fuori gli Ekpyrosis (usciti per Memento Mori, guarda caso spagnola!), poi Antropofagus, Hideous Divinity, Hour of Penance, i Devangelic in rampa di lancio. So che avete già sentito qualcosa muoversi nelle mutande, è normale reagire così. Trattenetevi per un altro po’ e andiamo nella penisola iberica. Allargando la visuale, col thrash di quella zona ho un rapporto molto negativo. A parte gli Angelus Apatrida non mi hanno colpito molto le band di quel tipo. Per il death metal è diverso. Non sono ferrato sulla storia, lo ammetto, ma da quando ho goudto con la rivisitazione simil-svedese dei Graveyard (quelli veri, non il puttanaio che esce per Nuclear Blast) sto sempre attento. Negli ultimi tempi ci sono stati i Cruz, con la loro cassettina maledetta, gli Aversio Humanitatis (che sono a metà col black) e ora voglio presentarvi un quadretto complessivamente buono delle uscite ispaniche che mi sono capitate tra le mani.

Partendo da chi purtroppo abbassa la media qualitativa della rassegna, i Morbid Flesh sono la derivatività fatta band. Provate a digitarne il nome sul Google. Ovviamente vi uscirà Formulas fatal to the flesh dei Morbid Angel. Avevano iniziato con una discreta demo nel 2009, due anni dopo Reborn in Death riusciva a suonare in qualche modo abbastanza riuscito come un compendio dei Grave con il groove degli Obituary e dei primi Death. Dall’EP successivo le ritmiche di batteria si erano fatte estremamente monotone, troppo svedesi vecchia scuola, ma le chitarre rimanevano il loro punto di forza. Oggi, corredato da una copertina vagamente alla Inbreeding the Anthropophagi dei Deeds of Flesh, assistiamo a una debacle. Vengono meno anche i riff. Nel primo brano praticamente non ce ne sono, è giusto un sentore. Come quando compri il risotto ai frutti di mare al discount. Rites of the mangled (Unholy Prophecies) è arido a partire dalla produzione, per poi cadere nella eterna citazione dei bei tempi che furono senza avere la forza dei nostri Funest, senza andare a scomodare i Graveyard, di un altro pianeta. Non sono esplosivi, non sono morbosi, giustamente non sono tecnici, ma allora cosa rimane?

Più o meno dalla stessa cricca, con membri provenienti da Morbid Flesh, Suspiral, Graveyard, Insulters e quei caproni dei Korgull The Exterminator, arrivano al debutto i Krossfyre. Ne parlo qui per comodità espositiva, il genere è completamente diverso, al massimo ci avviciniamo agli Insulters, ma è una salvifica, venefica e rinvigorente doccia di ignoranza. Non si va tanto per il sottile, siamo dalle parti dei Desaster suonati con la foga dei Sarcofago, e uscendo fuori dalla fornace di Hells Headbangers non poteva essere altrimenti. Burning Torches è un breve e intenso inno al cuoio e alle borchie, 666 e tanti baci. Spesso la semplicità è la chiave di tutto. Come fai a resistere a un titolo come The Great Masturbator? A braccetto coi Bonehunter, verso l’infinito e oltre.

Mortis in fundo, ecco il dessert. Gli Aposento sono delle vecchie glorie che dagli anni Novanta ne sono usciti abbastanza malconci. Un paio di demo e un ottimo EP come Welcome to Darkness, poi il vuoto dal 1997 al 2012, quando inizia la vera e propria carriera della band. Non tutti possono avere la continuità degli Avulsed, purtroppo. Ma poco male: il buon Manolo Saez, unico membro originario, è già arrivato al secondo full length, migliorando le cose della prima parte di carriera, ingrossando e ingrassando il loro sound. È un death metal non complesso, ma fitto fitto di riff della miglior scuola americana, in particolare Cannibal Corpse, Monstrosity e Massacre. Bleed to death è più lento e massiccio dell’omonimo album del 2014, punta più sul groove che sull’assalto a media velocità, come qualcosa dei vecchi Suffocation imbastarditi coi Six Feet Under. La voce ricorda in parte Chris Barnes quando già era uscito dai CC e ancora non era la nonnina bisbetica svociata di oggi. È un album molto divertente, ma anche molto omogeneo. Bombarselo tutto d’un fiato viene naturale, con quella produzione bella cicciona.

[F]

2 pensieri su “¡Viva la muerte! – Morbid Flesh, Krossfyre, Aposento

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...