Brutal Assault 2017 – La metarecensione (o la recensione a metà), quarto giorno

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L’ultimo giorno si apre all’insegna del turismo, con una passeggiatina attraverso Hradec Kralove e soprattutto con una puntatina ai bagni del centro commerciale nei pressi della stazione, in cui finalmente ritrovo me stesso. L’arrivo alla fortezza di Jaromer, giusto un’oretta dopo, nel primo pomeriggio, mi fa godere di qualche bocconcino niente male.

I Sikth dimostrano di essere degli ottimi musicisti e di avere buoni gusti musicali (t-shirt dei Destrage per uno di loro) (7/10); gli Artillery che il loro metal non ha età anche se il cantante di questo live ha una voce troppo piatta e melodica per il genere (7/10); i Prong che se ci si sente stanchi non si deve necessariamente insistere e bisognerebbe avere il coraggio di staccare la spina (6/10).

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Per me la giornata inizia alle quattro e mezza coi While She Sleeps. Sì, lo so, non c’entrano nulla coi gruppi di cui ho parlato fino ad ora nel blog, ma sono una mia perversione più o meno segreta e il loro ultimo You Are We è uno degli album più belli dell’anno. Mi inoltro fino alle prime file, la fauna è totalmente diversa rispetto agli altri concerti cui ho partecipato al festival, è straniante, ci sono persone che non ho mai visto, i capelli si accorciano e/o si colorano, i fisici si assottigliano e si rilassano, l’età media crolla. Quando capito vicino a una ragazza alta un metro e quaranta che conosce tutti i pezzi a memoria penso quasi di andarmene, ma resisto e la band inglese mi ricompensa con un grandioso show. Il loro metalcore è molto più elegante, stratificato e pensato della media del genere, hanno talento sia nelle melodie che nelle parti più tirate. Estremamente accattivanti, come la somiglianza del cantante con Povia e Myles Kennedy. (8,5/10)

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I Decapitated li ho difesi nella recensione di Anticult, lo faccio anche ora. Nessuno si azzardi a chieder loro qualche brano death metal. Fanno altro, punto. Che poi sia molto più grigio, anonimo e insignificante, è affar loro. Avranno miliardi di altri fan, evidentemente. Meshuggah for dummies (5/10)

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Ero molto curioso degli Oathbreaker, perché coi suoni cristallini del festival il loro sarebbe stato uno spettacolo nello spettacolo. E difatti la voce di Caro Tanghe, sia in scream che in pulito, è magnifica almeno quanto lei, peccato che prima della fine sia quasi totalmente sgolata. Il post hardcore/black metal proposto è comunque molto suggestivo e dinamico, anche se un dosaggio più sapiente dei momenti doom/occulti sarebbe necessario perché in alcuni punti si perde il bandolo della matassa e tre quarti d’ora sono forse troppi per loro. (7/10)

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I Demolition Hammer tengono fede al loro nome senza alcuna difficoltà, in barba a ogni minimo dubbio sulla loro tenuta e sulla genuinità della reunion. Capelli e barba bianca non significano nulla, è subito ricreata la magica violenza pestona di Tortured Existence e Epidemic of Violence, quel thrash robusto all’inverosimile che tanto fa godere ancora oggi. Ignoranti fino a un certo punto, come le frasi infarcite di “fuck” tra un brano e l’alltro, poi è tutto merito dei riff. Altrimenti sarebbero felicemente messi da parte come -che so?- i The Crown. (8,5/10)

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Dei Tiamat che fanno tutto Wildhoney potrebbe anche importarmi qualcosa, visto che almeno fino al sottovalutato A Deeper Kind Of Slumber mi piacciono molto, ma appena Johan Edlund sale sul palco si capisce la piega che si sarebbe presa. Movimenti limitati e favella rallentata uniti a suoni purtroppo assai metallici per l’occasione mi fanno allontanare senza dispiacere dopo il primo brano. Altri spettatori più tardi mi racconteranno di come è stato tutto così… lisergico, ecco, nel bene e nel male.

Anche perdermi Devin Townsend e gli Architects un po’ mi dispiace, eppure devo finalmente fare i conti col bivio che da diversi giorni il running order mi aveva prospettato. Dilaniante, sconcertante, insanabile il dissidio interiore per la scelta. Su un palco Vallenfyre e Tsjuder, su un altro Zhrine e il set doom degli Incantation. Scelgo gli islandesi e ancora una volta la storica band americana perché il black dal vivo non mi lascia molto.

Mi ritrovo in seconda fila per un gruppo relativamente giovane (età media inferiore ai trent’anni) che ha un solo album all’attivo (Unortheta dello scorso anno), con un contrabbassista che assomiglia a Ciro di Marzio di Gomorra o a Billy Corgan, se preferite. Ebbene, gli Zhrine sono incredibili, fenomenali, pazzeschi, totali. Mi sovrastano. Piango per almeno metà del loro concerto. Non riesco a trattenermi. Mi si gonfiano gli occhi solo nel rimembrare quei momenti. Non ho altro da aggiungere e non so perché. (10/10)

Rintronato e ancora emozionato per il concerto appena concluso, faccio un breve giretto e torno alla carica, sempre nelle prime file, per il secondo set degli Incantation. Una pesantezza catacombale che va a completare egregiamente quanto esposto il giorno prima. Anche stavolta pezzi di Nexus Profane (gli ultimi due del disco, se già lo conoscete) si trovano a meraviglia con Profound Loathing di qualche anno fa e con la seminale Christening The Afterbirth. Ancora una volta i Nostri hanno un calorosissimo riscontro e ci danno appuntamento all’afterparty del giorno successivo, a Praga, per il terzo set (quello old school), a cui purtroppo non sarò presente. È sempre bello vedere i musicisti scendere dal palco e andare a cercare tutti i fan delle prime file per stringere loro la mano. (10/10)

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Tutto quello che avviene dopo non è minimamente paragonabile, ogni cosa mi sembra peggiore, non all’altezza. Smetto anche di fare foto, un po’ per stanchezza, un po’ perché il meglio è già passato. I Furia confermano la mia impressione sul black metal dal vivo perché pensano di poter conquistare il mondo con un effetto di chitarra leggermente più strano del solito, e fanno capire come i loro connazionali Plaga e gli Mgla siano di un altro pianeta. (5,5/10)

I Mayhem, incappucciati come l’ultimo dei gruppi black metal arrivati sulla scena, provano a riprodurre dal vivo il loro capolavoro, De Mysteriis Dom Sathanas, ma la loro performance non è tra le migliori del festival, anzi. Lo spirito di un album simbolo come quello è totalmente svanito da un bel po’, per i più cinici da quando Euronymous ha conosciuto il coltello di Varg Vikernes. Facciamo uno sforzo. Il fatto è che manca l’atmosfera giusta per quelle canzoni, non riesco a scindere la bellezza e la rappresentatività di quegli otto pezzi dall’immondezzaio creato con la risibile scenografia sul palco, dal puttanaio di live pubblicati sempre coi soliti pezzi da qualche anno a questa parte e dagli infiniti tour in cui si sono imbarcati e si imbarcheranno ancora nei prossimi mesi. Vi fanno veramente così schifo Chimera, Ordo ab Chao e Esoteric Warfare? (6/10)

I Gutalax portano un po’ di sano goregrind all’interno del Brutal Assault, uno spaccato di quello che sono quattro giorni di Obscene Extreme, festival che si tiene ogni anno a Trutnov, 20 km da Jaromer. È subito un bagno di folla. Sono i padroni di casa e sono anche divertenti, ma è pure vero che se non capisci il ceco godi solo a metà. (6,5/10)

I funebri Monolithe mentre tutti defluiscono verso l’uscita non fanno altro che aumentare il senso di tragicità della fine dell’evento dopo quattro giorni magnifici, mentre i Revocation che iniziano alle due di notte è una mossa che francamente non capisco.

Caro Brutal Assault, non è un addio, ma un arrivederci. Sempre che non voglia espanderti troppo, andando a pestare i piedi ai festivaloni tedeschi e a frantumare i coglioni a chi non vuole annegare nella folla oceanica.

[F]

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